La capacità di innovare è vincolata alla sicurezza energetica e chi controlla l’energia controlla indirettamente il ritmo e la scala dell’innovazione. Come osserva Daniel Yergin, “l’energia è sempre stata al centro della sicurezza nazionale e del potere internazionale”, tuttavia, nell’attuale fase storica essa non va più considerata solo un input industriale, ma la principale condizione abilitante dello sviluppo di tecnologie emergenti e infrastrutture digitali. In particolare intelligenza artificiale, sistemi di difesa avanzata, data center su larga scala e calcolo quantistico, che sono fortemente energivori e richiedono forniture stabili, abbondanti e a costi prevedibili.
Ciò mette il controllo delle risorse energetiche e delle catene di approvvigionamento al centro della competizione globale, perché l’energia non appare più soltanto una leva economica, ma diventa una infrastruttura insostituibile del potere tecnologico e strategico. Di conseguenza, il potere geopolitico si sposta necessariamente verso quegli attori in grado di controllare la produzione energetica primaria, influenzare i prezzi globali, garantire sicurezza degli approvvigionamenti. Un altro analista americano, Michael T. Klare, ha ben evidenziato come la competizione per le risorse energetiche sia sempre più una competizione per il potere globale, perché controllare l’energia consente di influenzare le traiettorie di sviluppo tecnologico, condizionare le catene globali del valore, esercitare pressione indiretta sugli avversari strategici.
Propongo l’ipotesi interpretativa secondo cui alcune dinamiche e scelte politiche dell’amministrazione Trump possano essere lette come un orientamento strategico emergente e il tentativo di costruire un nuovo assetto informale di governance energetica globale, paragonabile per funzione sistemica a una “Yalta energetica”. Il riferimento e la similitudine con la Conferenza di Yalta del 1945, quando si definirono le sfere di influenza territoriali dopo il secondo conflitto mondiale, è utile per riassumere almeno tre obiettivi: la concentrazione del controllo energetico in un numero limitato di attori, la definizione implicita di sfere di influenza energetica, la subordinazione di altri attori alla stabilità dell’offerta e dei prezzi.
A differenza di quanto avvenne all’epoca, l’Europa risulterebbe esclusa da tale assetto che vedrebbe come attori centrali Stati Uniti e Russia, venendo sostituita dai principali Paesi produttori del Golfo (Arabia Saudita e Qatar) in grado di agire come regolatori dell’offerta particolarmente interessati a esercitare un’influenza decisiva sull’ordine internazionale. Questa alleanza costituirebbe di fatto il fondamento di un nuovo ordine globale tecnologico in un momento di transizione sistemica in cui la variabile centrale non è il controllo territoriale, bensì l’accesso, la produzione e la stabilizzazione delle risorse energetiche necessarie allo sviluppo tecnologico avanzato.
Si possono certamente segnalare alcuni limiti a questa ipotesi: in primo luogo l’elevato grado di frammentazione del sistema internazionale, la competizione interna fra gli stessi Paesi produttori, il ritorno d’interesse per l’energia nucleare e il ruolo crescente delle energie rinnovabili. D’altro canto, nel breve e medio periodo, la transizione energetica non appare sufficiente a ridurre la centralità geopolitica delle fonti tradizionali e come sottolinea Robert D. Kaplan, i grandi riassetti internazionali avvengono spesso in modo informale, attraverso convergenze strategiche più che trattati formali.
Esistono infatti convergenze possibili da non sottovalutare: gli Stati Uniti sono un grande produttore e leader tecnologico, la Russia recupererebbe un suo ruolo come attore energetico primario, i Paesi del Golfo rafforzerebbero la loro posizione come equilibratori de facto della produzione globale di idrocarburi, ottenendo il riconoscimento della loro crescente centralità geopolitica. Una cooperazione, più o meno tacita, che non richiede fiducia ne implica un’alleanza politica, ma compatibilità strutturale e un coordinamento funzionale, tipico delle dinamiche geo-economiche contemporanee. Una comunione di intenti e interessi che potrebbe contribuire a stabilizzare i mercati energetici in modo più che utile alle esigenze delle economie tecnologicamente avanzate, ma avrebbe ricadute dirette e non del tutto trascurabili anche sulla Cina. In questo scenario, infatti, questo Paese risulterebbe indebolito e molto vulnerabile perché fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, nonostante i massicci investimenti in energie rinnovabili e nel nucleare che possono essere letti come forzati tentativi per ridurre questa esposizione strategica. Allo stesso tempo, anche l’India – in rapida crescita economica e geopolitica, all’interno dei Brics – potrebbe trovarsi esposta a nuove forme di pressione politica e strutturale legate all’accesso alle risorse energetiche.
Continuando in questa analisi, le pressioni militari, le sanzioni economiche e politiche esercitate dagli Stati Uniti su Iran, Venezuela e Nigeria assumono allora una valenza sistemica: ridurre la capacità di influenzare l’equilibrio globale dell’offerta da parte di attori “non allineati” concentrando il controllo energetico in mani più prevedibili e gestibili dal punto di vista geopolitico. In conclusione, questa chiave interpretativa potrebbe servire a comprendere alcune dinamiche emergenti di un nuovo ordine globale: la crescente interdipendenza tra energia, sviluppo tecnologico avanzato (IA, data center, calcolo quantistico) e la competizione globale tra grandi potenze che si gioca su più piani.
L’ipotesi di una “Yalta energetica”, imperniata su Stati Uniti, Russia e principali Paesi produttori del Golfo, serve a spiegare come per l’amministrazione Trump la governance dell’energia rappresenti il fondamento di un nuovo ordine globale, nel quale potere energetico e potere computazionale risultano sempre più inseparabili, e il cui obiettivo finale non è il dominio ideologico, ma il controllo e il mantenimento di una delle principali fonti di potere strutturale.
In un sistema internazionale caratterizzato da transizione tecnologica e competizione multipolare, per Trump l’intento più immediato è limitare Cina e India aumentando il costo strategico della loro crescita tecnologica. Quali raccomandazioni per l’Unione europea e i Paesi occidentali? La necessità d’integrare politica energetica e politica tecnologica, diversificare fonti e fornitori, investire in autonomia energetica come leva geopolitica, considerare l’energia come infrastruttura strategica dell’IA riducendo le dipendenze critiche senza frammentare eccessivamente i mercati, ed evitando che la transizione tecnologica aumenti le disuguaglianze sistemiche. Non ultimo: riconoscere che la geopolitica dell’energia è oggi uno dei principali campi di competizione e che il potere non si misura più soltanto in termini militari o industriali, e quindi vanno adottate strategie coerenti, integrate e lungimiranti utili a garantire una sicurezza energetica indispensabile per elaborare dati, sviluppare intelligenza artificiale e controllare le infrastrutture digitali critiche. In sintesi ricercare una nuova forma di potere profondamente dipendente da una variabile antica: l’energia.















