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Il regime non è riformabile, serve un “Mandela iraniano”. Parla la prof. Sabahi

Di Roberto Pagano

Farian Sabahi, professoressa associata di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi dell’Insubria, analizza la situazione attuale del Paese alla luce anche dell’origine della crisi economica, aggravata sì dalle sanzioni, ma imputabile altresì a una gestione della leadership di Teheran che ha “sperperato risorse convogliandole a Hamas a Gaza, agli Hezbollah in Yemen, agli Assad in Siria, agli Houthi in Yemen, ma anche nel Venezuela di Maduro”

In Iran, migliaia di arresti e morti, scontri e manifestazioni in molte città. Dalla fine di dicembre 2025 le proteste dei commercianti dei bazar, tradizionale sostegno del regime politico-teocratico di Teheran, si sono diffuse in tutto il Paese coinvolgendo giovani, soprattutto studenti e lavoratori.

Le violenze in strada sono inarrestabili, tra repressione delle forze dell’ordine e la rabbia di chi chiede una svolta politica reale. Il potere, in primo luogo il presidente “aperturista” Masoud Pezeshkian, aveva fatto appello al dialogo e all’ascolto dei manifestanti, ma di diverso avviso è stata la guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei.  

Farian Sabahi, professoressa associata di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi dell’Insubria e autrice di molti volumi sulla storia dell’Iran e Yemen, parla con Formiche.net della situazione nel baluardo sciita dello scacchiere mediorientale.

Per Sabahi, il regime “non è riformabile”, le proteste popolari “non si esauriranno facilmente” e più che l’erede Pahlavi, sarebbe necessario un “Mandela iraniano” per “guidare la riconciliazione nazionale ed evitare la guerra civile”. Sono poi tutte da vedere le opzioni trumpiane tra diplomazia, con il ruolo di mediazione dell’Oman, e una nuova azione militare Usa con sullo sfondo la Russia di Putin. La crisi economica, aggravata dalle sanzioni internazionali, è inoltre, secondo la docente, imputabile a una gestione scriteriata della leadership di Teheran che ha anche “sperperato risorse convogliandole a Hamas a Gaza, agli Hezbollah in Yemen, agli Assad in Siria, agli Houthi in Yemen, ma anche nel Venezuela di Maduro”.

Professoressa Farian Sabahi, come nasce la protesta? Ma proprio i commercianti dei bazar che erano i primi sostenitori della rivoluzione khomeinista ora si agitano fortemente e hanno dato il via alle manifestazioni?

Le proteste sono ricominciate domenica 28 dicembre quando a chiudere le serrande, in segno di dissenso, sono stati i negozianti di telefonia mobile nel bazar di Teheran: si sono rifiutati di vendere i cellulari ai loro clienti, consapevoli che vendendo un prodotto al dettaglio a una certa cifra, il giorno successivo avrebbero dovuto pagarlo più caro all’ingrosso.

Colpa dell’inflazione che ha superato il 40 per cento e, nel caso delle derrate alimentari, ha toccato il 72 per cento annuo (calcolato dal 21 dicembre 2024 al 21 dicembre 2025), ma anche della pessima gestione della cosa pubblica, della corruzione e delle sanzioni internazionali che limitano le esportazioni di greggio a soli 1,77 milioni di barili al giorno.

Con il passare del tempo, le proteste si sono estese a centinaia di località in tutto il paese e le rivendicazioni sono diventate anche politiche.

Ma oltre le sanzioni internazionali c’è una incapacità strutturale gestionale politica e soprattutto economica dell’élite teocratica al potere?

Assolutamente sì. I leader della Repubblica islamica hanno arraffato – uso questo termine molto efficace – tutto quello che potevano, le diseguaglianze sociali si sono acuite e la borghesia si è assottigliata. Inoltre, la leadership dell’Iran ha sperperato risorse convogliandole a Hamas a Gaza, agli Hezbollah in Yemen, agli Assad in Siria, agli Houthi in Yemen, ma anche nel Venezuela di Maduro.

Gli iraniani sono consapevoli di questo sperpero di denaro, che sarebbe stato meglio spendere per risollevare l’economia dell’Iran.
Per far fronte al dissenso, già prima di Natale le autorità della Repubblica islamica stavano procedendo ad aumentare sia gli stipendi dei dipendenti pubblici (dal 20 al 40 per cento) sia i sussidi in contanti alle famiglie a basso reddito.

Si tratta di misure che dovrebbero entrare in vigore nell’anno persiano 1405, che inizia il prossimo 21 marzo. Misure che il governo del presidente Masoud Pezeshkian aveva già presentato al Parlamento il 23 dicembre, e quindi appena cinque giorni prima che i negozianti del bazar di Teheran chiudessero le serrande in segno di dissenso. In ogni caso, aumentare i sussidi non farà che incrementare l’inflazione.

Il presidente ha prospettato qualche altra riforma in campo economico?

Sì, le riforme previste dal governo Pezeshkian, in carica da un anno e mezzo, non includono soltanto l’elargizione di sussidi, ma anche un aumento degli introiti fiscali dell’80 per cento: coloro che guadagnano l’equivalente di oltre 277 dollari non pagano la tassa sul reddito, mentre coloro che hanno entrate superiori a 927 dollari mensili versano allo Stato il 30 per cento. La novità del budget del prossimo anno persiano – che, ripeto, inizia il 31 marzo 2026 – è l’incremento dell’Iva, che passerà dal 10 al 12 per cento: a esserne colpiti saranno i consumatori finali di prodotti considerati di lusso, ma non coloro che si limiteranno a consumare i prodotti alimentari di base, come riso, latte, farina e simili.

Arresti di massa, numero di morti imprecisato e poi Internet bloccato per evitare le comunicazioni e l’ulteriore dilagare delle manifestazioni animate dall’attivismo dei ragazzi, dato che l’Iran ha una popolazione molto giovane. Ma Il regime deve temere una nuova azione militare statunitense?

Il ruolo degli Usa pare essere determinante. Dalle ultime notizie sembra che il presidente Donald Trump preferisca giocare la carta della diplomazia. Dopo essersi detto disponibile ad aiutare il popolo iraniano, in nome della libertà, nelle ultime ore Trump ha invece aperto la porta alla leadership della Repubblica islamica.

Il ministro degli Esteri di Teheran ha dichiarato che i canali della comunicazione sono aperti con l’inviato speciale statunitense. Che cosa vuol dire tutto questo? Da una parte che la diplomazia funziona, in particolare si conferma il ruolo dell’Oman, che gioca il ruolo di intermediario tra Teheran e Washington e che 11 anni fa aveva facilitato l’incontro tra John Kerry, segretario di Stato al tempo di Obama, e il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, un riformatore.

Quale scenario con le mutevoli opzioni trumpiane?

Adesso si potrebbe prefigurare un nuovo accordo nucleare, questa volta voluto da Trump, ovvero da colui che, al suo primo mandato, nel 2018 aveva mandato a monte l’accordo Jcopa (Nda, il Joint Comprehensive Plan of Action firmato nel 2015) e imposto nuove sanzioni. Quelle sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia iraniana e la popolazione dell’Iran. Un accordo tra Trump e gli ayatollah vorrebbe però anche dire un rafforzamento della Repubblica islamica, a scapito delle migliaia di manifestanti che, in queste settimane e in questi anni, hanno perso la vita.

Ma il potere, con l’azione repressiva, attende un esaurimento del movimento popolare, che purtroppo è senza un leader e senza opposizione politica organizzata in Iran?

Il movimento popolare non si esaurirà facilmente, nonostante la repressione del regime. La Repubblica islamica ha perso ogni legittimità perché non garantisce una vita dignitosa, reprime il dissenso e – come ha dimostrato la guerra dei 12 giorni lo scorso giugno contro Israele – non è nemmeno in grado di garantire la sicurezza dei suoi cittadini. Il sistema ha dimostrato di non essere riformabile. All’interno dell’Iran non c’è un leader e non c’è un’organizzazione politica di opposizione, ma questo vuol dire che non può essere decapitato.

Il piano del Consiglio nazionale iraniano e l’idea dell’erede dell’ultimo Pahlavi di proporsi come traghettatore di una eventuale transizione democratica sono prospettive realistiche?

Nelle proteste iraniane di questi giorni non c’è un leader e nessuno urla slogan con il nome di Mousavi oppure di Karroubi, i vecchi leader del movimento verde del 2009.

A rivendicare la guida dell’Iran, nel caso in cui il regime dovesse cadere, è il principe Reza Pahlavi. È nato nel 1960 ed è il figlio dell’ultimo Scià, quello scappato durante la rivoluzione del 1979, e della terza moglie Farah Diba. Il principe aveva lasciato Teheran a 17 anni, prima della rivoluzione, per andare negli Stati Uniti in un’accademia militare. Si chiama Reza come il nonno, il fondatore della dinastia Pahlavi. Un cognome che evoca lo splendore dell’antico impero persiano, ma anche le diseguaglianze sociali al tempo della monarchia, le torture della Savak – la polizia segreta dello Scià – e l’asservimento a Washington e Londra. Nel caso del principe, l’asservimento è anche a Israele, dove si è recato più volte a omaggiare Netanyahu.

La soluzione Pahlavi risulterebbe complicata e soltanto transitoria per Teheran?

Il principe Pahlavi si è detto disponibile per la transizione verso la democrazia, ma in un’intervista ha affermato di essere disponibile solo per quella. Non intende trasferirsi in pianta stabile a Teheran perché ha i suoi affetti negli Stati Uniti. Più che un principe cresciuto in America, nella ricchezza portata fuori dal padre, se il regime dovesse cadere, gli iraniani avrebbero bisogno di un personaggio alla Nelson Mandela, in grado di guidare la riconciliazione nazionale ed evitare la guerra civile.

Un intervento diretto statunitense simile all’operazione Absolute Resolve, che ha rimosso il presidente Maduro ma senza un reale regime change a Caracas, cosa comporterebbe?

È più probabile che sia Vladimir Putin, e non Donald Trump, a mettere in atto una simile operazione, in primis per una questione geografica.

In ogni caso, sembra che il leader supremo Ali Khamenei possa ancora contare su una cerchia di fedelissimi. Nei giorni scorsi, alcuni analisti hanno rilevato uno strano movimenti di aerei militari russi verso l’Iran.

Nel caso dell’Iran, rimuovere il leader supremo non basterebbe a risolvere il problema, perché l’Iran non è una dittatura tout court, ma una oligarchia di Ayatollah e Pasdaran: in caso di cambio di regime sarebbero in troppi a rischiare di perdere non solo il lavoro e benefici, ma anche a rischiare la vita nel caso di una resa dei conti. Si stima infatti che un 10-25 per cento della popolazione iraniana sia ancora dalla parte del regime perché in qualche misura affiliata ad esso.

 


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