La resilienza dell’Alleanza Atlantica riguarda le capacità militari e infrastrutture critiche, tanto quanto la tenuta cognitiva delle società. Così, report Nato tracciano le linee guida per una resilienza che includa, nel campo di battaglia, percezioni, processi decisionali e fiducia collettiva. In questo quadro, resilienza e guerra cognitiva diventano dimensioni integrate della sicurezza euro-atlantica
La resilienza dell’Alleanza, oggi, oltre alla capacità militare convenzionale, sta nella capacità di reggere l’urto sul piano cognitivo, epistemico. I due Chief Scientist Research Report della Naro dedicati alla resilienza e alla guerra cognitiva lo affermano con chiarezza: la sicurezza collettiva passa dall’integrazione tra preparazione civile, capacità militare e dominio cognitivo.
Nelle strutture organizzative, lessicali e dottrinarie dell’Alleanza, la resilienza resta un concetto operativo. Significa prepararsi, resistere, rispondere e recuperare rapidamente da shock di natura militare e non militare. È un obbligo nazionale e insieme un impegno collettivo, radicato nell’articolo 3 del Trattato di Washington.
Ma il contesto è cambiato
La competizione strategica contemporanea, la guerra sottosoglia, asimmetrica o a bassa intensità, sfrutta l’apertura delle società occidentali e colpisce infrastrutture critiche, supply chain, sistemi informativi e, sempre più spesso, la sfera delle percezioni e da qui, delle decisioni.
Ecco il nesso strutturale tra resilienza e guerra cognitiva. Come indicato dagli studi Nato, la tenuta dell’Alleanza deriva dalla combinazione tra civil preparedness e military capacity, articolata nei seven baseline requirements: continuità di governo, servizi essenziali, energia, comunicazioni, trasporti, sanità, supporto civile alle forze armate. La mappatura delle attività scientifiche della Nato mostra però come meno del 2% dei progetti Sto degli ultimi 25 anni si allinea esplicitamente a questi requisiti. Un divario che segnala la necessità di orientare meglio la ricerca, non solo di moltiplicarla o potenziarla.
In questo contesto, affermano i documenti dell’Alleanza, la lotta per la superiorità cognitiva non è da considerarsi un dominio separato, ma una dimensione trasversale che attraversa informazione, tecnologia, psicologia e società. L’obiettivo non è distruggere capacità materiali, ma influenzare comportamenti, alterare processi decisionali, degradare la fiducia collettiva. Tecnologie digitali, intelligenza artificiale, social media e deepfake amplificano una pratica antica, portandola a scala di massa
La guerra in Ucraina ha reso visibile questa convergenza. Accanto all’attrito militare convenzionale, il conflitto ha mostrato come narrazioni, disinformazione e manipolazione cognitiva possano incidere sulla resilienza di una società, dalla fiducia nelle istituzioni alla capacità di sostenere uno sforzo prolungato. E non solo in Ucraina, ma nell’Est del blocco atlantico ed europeo, così come negli Stati che si sono posizionati al fianco di Kyiv. Non a caso, il Nato Warfighting Capstone Concept lega direttamente Cognitive Superiority e Layered Resilience. Senza una popolazione informata, sistemi decisionali robusti e una capacità di sense-making affidabile, anche la superiorità militare perde efficacia.
La strategia Nato passa dalla scienza
La Science & Technology Organization ha riconosciuto sia la resilienza sia la Cognitive Warfare come strategic research challenges, costruendo comunità di esperti e programmi di lavoro dedicati. Il modello concettuale sviluppato per la guerra cognitiva, il cosiddetto House Model, individua sette aree di conoscenza chiave, dalla neuroscienza alle scienze sociali, dalla tecnologia ai modelli di comportamento. Punti chiave per rafforzare la capacità di difesa, assorbimento e recupero dell’Alleanza.
Il punto politico, però, resta a monte. I due report convergono sulla medesima constatazione: la resilienza non è un sottoprodotto automatico dell’innovazione tecnologica e richiede coordinamento civile-militare, cooperazione pubblico-privata, alfabetizzazione cognitiva delle società e una ricerca orientata alle vulnerabilità reali, non solo alle eccellenze tecnologiche. In poche parole, la superiorità cognitiva non si improvvisa e non si delega interamente ai militari.
Nella competizione sotto la soglia dell’articolo 5, la tenuta dell’Alleanza dipende dalla capacità di riconoscere che infrastrutture, menti e processi decisionali fanno parte dello stesso campo di battaglia. La resilienza, oggi, non riguarda solo ciò che regge, ma chi decide, come decide e su quali basi informative. Qui si gioca la resilienza e la competitività, oltre che la difesa, euro-atlantica.
















