Il caso della Marinera ha sollevato interrogativi inediti sulle regole dell’alto mare e sulle conseguenze strategiche delle operazioni di interdizione navale. Formiche.net ne ha parlato con Elisabeth Braw (Atlantic Council) per capire perché si tratti di un precedente rilevante e quali effetti potrebbe produrre nel medio periodo
Un’operazione che, di norma, non si fa. E proprio per questo capace di cambiare le regole del gioco. L’abbordaggio della Marinera in alto mare ha rotto un tabù della prassi marittima internazionale, spingendosi in quella zona grigia in cui il diritto si assottiglia e il rischio di escalation aumenta. Un gesto che va oltre la singola nave e parla di deterrenza, segnali politici e rapporti di forza tra grandi potenze. Formiche.net ne ha parlato con Elisabeth Braw, senior fellow dell’Atlantic Council, per capire perché questo episodio segni un punto di svolta nella sicurezza in mare.
Perché il caso della Marinera è così insolito dal punto di vista del diritto e della prassi marittima?
Si tratta di un caso estremamente insolito. In genere, quando una nave è sanzionata o sospettata di violare le norme marittime, gli Stati costieri possono abbordarla nelle loro acque territoriali e, in alcuni casi, nelle zone economiche esclusive. Gli Stati costieri hanno diritti molto ampi nelle loro acque territoriali e alcuni diritti nelle zone economiche esclusive. Ma questi poteri non si estendono alle acque internazionali. Lì, l’assenza di giurisdizione rende qualsiasi intervento particolarmente delicato, sia dal punto di vista legale sia operativo. In alto mare, nei cosiddetti beni comuni globali, gli Stati non hanno giurisdizione. È per questo che vedere un abbordaggio in acque internazionali è un evento di eccezione.
Oltre all’aspetto giuridico, quanto conta la difficoltà operativa di un abbordaggio in alto mare?
Conta moltissimo. Abbordare una nave è complesso anche in contesti controllati. Farlo in mezzo all’oceano lo è ancora di più. Per questo il caso è straordinario sotto più profili: non solo non si trattava di acque territoriali o di una zona economica esclusiva statunitense, ma di acque internazionali, dove l’operazione comporta rischi elevati.
La Russia aveva rivendicato un collegamento con la nave. Che significato ha avuto questo elemento?
Mosca aveva sostanzialmente affermato che la nave fosse collegata alla Russia, presumibilmente per dissuadere gli Stati Uniti dall’abbordaggio. Washington, però, è intervenuta comunque. Il fatto che la Russia abbia scelto di non reagire ha evitato uno scontro diretto, ma il rischio che la situazione degenerasse era reale.
Possiamo considerarlo un unicum o un precedente destinato a ripetersi?
Non penso che finirà qui. Potremmo assistere a ulteriori fermi di navi da parte degli Stati Uniti in acque internazionali. Questo caso crea un precedente operativo e politico che potrebbe essere richiamato in futuro.
Quali reazioni potrebbe innescare, soprattutto da parte di altri Paesi?
Altri Stati potrebbero decidere di “segnare punti” contro gli Stati Uniti o di inviare segnali politici trattenendo navi battenti bandiera statunitense, non solo nelle loro acque territoriali o nelle zone economiche esclusive, ma potenzialmente anche in acque internazionali. In questo senso, l’operazione rappresenta una vittoria tattica per Washington, ma espone anche le navi mercantili statunitensi a maggiori rischi durante la navigazione globale.
In sintesi, qual è la portata strategica del caso Marinera?
È un episodio altamente significativo perché mostra come le regole non scritte dell’alto mare possano essere messe alla prova. Ha evitato per ora un confronto diretto tra grandi potenze, ma ha aperto uno spazio di ambiguità che altri attori potrebbero sfruttare. E questo, nel lungo periodo, rende la sicurezza marittima più fragile.
















