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Cosa rende una cittadina “attrattiva e vitale”? Riflessioni sulla sanità in Molise

Di Francesco Barbaro

Il fatto che un’amministrazione sanitaria regionale (in questo caso, quella del Molise) dica pubblicamente a un sindaco eletto (quello di Isernia) di astenersi dalla contestazione e di concentrarsi sul proprio lavoro per rendere la sua città più “attrattiva e vitale”, rappresenta una circostanza che ha dell’eccezionale. L’intervento di Francesco Barbaro, dottore di ricerca e docente di Geopolitica e Sicurezza presso Sapienza Università di Roma

Cosa rende una cittadina “attrattiva e vitale”? Prima ancora di sagre locali o festival internazionali, di tradizioni religiose o di novità nella movida, una precondizione ineludibile dell’attrattività urbana sul lungo periodo – tradotto: ciò che convince a risiedervi stabilmente – è la garanzia dei servizi essenziali. E tra questi, la sanità occupa il primo posto, per ragioni talmente evidenti che non dovrebbero richiedere di essere spiegate: la posta in palio, infatti, è la salute dei cittadini. Non vi è forse fattore più vitale per uno spazio politico locale.

Perciò, il fatto che un’amministrazione sanitaria regionale (in questo caso, quella del Molise) dica pubblicamente a un sindaco eletto (quello di Isernia) di astenersi dalla contestazione e di concentrarsi sul proprio lavoro per rendere la sua città più “attrattiva e vitale”, rappresenta una circostanza che ha dell’eccezionale. Così come è eccezionale – va altrettanto rilevato – che un sindaco in carica, per avere la possibilità di confrontarsi con le istituzioni che amministrano la sanità della propria regione, debba ricorrere al mezzo della protesta simbolica.

Un episodio del genere si presta a diversi livelli di lettura. Gli opinionisti potranno soffermarsi su ciò che esso comporta per le traiettorie personali degli attori coinvolti, dall’una e dall’altra parte. Ma per un teorico del potere, ciò che interessa non sono tanto i rapporti di forza tra gli interpreti momentanei delle istituzioni, quanto piuttosto le questioni profonde e strutturali che caratterizzano uno spazio politico, sia pure nel piccolo della scala locale. In questo senso, l’episodio conflittuale di questi giorni porta più chiaramente alla luce i cortocircuiti della sanità molisana.

È dal 2009 che l’amministrazione di questo servizio essenziale è commissariata dal potere centrale, e siamo ormai alla vigilia del 2026: se un regime adottato per gestire una situazione straordinaria si è cronicizzato per quasi un ventennio, evidentemente non ha funzionato. Si tratta di un fallimento, che però non può essere addebitato singolarmente a questo o a quel governo né, forse, a questo o a quello dei commissari che si sono succeduti. Il problema risiede nelle finalità e nei criteri del commissariamento stesso, e nelle competenze di cui esso difetta.

Tale struttura ha il mandato di applicare una logica di adeguamento a standard quantitativi, che si esprime principalmente su due piani. Uno è quello contabile, formalmente guidato dall’obiettivo di un rientro finanziario che però, dopo tutti questi anni, non è stato raggiunto: anzi, il disavanzo è significativamente aumentato. L’altro piano è quello dei cosiddetti livelli essenziali di assistenza (Lea), che tuttavia sono misurati come dati aggregati su scala regionale: ciò comporta una sostanziale cecità rispetto alla differenziazione interna a detta scala, che penalizza le realtà locali non allineate alla media e quindi, di fatto, non adeguatamente servite.

L’inefficacia dello strumento commissariale rispetto ai propri stessi obiettivi dipende fondamentalmente dal fatto che i criteri adottati non sono altro che meri indicatori, insufficienti di per sé a restituire la complessità del contesto sanitario regionale e dei problemi sui quali intervenire. Tale scopo oltrepassa le competenze contabili e cliniche di commissari e dirigenti sanitari, e richiede quelle dell’analisi territoriale e strategica. Si tratterebbe, piuttosto, di un lavoro per geografi politici e – aggiungo – per esperti di sicurezza perché sì, la tenuta dei servizi essenziali sul territorio è anche e soprattutto una questione di sicurezza.

Durante la prima fase della pandemia, per esempio, quando la provincia di Isernia non aveva ancora registrato contagi ufficiali, pochi elementi mi furono sufficienti per individuare come altamente probabile il rischio di una contaminazione del pronto soccorso, con conseguente chiusura della struttura per sanificazione e, quindi, interruzione del servizio. A poche ore dalla mia analisi fu comunicato che, con le stesse dinamiche che avevo ipotizzato, lo scenario si era realizzato. Al netto degli errori dei singoli, dunque, furono evidenti la mancanza di un’adeguata valutazione del rischio e le sue concrete conseguenze.

D’altro canto, l’analisi territoriale mostra come l’organizzazione di uno spazio sanitario non possa basarsi unicamente sul rispetto di soglie quantitative, siano esse riferite alla redditività o ai volumi di attività dei reparti. Considerando anche l’alta e strutturale mobilità passiva – ovvero il ricorso dell’utenza ai servizi di altre regioni – da un lato, una ristrutturazione funzionale non può sovraccaricare ulteriormente un hub già sotto pressione come quello di Campobasso. Dall’altro, però, non è possibile operare ridimensionamenti complementari tra due spoke come Isernia e Termoli, scommettendo che ciò porti a una compensazione funzionale. Il motivo è semplice: le due strutture non solo servono bacini di utenza molto differenti, ma hanno una distanza che rende l’accessibilità reciproca incompatibile con prestazioni tempo-dipendenti (infarti, ictus, emergenze ostetriche ecc.).

Una configurazione di questo tipo corrisponde a quella che, a un livello più generale, contraddistingue il territorio molisano, e che non a caso ripropone problematiche analoghe rispetto ad altri servizi essenziali – si pensi ai trasporti. Ciò suggerirebbe di concentrarsi su soluzioni profonde e strutturali quanto le questioni stesse: una regione con tratti tanto atipici, per esempio, necessiterebbe del riconoscimento di uno statuto speciale.

Ad ogni modo, in assenza di un approccio analitico adeguato, si comprende come lo strumento commissariale non solo non sia riuscito a essere risolutivo, ma anzi abbia consentito il rafforzamento di un complesso di dinamiche disfunzionali all’interno dell’ambito sanitario.

La già radicata tendenza a una gestione particolaristica degli ambienti di lavoro è stata ulteriormente facilitata, paradossalmente, dalla limitazione delle responsabilità dei vertici amministrativi. Parallelamente, la logica aziendalista presupposta dai criteri di rientro finanziario ha contribuito a intensificare un processo, ormai storico, di svuotamento della sanità pubblica a vantaggio di quella privata.

A monte, una storia di porte girevoli tra le due e la politica, favorite dal peso sociale della figura del medico nei contesti di provincia – che però ha avuto tra i suoi effetti anche un innalzamento delle barriere all’ingresso del settore.

Queste riflessioni dovrebbero bastare a chiudere il cerchio del ragionamento, perché le varie criticità che abbiamo rilevato danno più di un motivo per dubitare che l’organizzazione della sanità in Molise possa rendere le cittadine di questa regione “attrattive e vitali”.

Ciò vale a maggior ragione nella prospettiva dei professionisti dell’ambito, dal momento che i medici – ma anche gli infermieri e gli operatori socio-sanitari, anch’essi essenziali e anch’essi sotto-organico – hanno bisogno di un ambiente di lavoro funzionale, prima ancora che di un buon posto dove fare l’aperitivo.


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