La cattura di Nicolás Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti non rappresentano soltanto un punto di rottura nelle relazioni tra Washington e Caracas. L’operazione dell’amministrazione Trump non è diretta solo al Venezuela, ma soprattutto alla Cina, alla Russia e all’Iran, attori che negli ultimi anni hanno considerato l’America Latina un’area a basso costo strategico per l’espansione della propria influenza
La cattura di Nicolás Maduro in Venezuela e il suo trasferimento a New York per affrontare le accuse statunitensi vengono interpretati principalmente come un episodio drammatico nelle relazioni tra gli Stati Uniti e l’America Latina. Questa visione, tuttavia, non coglie il punto fondamentale. L’episodio funge da segnale strategico, un messaggio rivolto meno a Caracas che al più ampio riassetto della deterrenza statunitense in un nuovo ordine mondiale sempre più conteso, con implicazioni per le potenze rivali ben oltre l’emisfero occidentale.
Il pubblico di riferimento del presidente statunitense Donald Trump si estende ben oltre Caracas. Il suo messaggio è calibrato per Cina, Russia e Iran, e probabilmente anche per altri Stati, che da tempo considerano l’America Latina un’arena a basso rischio per la proiezione della propria influenza.
Questa convinzione è stata evidente nella penetrazione economica di Pechino attraverso il debito, l’energia e le infrastrutture; nei legami di sicurezza e nella cooperazione di intelligence di Mosca; e nell’impronta logistica e di sicurezza dell’Iran in Venezuela e in alcune parti della regione. Tutti questi attori hanno messo alla prova la tolleranza degli Stati Uniti per anni, operando nella convinzione che l’emisfero fosse strategicamente secondario per Washington.
La cattura di Maduro ha lo scopo di infrangere questa convinzione. Il segnale è che l’influenza indiretta, le attività nella zona grigia e l’azione strategica autonoma nelle Americhe avranno ora costi tangibili.
La mossa di Trump contro Maduro è motivata da molteplici fattori, tra cui considerazioni economiche e legali. Soprattutto, però, è di natura geopolitica. Riflette le realtà di una nuova Strategia di Sicurezza Nazionale e di una dottrina Trump emergente, che ridefinisce le linee rosse statunitensi e riafferma la deterrenza come principio guida.
Ciò che Trump sta segnalando non è una politica isolata per il Venezuela, ma una riaffermazione dell’intento strategico degli Stati Uniti nel loro immediato vicinato e oltre, laddove sono in gioco interessi fondamentali.
Dal punto di vista dell’amministrazione, dopo anni in cui l’instabilità emisferica è stata gestita, compartimentalizzata o tacitamente tollerata, Washington sta chiarendo che l’emisfero occidentale è di nuovo centrale per la strategia statunitense, non uno spazio permissivo alla deriva, alla governance criminale o alla proiezione incontrollata di potere esterno.
Al centro di questo approccio c’è la ridefinizione dei confini. Ai governi latinoamericani viene detto che la sovranità non proteggerà più i regimi che fondono il potere statale con la criminalità transnazionale, il traffico di droga e la finanza illecita. Ponendo in primo piano le incriminazioni e la responsabilità legale, gli Stati Uniti stanno ridefinendo la geopolitica attraverso l’applicazione della legge e la deterrenza, piuttosto che affidandosi esclusivamente alla diplomazia. I leader che criminalizzano lo Stato vengono trattati meno come controparti politiche e più come minacce alla sicurezza.
Anche gli alleati vengono presi in considerazione. Washington sta segnalando una rinnovata volontà di agire senza un pieno consenso quando ritiene che siano in gioco interessi fondamentali, agendo per prima e gestendo le conseguenze diplomatiche in un secondo momento. Ciò segna una svolta rispetto a un’epoca in cui la cautela spesso prevaleva sulla chiarezza.
I critici sosterranno che tali azioni rischiano di erodere il diritto internazionale, infiammare l’opinione pubblica regionale e creare precedenti che altri potrebbero sfruttare. Avvertiranno che la forza unilaterale, anche se inquadrata legalmente, può minare le norme su cui gli stessi Stati Uniti si basano e che un’escalation nell’emisfero potrebbe rivelarsi difficile da contenere. Per loro, queste preoccupazioni toccano il cuore dell’ordine globale e della credibilità degli Stati Uniti.
Eppure, liquidare la mossa di Trump come una semplice ripetizione dei passati interventi statunitensi significa non cogliere la distinzione che si sta delineando. Non si tratta dell’Iraq. Non si tratta dell’Afghanistan. Non è un progetto a tempo indeterminato di occupazione o di costruzione di una nazione. È lo sforzo deliberato di Trump per ripristinare la deterrenza in una regione a lungo considerata geopoliticamente stabile.
In definitiva, questo episodio sarà giudicato non dalla legalità di una singola operazione o dal destino di un singolo leader venezuelano, ma da ciò che ne seguirà. La deterrenza ha successo solo se accompagnata da disciplina, chiarezza e moderazione. Il fatto che questa ricalibrazione stabilizzi l’emisfero o provochi un’escalation plasmerà la politica regionale e globale per gli anni a venire.















