Sarebbe il caso che le comunità delle nazioni che ancora continuano a credere nel valore assoluto della diplomazia e della politica, entrambe poggiate su un lessico compatibile, cominciassero a non lasciar cadere le parole forti, come se a pronunciarle fosse un vecchio zio un po’ così a cui si deve comprensione perché ha una certa età. Perché Zio Sam se può governare una nazione dovrà assumersi anche l’impegno di qualche regola. Cominciando dalle parole. La rubrica di Pino Pisicchio
John Bolton, ex consigliere per la sicurezza di Trump nel primo mandato presidenziale, poi caduto in disgrazia perché si permetteva qualche volta di manifestargli il suo diverso parere (ma non è questo che dovrebbe fare sempre un buon suggeritore dei potenti?), in una intervista sull’affaire Groenlandia, si lascia scappare una frasetta di importanza capitale. Riferendo la battuta ad un suo amico, Bolton dice di Trump: “non ha filtri tra il cervello e la lingua”.
Tradotto in effetti sulla politica internazionale, l’uomo celebrato come il più potente del mondo starebbe trascinando il mondo nel suo intimo vortice di azioni non soppesate, seguendo la sola traccia di una vorace istintualità egolatra, nutrita dalle sue stesse parole che, fossero dette da un suo coetaneo pensionato nella sala da biliardo di un hotel di lusso per anziani in Florida, sarebbero interpretate come una battuta. Dette dal presidente degli Usa no. Lasciano il segno e si portano appresso parecchio, cominciando dai suoi alleati occidentali.
Ora, sicuramente Bolton avrà motivi suoi personali per nutrire sentimenti non proprio amichevoli sul suo ex datore di lavoro, ma su una cosa lui, o, come dice, il suo “saggio amico”, hanno ragione: Trump sta facendo a pezzi il linguaggio delle relazioni internazionali prima ancora del diritto internazionale stesso, che immediatamente dopo ne registra gli effetti concreti. Perché se le parole sono pietre, lo sono ancora di più quando servono a relazionarsi tra Stati. Il rodomontismo trumpiano, pieno di digrignamenti, di minacciosità, di perenni riferimenti alle armi, di muscolarità senza un briciolo di considerazione dei modi, delle procedure, delle istituzioni, delle conseguenze, è una modalità che, a ben vedere, precede sempre l’azione forte.
Ed è come se dicesse: “io lo dico, vediamo l’effetto che fa. Se si spaventano e cedono ok, sennò andiamo avanti. Io glielo avevo detto prima”. E siccome nessuno dice più niente, ecco che il veloce cortocircuito tra pensiero e azione (mi perdoni Giuseppe Mazzini!!!) traduce subito la minaccia. Del resto la dinamica è stata ben illustrata dal suo vice Vance, che studia per diventare il prossimo Trump con diversi anni di meno e qualche lettura in più: ”attenzione europei, prendete sul serio quel che dice il presidente, perché quel che dice farà”.
In realtà ha proprio ragione James David Vance, perché finora è andata sempre così. In un anno di presidenza, che avrebbe dovuto fare di lui un candidato al Nobel per la pace e creditore della riconoscenza perpetua di un mondo bellicoso come negli evi più lontani, Trump ha minacciato parecchio e attivato coerentemente azioni guerresche da film hollywoodiani tipo mission impossible, con bombardamenti chirurgici in Iran, e prelevamento del cattivo in Venezuela. E Messico e Colombia sono in coda, col bigliettino in mano come dal pizzicagnolo, in attesa dell’ora X.
L’unica buona pace prodotta non è purtroppo quella promessa, ma quella del diritto internazionale. Ma senza voler fare citazioni esagerate, il tycoon americano alla Casa Bianca, sta celebrando il paradigma di Carl Schmitt sulla politica della forza, facendo a pezzi quello kantiano sulla pace. Certo, ogni tanto s’apre un’altra finestra, diciamo così, intermedia, che è quella del dollaro. “La Groenlandia ce la compriamo”.
Sarebbe il caso che la comunità delle nazioni che ancora continuano a credere nel valore assoluto della diplomazia e della politica, entrambe poggiate su un lessico compatibile, cominciassero a non lasciar cadere le parole forti, come se a pronunciarle fosse un vecchio zio un po’ così a cui si deve comprensione perché ha una certa età. Perché Zio Sam se può governare una nazione dovrà assumersi anche l’impegno di qualche regola. Cominciando dalle parole.
















