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Prezzi alti e diritti calpestati. Cosa c’è dietro le proteste in Iran

Gli iraniani tornano a manifestare contro le scelte del regime e un picco di inflazione di circa 50%, mentre i morti salgono e il presidente Trump si dice pronto ad intervenire per salvarli dalla repressione. Il ruolo politico e finanziario dei bazaari

Da circa una settimana le piazze dell’Iran sono scenario di proteste. A motivare lo scontento è l’aumento del costo della vita e la repressione del regime. Tutto è cominciato il 28 dicembre, con uno sciopero dei commercianti a Teheran per la crisi economica. Alla manifestazione si sono aggiunti gli studenti universitari. Il 1° gennaio sono morte sei persone negli scontri tra manifestanti e polizia nelle città di Teheran e Lordegan.

Un’immagine delle proteste è diventata virale: un uomo è seduto in mezzo alla strada cercando di bloccare il passo delle forze di sicurezza in moto. La fotografia è stata paragonata alla storica foto dell’uomo e al carrarmato di Piazza Tiananmen nel 1989.

Le autorità iraniane hanno deciso di chiudere molti uffici pubblici in 21 province (su 31), con la scusa della necessità di risparmiare energia per l’ondata di freddo. Ma la verità è che vogliono evitare l’incursione dei manifestanti nei palazzi istituzionali, come accaduto contro il palazzo di governo a Fasa. Le proteste si sono allargate anche nella piccola cittadina Marvdasht.

“Né Gaza, né Libano, che la mia vita sia sacrificata per l’Iran”, è uno degli slogan che si ripete nei video delle manifestazioni diffusi sui social network. Allo scontento per la crisi economica e l’aumento dei prezzi si sono aggiunte le critiche contro il governo e la repressione sociale, il sostegno a organizzazioni come Hamas e Hezbollah e altre alleanze regionali al di sopra delle necessità del Paese.

E il fatto è che l’economia dell’Iran attraversa un grave momento di crisi. La svalutazione della moneta ha provocato un aumento dell’inflazione, fino al 42%, fermando l’importazione di prodotti. Secondo il Centro di Statistiche iraniano, nell’ultimo anno i prezzi sono aumentati del 52%, con un aumento ancora più alto dei prodotti di prima necessità.

Durante secoli la classe di commercianti bazaari ha avuto un ruolo importante, sia economico che politico, in Iran. I bazaari dei tradizionali mercati a Teheran, Isfahan, Tabriz e Mashhad sono da molto tempo legati alle fondazioni religiose che davano potere morale e finanziario. Lo scontento dei bazaari ha iniziato la Protesta del Tabacco del 1891-1892 e la Rivoluzione Costituzionale del 1905-1911. Una dinamica simile si è presentata nel 1950, quando i bazaari hanno sostenuto il movimento di nazionalizzazione di Mohammad Mossadegh e durante le proteste del 1978.

“Pertanto, il bazaar è molto di più di un semplice mercato. Ha la priorità di essere un motore storico che spinge l’Iran in una direzione o in un’altra – si legge sul Jerusalem Post -. La domanda è: i bazaari scioperano questa volta solo per lo scontento finanziario o anche contro il regime? La Repubblica Islamica ha cercato di calmarli e di risolvere il problema finanziario che ha creato”.

Questa situazione ha portato alle dimissioni di Mohammad Reza Farzin, presidente della Banca Centrale. Il presidente iraniano Pezeshkian ha chiesto ai manifestanti di criticare in maniera “costruttiva” il governo, per evitare divisioni interne che possono solo peggiorare la situazione.

Masoud Pezeshkian, presidente dell’Iran, ha assicurato che il governo ascolterà le “richieste legittime” di chi protesta. Ma il procuratore generale, Mohammad Movahedi-Azad, ha avvertito che qualsiasi tentativo di creare instabilità nel Paese sarà fermato con “una risposta schiacciante”.

L’ultimo ad intervenire è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Sulla piattaforma Truth Social ha scritto: “Se l’Iran sparerà e ucciderà violentemente i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America correranno in loro soccorso. Siamo pronti a intervenire per salvarli. Siamo preparati e pronti per agire”. Negli ultimi anni l’economia iraniana si è visto colpita dalle sanzioni internazionali imposte dagli Usa nel 2018, dopo il ritiro di Trump (nel suo primo mandato) dall’accordo nucleare internazionale.

Le proteste non hanno ancora raggiunto la dimensione di quelle del 2022, dopo la morte della giovane Mahsa Amini in mano alla polizia religiosa, ma si intensificano giorno dopo giorno. Nel 2019, la repressione delle forze di sicurezza ha ucciso più di 1500 persone, secondo un bilancio a cui ha avuto accesso l’agenzia Reuters. Allora, come oggi, chi protesta in piazza chiede la rivendicazione dei diritti delle donne e più opportunità economiche e sociali.

 

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Un post condiviso da Armin Arefi (@arefiarmin)


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