Il contenuto del prossimo referendum costituzionale è una occasione per riaffermare i punti di una cultura politica che era, e resta, centrale e decisiva per ridare qualità alla democrazia italiana, credibilità alla istituzioni democratiche e anche efficacia all’azione di governo. L’opinione di Giorgio Merlo
Nel rigoroso rispetto del pluralismo politico ed elettorale ormai consolidato da tempo, non possiamo non rilevare che anche e soprattutto nel mondo Popolare c’è una forte propensione a votare Sì al prossimo referendum costituzionale sulla giustizia. Di qui la recente presentazione di un “Comitato Popolari per il Sì”.
Detto così, però, potrebbe apparire come una semplice iniziativa elettorale e persin burocratica in vista della prossima consultazione. E invece non è così per una ragione di carattere storico, politico e culturale. Che non si può e non si deve dimenticare. E cioè, nel gennaio ‘94, dopo il tramonto della DC, rinasce il Ppi guidato da Mino Martinazzoli, Franco Marini, Gerardo Bianco e Rosa Russo Iervolino – solo per ricordare alcuni dirigenti qualificati ed autorevoli dell’epoca – e proprio nelle tesi programmatiche del partito presentate all’Istituto Sturzo c’era anche un esplicito riferimento al capitolo della separazione delle carriere, accompagnato da un indubbio ed oggettivo appoggio a quella potenziale riforma.
E, del resto, proprio quel tema ha segnato e caratterizzato l’azione politica e legislativa dei Popolari e della loro presenza concreta nel dibattito politico e parlamentare del nostro Paese. Certo, il prossimo referendum sulla giustizia contiene anche altri argomenti, da molti Popolari radicalmente condivisi. A cominciare, anche e soprattutto, da quello di spezzare definitivamente ed irreversibilmente la deriva nefasta del correntismo che era e resta la causa principale ed essenziale della permanenza di una “casta” che va semplicemente azzerata e superata. Ma, per restare al capitolo della separazione delle carriere presente nel progetto del Ppi sin dalla sua fondazione nel lontano 1994, non possiamo non avanzare una ulteriore riflessione di carattere politico. E cioè, se vogliamo far sì che la cultura, la storia e la tradizione dei Popolari non diventi, come è capitato concretamente nel Pd guidato da Elly Schelin, un semplice ornamento politicamente ininfluente e drasticamente irrilevante, è arrivato anche il momento per non vergognarci della nostra storia che, ed è persino inutile ricordarlo, è politicamente, culturalmente e programmaticamente alternativa rispetto al massimalismo, al radicalismo e all’estremismo dell’attuale sinistra italiana.
E proprio il contenuto del prossimo referendum costituzionale è una ghiotta occasione per riaffermare i punti centrali di una cultura politica che era, e resta, centrale e decisiva per ridare qualità alla democrazia italiana, credibilità alla istituzioni democratiche ed anche efficacia all’azione di governo. Un ruolo, quello della cultura Popolare, che è stato anche autorevolmente richiamato dal Presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera al recente incontro della “sinistra per il Sì” di Firenze. E i Popolari, appunto, possono e debbono dare un contributo politico e culturale importante non come gregari ma, al contrario, da protagonisti.
















