Fabio Porta, deputato Pd eletto nella circoscrizione estero dell’America Meridionale e componente della Commissione Esteri e Affari Comunitari di Montecitorio, spiega perché, pur condannando il totalitarismo di Maduro, a suo avviso la Casa Bianca fornisce un “alibi” al regime per “presentarsi come vittima di una cospirazione internazionale e di una usurpazione della sovranità nazionale”
Resta incerta la situazione in Venezuela dopo la spettacolare operazione politico-militare statunitense “Absolute resolve” che ha rimosso l’ormai ex presidente venezuelano Nicolas Maduro e consorte, condotti a giudizio a New York e accusati dagli Usa di narcotraffico ed altri reati.
A poche ore dalla lunga conferenza stampa convocata del Presidente Donald Trump, non è stato ancora delineato il desiderato “regime change” del regime “socialista-bolivariano” inaugurato da Hugo Chavez e dal suo successore a Palazzo di Miraflores e, soprattutto, il ruolo degli Stati Uniti per governare direttamente o forse limitarsi a supervisionare a Caracas una “transizione democratica corretta”, recuperando le proprie “infrastrutture petrolifere”.
Fabio Porta, deputato Pd eletto nella circoscrizione estero dell’America Meridionale e componente della Commissione Esteri e Affari Comunitari di Montecitorio, è particolarmente preoccupato per il nuovo “colpo inferto al multilateralismo”, al diritto internazionale e il revival della Dottrina Monroe da parte di Washington.
E pur condannando il regime totalitario di Maduro, la persecuzione degli oppositori e l’arbitrio giudiziario in cui si trovano molti nostri connazionali, per Porta, la Casa Bianca fornisce un “alibi” al regime per “presentarsi come vittima di una cospirazione internazionale e di una usurpazione della sovranità nazionale”.
Si attendeva da tempo un’iniziativa decisa da parte dell’amministrazione Trump contro il Venezuela a guida Maduro, ma non così spettacolare e chirurgica?
È stata un’operazione per certi versi preannunciata, ma sicuramente al di fuori del diritto internazionale. E per di più con una riproposizione della dottrina Monroe, con gli Stati Uniti che vogliono esercitare un controllo politico-militare ed anche economico dell’America Latina. Trump l’ha detto con la schiettezza che lo contraddistingue. Da questo momento è molto chiaro chi comanda in America Latina.
È un’ulteriore conferma della fine del multilateralismo e il ritorno a nuove sfere di influenza, nella specifica visione trumpiana?
La politica trumpiana e ancor più questo intervento in Venezuela prefigurano tutto questo, e segnatamente in America Latina. Anzi, vi è una sorta di legittimazione della stessa invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin o dell’eventuale, prossima occupazione di Taiwan da parte della Cina Popolare. Quello che deve preoccupare non è ovviamente la fine di un dittatore, qual è Nicolas Maduro, e del suo regime, rispetto al quale io e il Partito Democratico avevamo espresso già da tempo non solo tutte le riserve, anche rilanciando e ribadendo le molte denunce sulla contraffazione delle elezioni a Caracas e l’umiliazione degli oppositori, ma anche l’inaccettabile sequestro dei beni degli italiani fino alla ingiusta detenzione di nostri connazionali.
Come immagina i prossimi giorni?
In questo momento, il quadro non è per nulla tranquillizzante. Questa operazione così condotta è un grave precedente. Vi è anche l’incertezza di una transizione avviata con le armi che non sappiamo affatto dove porterà. Infatti, formalmente esiste ancora il regime di Maduro, ora sostituito dalla sua vice presidente Delcy Rodriguez, e di cui non è chiaro quanto potere possa esercitare.
Inoltre, non si sa nemmeno se se nei prossimi giorni ci sarà una escalation della crisi, con un’inzio di guerra civile oppure nuovi bombardamenti da parte degli Stati Uniti.
E, lei lo ricordava, ci sono i nostri connazionali bloccati a Caracas senza giustificazione.
Certamente. Siamo estremamente preoccupati per la situazione di Alberto Trentini, Biagio Pilieri e di almeno altri 12 italiani o venezuelani con cittadinanza italiana. Tutti loro, in queste ore, credo che siano ancora più a rischio di prima dell’intervento statunitense e dell’arresto di Maduro.
Vi è una frattura più che decennale nella società e nell’arena politica venezuelana. L’azione militare di Washington rinfocolerà quale nazionalismo? Pro o contro gli Stati Uniti?
Con questa azione militare, che poi vedremo in che tipo di occupazione e di governo si tradurrà, Trump ha avuto anche l’effetto perverso di fornire un alibi al regime totalitario di Maduro, che può presentarsi come vittima di una cospirazione internazionale e di una usurpazione della sovranità nazionale. E ricevendo, quindi, una diffusa solidarietà all’estero per la evidente violazione Usa del diritto internazionale, di cui i capi del regime di Caracas non avevano affatto bisogno.
Un intervento reso necessario dalla “inazione” dei suoi predecessori alla Casa Bianca – ha affermato il tycoon – non solo per combattere il traffico di droga, ma anche per garantire le imprese statunitensi e le infrastrutture petrolifere?
Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato necessaria questa azione condotta dalle sue forze militari, all’insegna della lotta al narcotraffico. Ma quel che preoccupa è che Trump aveva necessariamente bisogno di dipingerla come una operazione di sicurezza nazionale, perché solo così poteva bypassare il Congresso. Ma ben sappiamo che il Venezuela non è il principale Paese nella produzione e nel traffico di droga: sono ben più importanti altri Stati, dal Messico alla Colombia, fino all’Ecuador.
C’è un ruolo del Segretario di Stato, Marco Rubio, che ha messo in guardia anche Cuba, protettrice del regime “socialista-bolivariano” di Caracas?
Sì, direi che si tratta di un’operazione voluta fortemente da Rubio, più che da Trump, pensando anche alle prossime elezioni. I latinos, che sono una componente fortissima della società statunitense e alle ultime elezioni sono stati importantissimi per l’elezione di Donald Trump, stavano soffrendo le politiche immigratorie della stessa amministrazione che colpiva soprattutto i latinoamericani. Hanno avuto adesso la risposta che volevano. Rubio ha ottenuto quello che voleva, cioè dare ai venezuelani e ai cubani che sono negli Usa – forti oppositori dei rispettivi regimi – lo scalpo di Maduro. Quindi la guerra alla droga non c’entra nulla, con la democrazia in Venezuela. Non è ovviamente questa la priorità di Donald Trump.
Quali amici e nemici in America Latina per il Presidente Usa?
L’idea trumpiana dei rapporti internazionali deve far riflettere: il Venezuela può essere soltanto il primo paese ad essere attaccato, Già abbiamo visto che le elezioni in Honduras sono state influenzate fortemente dalla presenza di Trump, come anche le consultazioni in Argentina. Lì non c’è stata un’occupazione militare, ovviamente, ma le interferenze di Washington sono state fortissime.
Anche il presidente colombiano, Gustavo Petro, e del Brasile, Lula, devono essere preoccupati?
Il governo brasiliano è solido e ha accresciuto il suo consenso anche per la dura risposta data dal presidente Lula all’imposizione degli altissimi dazi statunitensi. Nel prossimo ottobre a Brasilia si svolgeranno le elezioni e, certamente, il vento di destra ed una certa aggressività degli amici di Trump, come l’ex presidente golpista Bolsonaro si manifesterà. Più problematica mi appare la situazione del governo Petro, che non gode di buona salute dal punto di vista del consenso popolare ed è probabilmente più a rischio.
Ma tornando alla vicenda venezuelana, sottolineo che, comunque, sia Lula che Petro, pur condannando questo attacco degli Stati Uniti contro il regime di Caracas non avevano riconosciuto la legittimità e la correttezza dell’elezione presidenziale di Maduro.
Infine quale ruolo per l’Europa?
Il ritorno della politica del “cortile di casa” da parte Usa avrebbe dovuto spingere l’Unione europea, ad esempio, a stringere rapidamente l’accordo Mercosur, ed invece, anche per la posizione del governo italiano, ci siamo allontanati – speriamo momentaneamente – dall’America Latina.
Io credo che l’Europa dovrebbe avere il coraggio di assumere una posizione non a favore di questo di quell’altro leader sudamericano, ma sicuramente a favore della della democrazia e della difesa della sovranità e dei confini nazionali. Ovunque. Questo lo facciamo per l’Ucraina. A maggior ragione dobbiamo farlo su qualsiasi altro territorio che viene minacciato da aggressioni esterne.














