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La strategia Usa dal controllo delle rotte al contenimento dei regimi ostili. Scrive Zennaro

Di Antonio Zennaro

Le recenti mosse degli Stati Uniti sul Venezuela non sono episodi isolati, ma parte di una strategia coerente con la dottrina di sicurezza nazionale americana. La regione latinoamericana è considerata un perimetro di sicurezza primaria, con il Venezuela come caso emblematico. La politica statunitense, in questa fase, combina strumenti diplomatici, finanziari e tecnologici per ridurre i rischi sistemici, mentre la competizione con la Cina rimane la prima priorità. L’analisi di Antonio Zennaro, già membro del Copasir e della Commissione Finanze

Le recenti iniziative statunitensi sul dossier venezuelano non vanno interpretate come un episodio isolato né come una scelta contingente legata alla politica interna americana. Esse si inseriscono, piuttosto, in una traiettoria strategica più ampia, coerente con l’evoluzione della dottrina di sicurezza nazionale degli Stati Uniti negli ultimi anni. Al di là delle alternanze politiche, l’impostazione che emerge sotto Donald Trump si colloca in una continuità concettuale già delineata nei principali documenti strategici di Washington: dalla National security strategy alle linee guida del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, fino ai documenti del Dipartimento della Difesa dedicati alla competizione tra grandi potenze.

L’America Latina come perimetro di sicurezza primaria

Nella dottrina strategica americana, l’America Latina è definita implicitamente come spazio di sicurezza primaria. Non solo per ragioni storiche, ma per motivazioni concrete: controllo delle rotte commerciali, stabilità delle filiere energetiche, sicurezza delle infrastrutture critiche, contenimento dei flussi criminali transnazionali.

I documenti strategici statunitensi degli ultimi anni hanno progressivamente abbandonato una visione “assistenziale” della regione, per adottare una lettura più realistica delle dinamiche in atto. In particolare, viene evidenziata la convergenza di quattro fattori destabilizzanti: l’evoluzione dei cartelli del narcotraffico in strutture para-statali; la presenza di regimi apertamente ostili agli interessi statunitensi; la crescente penetrazione economica, tecnologica e infrastrutturale della Cina; l’uso di processi elettorali come strumenti di consolidamento autoritario In questo contesto, il Venezuela rappresenta un nodo critico, ma non l’unico. È piuttosto uno dei casi emblematici di una più ampia fragilità regionale.

Dai documenti di indirizzo all’azione amministrativa

Un elemento centrale del sistema statunitense è la capacità di tradurre le linee strategiche in prassi operative. Le National security strategy e i documenti di pianificazione inter-agenzia non si limitano a definire minacce astratte, ma orientano concretamente l’azione dell’apparato statale. In tali testi emerge con chiarezza un principio: la prevenzione della formazione di minacce strutturate nel cosiddetto near abroad americano. Ciò implica la riduzione della capacità di azione dei soggetti ritenuti sistemicamente ostili, attraverso un mix di strumenti diplomatici, finanziari, giuridici e informativi. In casi selezionati, questi strumenti possono essere accompagnati da iniziative più incisive, sempre all’interno di una logica di contenimento e deterrenza. Si tratta di un’impostazione che precede Trump e che, con Trump, viene applicata in modo più diretto e meno mediato sul piano comunicativo.

Europa, influenza esterna e vulnerabilità decisionale

Questo cambio di passo non riguarda solo l’America Latina. In Europa, e in particolare a Bruxelles, le recenti inchieste che hanno coinvolto esponenti del Parlamento europeo hanno riaperto il dibattito sulla vulnerabilità dei processi decisionali alle influenze esterne. Nei documenti strategici americani, il tema dell’influenza straniera è trattato in modo sempre più esplicito. In particolare, la Cina viene indicata come attore impegnato a utilizzare leve economiche, tecnologiche e relazionali per orientare le scelte politiche di Paesi alleati, con l’obiettivo di indebolire la coesione dell’asse euro-atlantico. Da qui nasce una divergenza di percezione: mentre l’Unione europea tende a inquadrare molte di queste dinamiche in termini di cooperazione economica o dialogo multilaterale, a Washington cresce l’attenzione per i profili di rischio sistemico.

Trasparenza, dati e riduzione delle ambiguità

Un ulteriore fattore di discontinuità è rappresentato dall’evoluzione tecnologica. La capacità di analisi avanzata dei dati, sviluppata anche da realtà come Palantir Technologies, consente oggi di incrociare informazioni finanziarie, relazionali e decisionali su scala globale. Questo non comporta automaticamente azioni punitive, ma riduce significativamente gli spazi di ambiguità strategica. In una fase di competizione sistemica, posizionamenti formalmente neutrali ma sostanzialmente allineati a potenze concorrenti diventano più visibili e, quindi, più difficili da sostenere.

Una competizione strutturale, non episodica

Il quadro che emerge dai documenti e dalle recenti iniziative americane è quello di una competizione di lungo periodo tra Stati Uniti e Cina. Una competizione che non si gioca esclusivamente sul piano militare, ma su catene del valore, infrastrutture critiche, tecnologia, informazione e influenza politica. Il 2026 appare dunque come una fase di consolidamento di questa dinamica. Le iniziative statunitensi in America Latina, Venezuela incluso, non rappresentano una rottura improvvisa, ma l’applicazione coerente di una dottrina che considera la difesa del perimetro strategico primario una priorità non più rinviabile. In questo senso, più che di escalation, si dovrebbe parlare di riallineamento strategico: una scelta che riflette la convinzione, diffusa a Washington, che il costo dell’inazione sia ormai superiore a quello di un intervento calibrato.


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