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Il fuoco all’Hilton e la nostra mappa sbagliata. Scrive Volpi

Di Raffaele Volpi

L’ennesimo attentato contro Donald Trump riporta in superficie un limite ricorrente dello sguardo europeo sull’America, la tendenza a leggere tutto con categorie politiche che non bastano a spiegare ciò che accade oltreoceano. Destra e sinistra, liberal e conservatore, centro e periferia non coincidono con i nostri riferimenti. Per questo il vero errore non è solo capire male un episodio, ma continuare a interpretare gli Stati Uniti con un vocabolario che non è il loro

Ogni volta che l’America produce una scena che non riusciamo a decifrare — un attentato, un’elezione, una rivolta — la nostra prima reazione è cercare la casella giusta: destra o sinistra, conservatore o progressista. È un riflesso comprensibile. È anche un riflesso sbagliato.

L’ennesimo attentato contro Donald Trump — il terzo tentativo di assassinio in meno di due anni — rilancia questa domanda con urgenza. Non perché il profilo dell’attentatore ci dica qualcosa di definitivo sulla politica americana. Ma perché la velocità con cui il dibattito italiano e europeo lo archiverà in una casella ideologica preconfezionata rivela qualcosa di definitivo su di noi, sulla nostra incapacità strutturale di leggere ciò che accade oltre Atlantico.

Un paese, due vocabolari

Prendiamo la parola “liberal”. In Italia, il termine evoca una tradizione precisa: Einaudi, Malagodi, il centro-destra economico, il primato del mercato sulla pianificazione statale. Un “liberale” italiano è tendenzialmente moderato, europeista, favorevole alla concorrenza e diffidente verso l’intervento pubblico nell’economia.

Negli Stati Uniti, “liberal” identifica esattamente il contrario di quella tradizione: il progressismo sociale, il sostegno all’intervento federale nella sanità e nell’istruzione, la sensibilità verso le minoranze, l’apertura culturale delle grandi città costiere. Quando un americano dice “I’m a liberal”, sta dicendo qualcosa che al suo omologo italiano suonerebbe come “sono di sinistra”.

Ma il problema non finisce qui. Perché anche all’interno degli Stati Uniti, le etichette cambiano di peso e significato a seconda di dove ti trovi. Un “liberal” del Massachusetts e un “liberal” dell’Alabama non abitano lo stesso universo politico, pur condividendo la stessa tessera di partito. Un “conservative” di New York — se ancora ne esistono — e un “conservative” del Texas condividono la label ma spesso poco altro: valori diversi, priorità diverse, letture diverse di cosa significhi “conservare”.

La geografia che scompare — e il problema che resta

Per decenni, questa differenza geografica interna era stata il meccanismo di stabilizzazione del sistema americano. I partiti erano grandi coalizioni di interessi regionali, non contenitori ideologici rigidi. Un senatore democratico dell’Arkansas poteva votare contro leggi che un senatore democratico della California avrebbe firmato senza esitazione. Un repubblicano del Connecticut poteva sostenere posizioni che avrebbero scandalizzato un repubblicano dell’Oklahoma.

Questa flessibilità rendeva il sistema difficile da leggere dall’esterno, ma aveva una sua logica profonda: garantiva rappresentanza territoriale in un paese continentale, con climi politici radicalmente diversi da costa a costa.

Quella flessibilità si sta erodendo. I grandi temi nazionali — identità di genere, immigrazione, diritto alle armi, politica estera — hanno “nazionalizzato” il voto, comprimendo lo spazio per le anomalie locali. I democratici conservatori del Sud sono quasi scomparsi. I repubblicani moderati del Nord-Est sono stati in larga parte riassorbiti dai Democratici o semplicemente usciti dalla scena. La “Grande Divergenza” regionale si sta trasformando in un livellamento ideologico che paradossalmente rende il sistema più rigido e più fragile.

Il terzo asse che manca alla nostra analisi

Ma c’è una dimensione che le nostre categorie italiane non riescono a vedere neanche provandoci. In Italia, la politica si è storicamente strutturata su un asse principale: capitale contro lavoro, poi declinato in mille varianti. Negli Stati Uniti, questo asse esiste ma non è mai stato dominante. Ci sono almeno altri due assi che contano quanto — o più — di quello economico.

Il primo è il rapporto tra potere locale e potere federale. La domanda “chi deve decidere — Washington o la comunità locale?” non è retorica: è la faglia originaria su cui si è costruita la repubblica americana, ed è ancora viva. Un “conservative” che si batte contro il “Big Government” non sta semplicemente dicendo “voglio pagare meno tasse”: sta rivendicando una visione dello Stato come potenziale minaccia all’autonomia individuale e comunitaria, radicata in una tradizione costituzionale che in Europa non ha equivalenti diretti.

Il secondo asse è quello tra isolazionismo e interventismo. Ed è qui che l’America di oggi diventa quasi irriconoscibile per chi è cresciuto guardando la destra atlantista europea. Il Partito Repubblicano trumpiano ha compiuto una rottura non con la “sinistra”, ma con il proprio passato neoconservatore. Ciò che in Italia sarebbe letto come “destra sovranista” assomiglia strutturalmente, su certi temi di politica estera, a posizioni che la nostra tradizione definirebbe di “sinistra neutralista”.

Cosa ci insegna questa confusione

Il punto non è che dobbiamo diventare esperti di politica americana. Il punto è che le categorie con cui leggiamo il mondo — destra, sinistra, conservatore, progressista — non sono strumenti neutri di analisi: sono prodotti storici di culture politiche specifiche. Esportarle altrove senza adattarle non produce comprensione, produce distorsione.

L’America che vediamo nei nostri telegiornali è spesso una proiezione delle nostre paure e delle nostre speranze italiane su uno schermo molto più grande e molto più complicato. Finché non saremo disposti a riconoscere questa distorsione — e a fare lo sforzo di leggere quella società con i suoi strumenti, non con i nostri — continueremo a sorprenderci ogni volta che accade qualcosa che non avremmo dovuto non capire.

Ogni attentato a Trump genera in Italia un riflesso immediato: trovare il colpevole politico, identificare la matrice ideologica, archiviare la pratica. È un esercizio rassicurante. È anche il modo più efficace per non capire nulla di ciò che sta davvero accadendo.


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