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Intelligenza artificiale e lavoro, il tempo delle scelte è adesso. Scrive Billi

Di Simone Billi

Il punto centrale è proprio questo: oggi il sistema economico premia chi sostituisce lavoro umano, ma scarica sulla collettività i costi sociali di quella scelta. Se un’azienda automatizza e licenzia, riduce il costo del lavoro e aumenta i margini. Ma lo Stato perde contributi, aumenta la spesa sociale e deve gestire disoccupazione e riqualificazione. Uno squilibrio non più sostenibile. L’intervento di Simone Billi, eletto per il centrodestra nella circoscrizione estero-Europa e presidente del Comitato sugli italiani nel mondo

Dopo la crisi energetica, la prossima grande frattura economica e sociale è già davanti a noi: l’impatto dell’intelligenza artificiale su lavoro e occupazione. Non è più una previsione, è una dinamica in atto. E il rischio è chiaro: i licenziamenti arriveranno prima della capacità della politica di reagire.

Per anni si è raccontato che l’innovazione avrebbe creato più lavoro di quanto ne distruggesse. In parte è vero. Ma oggi il punto è diverso: la velocità e la scala dell’intelligenza artificiale stanno cambiando le regole del gioco. Interi segmenti professionali – non solo lavori manuali, ma anche attività qualificate – possono essere sostituiti, o resi molto più veloci, in tempi rapidissimi, senza un adeguato periodo di adattamento.
Le principali istituzioni internazionali lo stanno dicendo con chiarezza. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che un lavoratore su quattro sia esposto, in misura diversa, all’impatto dell’AI generativa. L’Ocse evidenzia che i sistemi fiscali attuali spesso incentivano la sostituzione del lavoro umano. Il Fondo Monetario Internazionale avverte che la transizione va governata, perché altrimenti rischia di ampliare disuguaglianze e tensioni sociali.

Il punto centrale è proprio questo: oggi il sistema economico premia chi sostituisce lavoro umano, ma scarica sulla collettività i costi sociali di quella scelta. Se un’azienda automatizza e licenzia, riduce il costo del lavoro e aumenta i margini. Ma lo Stato perde contributi, aumenta la spesa sociale e deve gestire disoccupazione e riqualificazione. È un trasferimento implicito di costi: dal privato al pubblico, dall’impresa alla società.
Questo squilibrio non è più sostenibile.

Per questo, una riflessione sulla fiscalità non è solo legittima: è necessaria. Non si tratta di “tassare l’AI” in quanto tale, né di ostacolare l’innovazione. Si tratta di introdurre un principio semplice: quando l’uso dell’AI comporta una sostituzione occupazionale netta, una parte del beneficio economico deve contribuire a finanziare la transizione.

Non è una posizione isolata. Il Comitato economico e sociale europeo ha già esplorato la possibilità di forme di tassazione legate all’AI per evitare una sostituzione eccessiva del lavoro e sostenere sistemi fiscali sotto pressione. Il Parlamento europeo ha più volte richiamato la necessità di affrontare l’impatto occupazionale della robotica e dell’intelligenza artificiale anche sul piano delle entrate pubbliche.
La vera questione, dunque, non è se intervenire, ma come farlo in modo intelligente.

Una possibile direzione è chiara: costruire meccanismi fiscali e contributivi mirati, che non penalizzino l’innovazione, ma correggano gli incentivi distorti. Se investire in tecnologia serve a rendere il lavoro più produttivo e qualificato, va sostenuto. Se invece serve esclusivamente a ridurre occupazione senza creare nuove opportunità, è giusto che una parte di quel vantaggio venga redistribuita.

Le risorse così generate devono avere una destinazione precisa: formazione continua, riqualificazione professionale, politiche attive del lavoro. Non assistenzialismo, ma accompagnamento concreto alla trasformazione.

È un tema destinato a diventare centrale anche nel confronto politico. Secondo lo scrivente, sarà una delle priorità della prossima campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027, anche perché già dopo l’estate potrebbero iniziare a vedersi in modo più evidente le conseguenze occupazionali dell’adozione dell’AI, con effetti concreti sul lavoro che oggi sono ancora sottovalutati.

Perché la vera sfida non è difendere i lavori di ieri. È garantire che chi lavora oggi non venga lasciato solo domani. Il rischio più grande non è l’AI. È l’inerzia politica. Se la transizione viene subita, produrrà disoccupazione, disuguaglianze e sfiducia. Se viene governata, può diventare una straordinaria occasione di crescita e modernizzazione.

Ma il tempo è adesso. Perché quando gli effetti saranno pienamente visibili, intervenire sarà molto più difficile – e molto più costoso, per tutti.


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