“Il più grande errore della politica contemporanea è stato ridurre l’uomo a un semplice ingranaggio economico, un consumatore di beni e di diritti individuali. Ma l’uomo non vive di solo PIL. I giovani oggi soffrono una carenza di “immateriale”: cercano un significato che vada oltre il possesso di un oggetto o il saldo di un conto corrente. L’ambiente? Proteggiamo la natura perché è la nostra eredità, non perché odiamo l’Uomo”. Scrive il vicecapogruppo di FdI al Senato.
Nelle elezioni politiche del 2022 l’astensione giovanile ha toccato il 60%. Non è solo un campanello d’allarme, ma la radiografia di un distacco comunicativo che rischia di diventare irreversibile. Se la politica conservatrice vuole intercettare il cuore delle nuove generazioni, deve smettere di agire come il custode polveroso di un passato immobile e proporsi come l’architettura di un futuro vibrante.
Dobbiamo smetterla di essere i “bacchettoni” che puntano il dito. Se la politica parla come un genitore preoccupato, il giovane reagisce come un adolescente che sbatte la porta: smette di ascoltare. Il linguaggio edificante è percepito come un tentativo di controllo, non come una promessa di libertà. Per essere i conservatori del futuro, dobbiamo smettere di fare la morale e iniziare a offrire potere e identità.
Il più grande errore della politica contemporanea è stato ridurre l’uomo a un semplice ingranaggio economico, un consumatore di beni e di diritti individuali. Ma l’uomo non vive di solo PIL. I giovani oggi soffrono una carenza di “immateriale”: cercano un significato che vada oltre il possesso di un oggetto o il saldo di un conto corrente.
Essere conservatori oggi significa rimettere al centro la dimensione spirituale dell’esistenza. Non parliamo di confessionalismo, ma di riconoscerci parte di una storia, di una comunità e di un destino che ci trascende. La vera trasgressione è riscoprire il sacro, il rito, l’appartenenza a qualcosa di eterno in un mondo che scade ogni ventiquattr’ore. Dobbiamo togliere fascinazione all’autodistruzione non con i divieti o i “fa male”, ma rendendo la bellezza del giusto desiderabile, anzi, “figa”.
Dobbiamo ad esempio pensare allo sport non come semplice parcheggio pomeridiano per i nostri figli, ma come una palestra di eroismo quotidiano, dove il sacrificio in allenamento e il superamento dei propri limiti fisici diventano la prima vera vittoria contro il nichilismo. Ma soprattutto come l’esempio più semplice per far comprendere ai ragazzi che il divertimento non è sinonimo di sballo e che lo sport è spazio di grande divertimento sia per chi lo pratica che per chi assiste ad una qualsiasi competizione sportiva. Ma senza giudicare, indicare, condannare… Semplicemente indicando una strada, quella che i nonni di qualsiasi generazione chiamano la retta via. E poi lo sport è meritocrazia pura, rispetto delle regole e del ruolo, amore per il proprio corpo e disciplina perché il fisico di un atleta deve essere curato e protetto.
Ma la nostra visione deve ovviamente spingersi oltre, toccando i nervi scoperti della vita adulta: il lavoro e la famiglia. Dobbiamo iniziare a raccontare la famiglia come il più grande atto di ribellione possibile in un mondo precario. Creare una famiglia oggi è un’impresa fantastica, è la conquista della propria autonomia, è l’unico modo per non essere atomi isolati nel mercato globale. È la gioia di assistere alla vita e comprenderne i significati più profondi.
Allo stesso modo, il lavoro non è un salario o un “posto”, ma il terreno della propria affermazione: vogliamo un’Italia dove il merito non sia una parola vuota, ma l’unico ascensore sociale ammesso. All’estero i ragazzi bravi vedono crescere il proprio stipendio, mentre in Italia c’è chi invoca quel salario minimo che è sinonimo di sabbie mobili: occorre che anche nella nostra Nazione un giovane capace abbia un riconoscimento parificato al proprio valore e non attendere gli “anta” per ricevere uno stipendio medio-alto.
Il sistema-Italia deve essere attrattivo e non fare scappare i migliori giovani, che noi formiamo qui, evitando che vadano ad avvantaggiare i sistemi di altre nazioni. Anche la nostra posizione nel mondo e il nostro rapporto con l’ambiente devono diventare un ponte con i ragazzi. Noi non siamo quelli del “No” a prescindere, ma i custodi della terra: proponiamo un ecologismo razionale e tecnologico, dove l’agricoltura, la cultura rurale, ma anche il nucleare pulito e l’innovazione scientifica difendano il paesaggio italiano senza condannarci alla dipendenza energetica ed alimentare. Proteggiamo la natura perché è la nostra eredità, non perché odiamo l’Uomo.
In politica estera, offriamo l’orgoglio di una nazione che non si limita a seguire, ma che guida con la forza della sua storia e del suo soft-power culturale. Vogliamo che un giovane si senta parte di una missione globale, di una Patria che è casa e, allo stesso tempo, protagonista nel mondo.
Creare contenuti che non siano solo “spiegoni”, ma sfide. La politica deve diventare un’esperienza partecipativa, non una lezione frontale. Dobbiamo riappropriarci della cultura, dell’arte e della musica, strappandole al monopolio del politicamente corretto. Un giovane deve percepire che la vera trasgressione oggi è la cultura alta, è la padronanza di un linguaggio complesso, è la capacità di produrre bellezza che non sia solo rumore.
Il divertimento poi, non può essere declinato come l’annullamento di sé, ma l’esaltazione della vita: un concerto, una mostra, una sfida sportiva sono momenti in cui il giovane è il protagonista. Dobbiamo usare l’intelligenza artificiale e i nuovi linguaggi visuali perché non basta stare su TikTok, ma bisogna abitare i tanti non-luoghi virtuali e utilizzarli al meglio per diventare i paladini della libertà di espressione contro la cancel culture. Ai giovani piace la ribellione: oggi essere ribelli significa essere conservatori. Per cui sarà fondamentale ascoltarli, interagendo con le loro esigenze, comprendendo dove vanno stimolati e dove vanno compresi.
Rivoluzionario è presentare lo studio, lo sport, l’imprenditoria giovanile come vere forme di “adrenalina”. L’emancipazione non si conquista con ciò che ti fa male ma con ciò che ti rende davvero più forte. Usare cioè anche un linguaggio che faccia leva sul desiderio di distinzione e superiorità intellettuale del giovane idealista di destra. E creare un immaginario dove la responsabilità è “cool” e l’identità è una bandiera da esibire gioiosamente.
















