Senza un cambiamento concreto su salari, mobilità sociale e merito, l’Italia rischia di continuare a formare competenze preziose che altri sistemi saranno pronti a valorizzare meglio e ad accogliere nei loro Paesi. Invertire la rotta è però possibile, ma dobbiamo costruire una nuova idea di Paese e la capacità di tradurla in azioni coerenti e durature nel tempo. L’analisi di Giovanni Marconi, coordinatore dei laboratori di soft skills dell’Executive Master in Relazioni istituzionali, lobby & human capital della Luiss Business School
L’Italia continua a registrare una significativa fuoriuscita di capitale umano altamente qualificato, a fronte di una persistente difficoltà nell’attrarne dall’estero. Tale fenomeno non è riconducibile esclusivamente a fattori economici, ma assume una dimensione sistemica, incidendo sulle modalità con cui il Paese valorizza il lavoro, promuove la mobilità sociale e riconosce il merito. Salari, ascensore sociale e meritocrazia sono anche i temi centrali del mio libro Una nuova idea di Paese, edito da Rubbettino e in libreria dal 20 aprile.
Nel volume ho provato a raccontare senza sconti alcuni mali storici dell’Italia, ma soprattutto a indicare possibili soluzioni: una “cura” concreta per ciascuno dei problemi analizzati, con l’obiettivo di stimolare un dibattito più pragmatico e orientato al cambiamento. Per quanto riguarda la fuga dei laureati all’estero, secondo l’ultimo report di AlmaLaurea – consorzio che riunisce più di 80 atenei – dal titolo Profilo e condizione occupazionale dei laureati, le retribuzioni medie dei laureati più brillanti che si sono trasferiti all’estero sono superiori di molto rispetto a chi ha scelto di restare in Italia; infatti, sono del 54% più alte a un anno dalla laurea e oltre il 61% dopo cinque anni. Sono dati che ci fanno ben comprendere perché nel decennio 2014-2024 più di 132mila laureati hanno scelto di trasferirsi all’estero e per di più la maggior parte di coloro che hanno scelto di lasciare l’Italia operano nei settori dell’informatica, tecnologie Ict e nell’ambito scientifico, competenze che tanto servirebbero alle nostre aziende.
C’è poi il tema dei salari. Da anni, le retribuzioni italiane mostrano una stagnazione quasi unica nel panorama europeo. Perché i salari sono così bassi in Italia? In cima alla classifica possiamo senza dubbio collocare la bassa produttività e la perdita del potere di acquisto dei lavoratori e delle famiglie italiane, acuita ancor di più dall’elevata inflazione post Covid. A parità di competenze, molti professionisti trovano all’estero condizioni economiche significativamente migliori, accompagnate spesso da benefit e prospettive di crescita più chiare. Se non ci sarà un riallineamento tra produttività e salari, trattenere i giovani più talentuosi diventerà una sfida impossibile.
Il secondo elemento è l’ascensore sociale, oggi bloccato al piano terra. In Italia, l’espressione “ascensore sociale” nasce fra gli anni Sessanta e Settanta per indicare quel particolare percorso che permette a membri di una determinata fascia sociale, nella fattispecie medio-bassa, di ascendere a una fascia più alta. In poche parole, la possibilità di migliorarsi a prescindere dalla propria condizione e provenienza familiare. Questo processo ha reso grande l’Italia: si pensi all’operaio che è diventato un grande industriale, o al figlio del contadino divenuto medico o avvocato. Attualmente, se il punto di partenza economico familiare incide ancora troppo sul punto di arrivo, l’idea che impegno e competenze possano tradursi in un reale miglioramento delle condizioni di vita perde credibilità.
Infine, il tema della meritocrazia non può essere ridotto a uno slogan: richiede processi, cultura organizzativa e leadership capaci di sostenerla nel tempo. Se prendiamo l’etimologia della parola, il termine meritocrazia è l’unione del latino merere che significa “guadagnare” e del greco kratos che indica “potere”. Unendo il significato delle due parole, “meritocrazia” significa, letteralmente, il potere del merito, cioè il principio di organizzazione sociale che fonda la promozione e l’assegnazione di potere solo e soltanto per merito. In molti contesti lavorativi italiani, il riconoscimento del merito non è ancorato a criteri oggettivi e alle performance, ma troppo spesso è legato a logiche gerarchiche o relazionali. Al contrario, i sistemi più attrattivi sono rappresentati dai Paesi del Nord Europa, in cui risultati e capacità vengono misurati in modo chiaro e premiati con retribuzioni di tutto rispetto.
Affrontare questi tre temi significa intervenire su più livelli. Sul fronte dei salari, servono politiche che incentivino la crescita della produttività e favoriscano una maggiore flessibilità nella contrattazione, senza sacrificare le tutele ma serve anche un salario minimo orario di 9 euro l’ora a tutela dei lavoratori più fragili; infatti, oggi più di 3 milioni di lavoratori guadagnano meno di 15 mila lordi all’anno. L’economia italiana non decolla anche a causa dei bassi salari.
Per rilanciare l’ascensore sociale, è cruciale investire in istruzione di qualità, orientamento e garantire opportunità a chi oggi non ne ha, riducendo i divari territoriali e sociali ma è anche necessario investire nelle famiglie garantendo loro aiuti economici per sostenere la formazione dei loro figli e gli alloggi universitari divenuti sempre più cari; secondo il premio Nobel J. Heckman, i figli devono vivere in contesti stimolanti, in quartieri che offrano opportunità sociali e di crescita e questo deve garantirlo lo stato attraverso il welfare state. In caso contrario più è tardiva l’esposizione dei giovani talenti in contesti stimolanti più sarà difficile sbloccare il loro ascensore sociale personale.
Senza un cambiamento concreto su salari, mobilità sociale e merito, l’Italia rischia di continuare a formare competenze preziose che altri sistemi saranno pronti a valorizzare meglio e ad accogliere nei loro Paesi. Invertire la rotta è però possibile, ma dobbiamo costruire una nuova idea di Paese e la capacità di tradurla in azioni coerenti e durature nel tempo.
















