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Codice, cloud, satelliti: la dimensione strategica della difesa che l’Europa non dovrebbe esternalizzare

Di Victor Muñoz e Ángel Melguizo
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Con l’Europa che si riarma, la vera vulnerabilità non riguarda carri armati o missili, quanto più i software e le reti che li gestiscono. L’Unione Europea può anche importare armi, ma non può permettersi di esternalizzare sistemi digitali che costituiscono il presupposto stesso del potere militare moderno

A marzo 2026, droni iraniani hanno colpito importanti data centre negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain; mesi prima, l’agenzia ONU per l’aviazione civile aveva formalmente condannato la Russia per il disturbo della navigazione satellitare nei cieli europei. Insieme, questi episodi rivelano qualcosa di importante sulla guerra moderna: la dimensione decisiva del conflitto non risiede più esclusivamente in carri armati, navi e aerei da caccia, bensì nei sistemi digitali che li interconnettono.

L’Europa si sta riarmando rapidamente: ma mentre investe in nuovo hardware, non sta ancora costruendo l’architettura necessaria per operare in autonomia. Non si tratta di controllare la filiera produttiva di ogni arma acquistata, bensì di tenere saldamente il controllo di quelle infrastrutture che, qualora compromesse, potrebbero paralizzare o bloccare un’operazione: software di missione, data link crittografati, servizi satellitari, aggiornamenti software, capacità di calcolo per l’IA, infrastrutture cloud per la difesa e quei componenti critici che non si possono sostituire rapidamente.

L’acciaio conta meno del software

Va riconosciuto che l’Ue ha iniziato a trattare la difesa come un problema collettivo piuttosto che meramente nazionale. La spesa militare ha raggiunto un record di 343 miliardi di euro nel 2024, pari all’1,9% del Pil dell’Unione. Bruxelles ha inoltre costruito strumenti per permettere agli europei di spendere insieme: SAFE, una linea di credito da 150 miliardi di euro lanciata nel maggio 2025; il Programma per l’industria europea della difesa, adottato nel dicembre 2025, che vincola i fondi Ue alla produzione industriale europea; e la Strategia Readiness 2030, che fissa quattro priorità concrete, tra cui un’Iniziativa europea per la difesa dai droni.

Gli Stati Uniti rimangono tuttavia il principale fornitore di armi ai membri europei della Nato, coprendo il 58% delle importazioni nel periodo 2021-2025 secondo quanto riportato dallo Stockholm International Peace Research Institute. Ciò non è necessariamente un problema: acquistare caccia americani o sistemi di difesa aerea Patriot è accettabile, purché vi siano garanzie contrattuali di fornitura e nessun software integrato che Washington potrebbe spegnere a distanza. Replicare l’intero apparato industriale-difensivo statunitense costerebbe più di quanto i bilanci europei possano assorbire – e richiederebbe molti anni.

Come sostengono gli studiosi Henry Farrell e Abraham Newman, l’obiettivo non è sfuggire all’interdipendenza, ma impedire agli altri di usarla come arma. La regola è semplice: dipendi dagli alleati per ciò che può essere sostituito, mai per ciò che può essere spento.

Ciò che deve rimanere europeo

Secondo questo criterio, l’Europa dovrebbe perseguire il controllo operativo su quattro livelli critici: sistemi di navigazione, connettività, capacità di calcolo per l’IA e sistemi cloud per la difesa, droni – incluse le capacità di contrasto anti-drone, il controllo dello spettro elettromagnetico e i software di missione.

Navigazione: Le armi che non riescono a localizzarsi sono inutilizzabili. La Russia sta già disturbando il GNSS sul Baltico. Se l’Europa non riesce a garantire autonomamente la navigazione e la sincronizzazione temporale, anche i missili, i droni e gli aerei più avanzati potrebbero diventare inefficaci in una crisi.

Connettività: Le forze armate moderne dipendono da comunicazioni ininterrotte per coordinare le truppe, trasmettere dati di puntamento e mantenere le catene di comando. IRIS², la costellazione satellitare pianificata dall’Ue, può contribuire a garantirla; la sfida è che IRIS² si trova a cavallo tra funzioni civili, governative e di difesa. Non si tratta di un programma puramente militare, ma alcune parti del suo segmento di terra supporteranno comunicazioni rilevanti per la difesa. Queste ultime dovrebbero quindi essere realizzate secondo standard militari.

Infrastrutture di calcolo per l’IA e sistemi cloud per la difesa: Gli attacchi nel Golfo hanno dimostrato che i data centre possono diventare obiettivi fisici, non soltanto bersagli informatici. Se l’Europa non riesce a proteggere le proprie infrastrutture di calcolo strategico, rischia di perdere la coerenza operativa durante una crisi.

Sistemi di droni e controllo dello spettro elettromagnetico: I droni non devono essere interamente europei in ogni componente; l’Europa può importare parti standard laddove esistano più fornitori affidabili. Deve però mantenere il controllo su progettazione, software di missione, collegamenti dati crittografati, capacità di contrasto anti-drone e aggiornamenti relativi allo spettro delle frequenze. Perdere l’accesso a ciò potrebbe significare “perdere la battaglia”.

Raccomandazioni

  1. Finanziare i settori chiave come beni pubblici europei. Lo sviluppo di droni, sistemi di contrasto ai droni, guerra elettronica, potenza di calcolo per l’intelligenza artificiale, infrastrutture cloud della difesa, data fusion (ovvero la capacità di integrare molteplici segnali e fonti di intelligence in un quadro operativo comune), sistemi di navigazione e connettività sicura dovrebbe essere pianificato e finanziato a livello Ue. Ciò richiederebbe specifiche comuni e appalti aggregati, anziché lasciare tutto in mano a 27 bilanci nazionali in competizione tra loro.
  2. Rendere l’interoperabilità vincolante. L’adozione di architettura aperta, standard comuni e interfacce condivisibili dovrebbe essere condizione contrattuale tassativa, con deroghe concesse come eccezioni rare e giustificate. Senza interoperabilità, gli appalti congiunti producono arsenali paralleli invece di una forza comune. Droni, sistemi di difesa aerea, satelliti, piattaforme cloud e sistemi di comando devono essere in grado di scambiare dati in tempo reale.
  3. Trattare IRIS² come infrastruttura difensiva strategica. Bisognerebbe costruire il suo segmento di terra rilevante per la difesa secondo standard militari, proteggere la tabella di marcia del suo dispiegamento dai tagli di bilancio e integrare requisiti formali di difesa nella sua governance senza compromettere il suo mandato civile.
  4. Rafforzare le basi. Sarebbe necessario classificare i data centre strategici europei come infrastrutture critiche di livello difensivo, dotandoli di protezione fisica, dispersione geografica e integrazione nella pianificazione nazionale della difesa aerea e anti-drone.
  5. Rendere permanente l’integrazione con l’Ucraina. L’Ucraina è l’unico attore europeo in grado di completare cicli di aggiornamento di droni e software nel giro di poche settimane. Bisogna blindare queste competenze attraverso acquisti congiunti basati su contratti e test condivisi, anziché affidarsi ad accordi bilaterali ad hoc.

La scelta non è tra autonomia e dipendenza. Negli anni in cui l’Europa continuerà ad acquistare dall’estero, la vera domanda è se lo farà come semplice cliente di tecnologie sviluppate altrove, o come produttore e nodo indispensabile all’interno delle reti che plasmeranno i conflitti di prossima generazione. L’obiettivo è governare la dipendenza, non abolirla.

 


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