Nel dibattito pubblico italiano resta aperta una domanda cruciale: chi risponde quando la giustizia sbaglia. Gli errori giudiziari vengono risarciti dallo Stato, ma senza reali responsabilità individuali. L’autore denuncia il rischio di normalizzare l’ingiustizia e indebolire la fiducia democratica
Nel dibattito pubblico italiano, anche dopo il recente referendum, esiste una domanda che continua a rimanere senza una risposta chiara e condivisa, chi paga quando la giustizia sbaglia? Non è una domanda ideologica, ma istituzionale ed è una domanda ancora senza risposta.
Nel nostro Paese, l’errore giudiziario viene spesso trattato come una fatalità, un incidente di percorso inevitabile, ma uno Stato che accetta l’idea che un innocente possa perdere anni di vita senza conseguenze concrete per il sistema che ha sbagliato, rinuncia a uno dei pilastri fondamentali della responsabilità pubblica.
Il sistema penale viene spesso giustificato sostenendo che l’errore è un rischio inevitabile, quasi fisiologico, di ogni processo, ma accettare questa tesi senza porre limiti equivale a normalizzare l’ingiustizia, significa ammettere che una persona possa perdere anni di libertà senza che nessuno ne risponda realmente.
Il caso di Alberto Stasi, e non solo questo, condannato anni fa in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, continua a essere richiamato proprio per questo motivo, al di là delle sentenze e delle posizioni personali, è un fatto che nel tempo, siano emersi dubbi, interrogativi, nuove ipotesi investigative e richieste di approfondimento e il solo riemergere ciclico di queste questioni impone una riflessione che va oltre il singolo processo.
Se una verità giudiziaria è ritenuta definitiva, perché torna così spesso al centro del dibattito? E soprattutto, viste le novità che giungono dalla Procura di Pavia, se domani venisse riconosciuto un errore, gravissimo, chi ne risponderebbe?
Oggi la risposta dell’ordinamento è chiara solo in apparenza, paga lo Stato, quindi noi, o almeno i cittadini onesti che pagano le tasse, sempre e tutte, attraverso un risarcimento per ingiusta detenzione. Ma il risarcimento economico non restituisce il tempo perduto, non ripara le conseguenze psicologiche, familiari e professionali, né cancella lo stigma sociale che accompagna chi è stato in carcere da innocente è in definitiva, è una risposta formale ma non sostanziale.
Ogni volta che si affronta il tema della responsabilità dei giudici, viene invocata l’indipendenza della magistratura, principio sacrosanto e imprescindibile, ma indipendenza non può mai significare totale irresponsabilità. In nessun altro settore dello Stato errori gravi restano privi di conseguenze, solo nella giustizia l’idea di una responsabilità individuale viene percepita come un pericoloso attentato all’equilibrio democratico.
Nessuno pretende giudici infallibili, imporrebbe, però, giudici responsabili, inseriti in un sistema che riconosca e affronti gli errori macroscopici, le negligenze evidenti, le valutazioni gravemente carenti. Un potere che incide sulla libertà personale deve essere sorretto da controlli reali, non solo teorici.
Nessuno chiede “processi ai giudici” per ogni assoluzione o revisione, ci mancherebbe, ma sarà legittimo domandarsi se valutare l’eventuale sussistenza di errori sostanziali, condotte negligenti debbano restare del tutto prive di conseguenze disciplinari o professionali? Un potere così incisivo sulla libertà delle persone non può basarsi sull’assunto dell’infallibilità.
Quando un innocente viene imprigionato, il prezzo non è solo giuridico, è tremendamente umano, irreversibile, anni di vita vengono sottratti, relazioni distrutte, carriere annientate, anche nel migliore dei casi, quando interviene una assoluzione o revisione, il marchio sociale resta. E mentre l’opinione pubblica discute, le Istituzioni tendono a chiudersi in un silenzio difensivo e questo atteggiamento non rafforza la giustizia, la indebolisce, una giustizia credibile non è quella che non sbaglia mai, ma quella davvero che si definisce, come dovrebbe, garante della Costituzione è quella che riconosce i propri errori, li corregge e ne trae conseguenze concrete perché l’infallibilità non è una virtù anzi quando smette di essere una garanzia si trasforma in dogma.
La domanda “chi paga quando la giustizia sbaglia?” non è un attacco alla magistratura, ma una richiesta di sincera maturità democratica, infatti se la risposta resta “nessuno”, allora il problema non è il singolo caso, ma l’intero sistema di responsabilità dello Stato.
Il caso Garlasco, come altri prima e dopo, ci ricorda che la libertà personale è troppo preziosa per essere affidata a un meccanismo che non prevede contrappesi reali. E ogni volta che emergono nuovi dubbi su una condanna definitiva, la questione non è l’imbarazzo dei giudici, ma la fiducia dei cittadini nella giustizia. In modo, se volete e mi scuso, brutale, sul caso, delle due l’una, o abbiamo mandato in galera per anni un innocente o lo stiamo per fare. In questo caso si ribalta il famoso Win-Win in Lose-Lose.
Finché questa domanda resterà senza risposta, il rischio più grande non sarà l’errore giudiziario in sé, ma l’assuefazione collettiva all’idea che un innocente possa perdere la vita dietro le sbarre senza che nessuno ne risponda davvero.
E una democrazia che si abitua all’idea che un innocente possa finire in carcere e alla fine nessuno risulta responsabile dell’errore, è una democrazia che ha smesso di interrogarsi su sé stessa, anzi molto peggio, è una democrazia sempre più malata e come affermava Melis,“si può eliminare facilmente una vera dittatura, ma è difficilissimo eliminare una finta democrazia”.
















