Ci lascia il filosofo Gennaro Sasso, studioso di Benedetto Croce, Giovanni Gentile e, in tarda età, autore di un interessante saggio su Adolfo Omodeo. Un filosofo, Sasso, che ha riletto l’idealismo e l’attualismo in modo originale ed inedito. Il ricordo di Maria Della Volpe
Se ne è andato, a 97 anni, Gennaro Sasso. E si dura fatica a crederlo. Perché per chiunque si sia confrontato con la cultura filosofica italiana, la sua voce, nel mondo, ha fatto da guida. Allievo di Carlo Antoni e Federico Chabod, Sasso ha insegnato prima all’Università di Urbino e poi alla Sapienza di Roma, dove nel 2005 è stato nominato professore emerito di Filosofia Teoretica.
Socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, Direttore, dal 1986 al 2010, dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, presidente della Fondazione Giovanni Gentile, è stato autore di importanti e innovativi scritti su Machiavelli (Niccolò Machiavelli. Storia del suo pensiero politico, 1958; ripubblicata con approfondimenti e ampliamenti nel 1980 e nel 1993), Lucrezio (Il progresso e la morte. Saggi su Lucrezio, 1979) Guicciardini e Dante (Per Francesco Guicciardini. Quattro studi, 1984; Dante. L’imperatore e Aristotele, 2002; Ulisse e il desiderio. Il canto XXVI dell’Inferno, 2011).
Ma è all’idealismo italiano e a Benedetto Croce (Benedetto Croce. La ricerca della dialettica, 1975; Filosofia e idealismo, 6 voll., 1994-2012) che ha dedicato la maggior parte dei suoi studi. Coi testi del filosofo napoletano, infatti, si è confrontato per tutta quanta la sua vita. E ha iniziato a farlo a quindici anni, quando, come amava ricordare, in Italia si combatteva ancora la Seconda guerra mondiale. E se di quegli scritti capitati tra le mani avventurosamente da giovanissimo poco aveva capito, tuttavia, sin da allora, ha assistito a tutta quanta la parabola delle interpretazioni di Croce. E lo ha fatto non da spettatore. Ma ridisegnandone l’immagine, per farla – a dispetto dei più – tutt’altra che olimpica, pacificata e monolitica. È così che ha contribuito a ridefinire e a restituire problematicità ad anni cruciali per la storia d’Italia e d’Europa.
Sì, perché non si può non tenere in dovuto conto che attraverso la storia della critica di Croce, e del rapporto tra Croce e Gentile, s’è fatta gran parte della storia culturale e politica del nostro Paese. Una storia di silenzi, censure; di filosofi “non più amici” e sventolati di volta in volta come bandiere, di chiese sempre militanti. Sotto questo riguardo, dunque, col suo passo fermo, misurato e certo, Gennaro Sasso ha compiuto una paziente opera di tessitura e ritessitura dei fili mille volte intermessi della nostra cultura. E ha continuato a farlo fino all’ultimo, perché non ci trovi in ozio stupido la morte.
È, infatti, di meno di un anno fa l’ultimo suo libro. Che ha dedicato ad Adolfo Omodeo, l’amico d’armi che Benedetto Croce avrebbe voluto come primo direttore dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici. Ripercorrere quest’ opera, ancora poco battuta, è forse il modo migliore per ricordare, oggi, il filosofo romano, che non poco di sé ha lasciato intravedere in queste pagine. Il suo Omodeo, infatti, è come uno specchio in cui la sua immagine, non infranta, si rifrange.
Pubblicato alla vigilia degli ottant’anni dalla prematura morte di Adolfo Omodeo, l’imponente libro di Gennaro Sasso, Adolfo Omodeo fra attualismo e storicismo, è mosso dall’intento di contribuire a «rompere il silenzio» sull’opera di uno storico che, per più di un riguardo, ha portato a lungo il giogo d’essersi legato con stretti lacci ai due ‘dioscuri’ dello Spirito.
Scritto con una prosa vigorosa e sorretto da un’analisi rigorosa, il volume ripercorre i momenti della biografia intellettuale omodeiana, che trova nell’incontro palermitano con Giovanni Gentile il suo momento più significativo. Sebbene, infatti, fosse stato sconfessato dal suo «buon professore», da lui, però, nel profondo, mai si allontanò. Perché, come scrive il Professore emerito de La Sapienza, Omodeo non rinnegò mai l’idealismo attuale, “che era fatto anche di pensieri suoi, di pensieri pensati da lui”. Sicché, precisa Sasso, fu il fascismo quello da cui Omodeo prese le distanze, non la filosofia di Gentile, che invece per lui doveva solamente assumere altra forma. Mosso allora, dal convincimento della necessità di una «vera riforma morale», e certo d’essere interprete del «vero attualismo», Omodeo, all’indomani del delitto Matteotti si avvicinò a Croce, con cui, per lunghi anni, nel segno di una autentica “indipendenza mentale” lavorò insieme alla stessa scrivania.
Dunque non al Rettore, Ministro della Pubblica Istruzione, anima del Partito d’Azione, eroe della Prima Guerra Mondiale, Sasso rivolge lo sguardo. Ma allo storico, “idealista”, autore di una “storiografia difficile”: i suoi vasti interessi (da Paolo di Tarso a Calvino, dalla storia antica a quella moderna), che l’Autore tutti indaga; le difficili condizioni dell’Italia negli anni in cui visse; la “particolarità della scrittura”, ne fanno, nella puntuale analisi dell’autorevole studioso romano, un “caso a sé” nella storiografia italiana del Novecento.
Ma non solo. Immergendosi nella “non semplice regione omodeiana”, Sasso, da interprete «non ossequiente», vi rintraccia il filo rosso che l’attraversa sin dalle origini: il tema della “decadenza”, della “crisi”, del “tramonto”. Che apre un’insanabile frattura tra filosofia e storia, tanto da segnarne irrimediabilmente tutta quanta l’opera. Sin dalle prime pagine, infatti, Sasso avverte che chi con lui si proverà a ripercorrere le orme della varia produzione di Omodeo non potrà se non vederle andare sempre lungo due diverse vie.
Dunque, stretto tra “idealismo” e “storicismo”, Omodeo nelle fitte pagine di Sasso insegue le “primavere della civiltà”, ma rimane pur sempre involto e coinvolto da quello che di quel passato si perde e non ritorna più. Una profonda malinconia allora, vela la sua storia che trova nell’uomo il suo solo valore. Molto ci sarebbe ancora dire. Tuttavia, da ultimo, non è peregrino sottolineare che il “carattere laico” ma non “irreligioso” della storiografia umanistica di Omodeo, e per più di un verso di Sasso, ne fanno uno straordinario caleidoscopio in cui si rifrangono, insieme con le vicende e i protagonisti del secolo appena passato, le filosofie dell’idealismo e dello storicismo italiano ed europeo. Su di esse, in tempi in cui da più parti si leva l’annuncio di un nuovo umanesimo, tutt’altro che umanistico, è bene tornare a riflettere. Ed è bene, di contro ad un esasperato individualismo da cui anche il mondo scientifico non è immune, farlo insieme. Perché come Gennaro Sasso ha ricordato in occasione della presentazione del Carteggio tra Benedetto Croce e Giovanni Gentile, pensare insieme: questa è la massima virtù!














