Il mondo si trova di fronte a una situazione simile a quella delle relazioni tra Stati Uniti e Cina nel 2017. Nessuna delle sfide fondamentali nel rapporto tra Washington e Pechino è cambiata perché la struttura della rivalità globale è rimasta intatta. Non è chiaro se esistono veri margini di accordo tra i due Stati. L’analisi di Peter Mattis, presidente di The Jamestown foundation
La relazione tra Stati Uniti e Cina appare stabile in superficie. Sono scomparse le guerre tariffarie. Le materie prime critiche continuano a fluire dagli impianti di lavorazione cinesi. Washington ha recentemente dichiarato che vi è stata una cooperazione senza precedenti tra l’Fbi e il ministero della Pubblica sicurezza per contrastare il fentanyl. Il vertice tra il presidente Xi Jinping e il presidente Donald Trump è rinviato, non annullato, e un altro incontro è provvisoriamente previsto più avanti nel corso dell’anno.
Questa calma apparente nasconde, però, una pericolosa instabilità. Nessuna delle sfide fondamentali nel rapporto tra Stati Uniti e Cina è cambiata. La struttura della rivalità globale rimane intatta. Il comportamento maligno di Pechino continua. E ci sono poche prospettive di veri accordi. Al centro della rivalità odierna vi sono le ambizioni globali del Partito comunista cinese (Pcc). Questo è il primo elemento di instabilità. Sin dai tempi di Mao Zedong, il Pcc ha cercato la leadership globale. Il nodo centrale della frattura sino-sovietica fu proprio questo: Mao rivendicava la guida del movimento comunista mondiale, mentre Stalin non era d’accordo. Mao lanciò anche il Grande balzo in avanti, che provocò la morte per fame di circa 36 milioni di persone, secondo lo storico cinese Yang Jisheng, con l’obiettivo di rendere la Cina il principale produttore mondiale di acciaio, ma avvenne solo negli anni Novanta.
Ciascun leader – da Mao a Xi Jinping – ha dimostrato tali ambizioni sia a parole sia nei fatti. Dagli anni Ottanta, il partito ha dato priorità al raggiungimento della leadership globale in termini di potere nazionale complessivo, una misura aggregata che comprende forza diplomatica, scientifica, economica, militare e politica. Dalla fine degli anni Novanta, Pechino ha lanciato sette strategie dedicate a costruire questo potere – tutte inserite nello statuto del partito –, culminate poi nella Strategia di fusione civile-militare del 2015. Ogni leader del Pcc ha ribadito la necessità di “riunificare” la Cina, e il presidente Xi sembra aver indicato che ciò dovrebbe avvenire durante il suo mandato. Nel 2022, l’Ufficio per gli affari di Taiwan ha iniziato a parlare di “risolvere la questione nella nuova era”. Questa espressione suggerisce che Xi consideri l’annessione dell’isola come una questione di eredità personale, utile a collocarlo ai vertici della storia dei leader del Pcc, e che intenda sfruttare la nuova potenza della Cina per realizzarla.
Il secondo fattore è che il comportamento maligno di Pechino continua senza sosta. L’Italia ha recentemente emesso ordini di espulsione per otto cittadini cinesi coinvolti in attività di repressione transnazionale, tra cui tentativi di sorvegliare e intimidire un esule cinese sul territorio italiano. Questo è solo la punta dell’iceberg. Una mia collega, Cheryl Yu, ha recentemente pubblicato un rapporto intitolato Harnessing the people, che identifica oltre duemila organizzazioni legate al Pcc in sole quattro democrazie: Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Germania. Queste organizzazioni facilitano trasferimenti tecnologici, repressione transnazionale e persino attività di spionaggio. Eppure, nessun Paese ha davvero applicato con decisione i propri strumenti legali per proteggere la propria sovranità dalle interferenze del Pcc. Il partito continua inoltre a essere coinvolto nella produzione di fentanyl destinato al mercato nordamericano, fornendo precursori ai cartelli messicani per una produzione su scala industriale.
La recente cooperazione tra Stati Uniti e Cina ha riguardato solo alcune aziende e individui, ma esistono letteralmente migliaia di imprese coinvolte nell’esportazione di sostanze chimiche precursori, illegali per la vendita sul mercato interno cinese. Le autorità fiscali cinesi offrono un rimborso dell’Iva del 13%, il che dimostra che si tratta di una politica deliberata e che Pechino sa esattamente chi esporta queste sostanze, nonostante le dichiarazioni di innocenza del partito. Migliaia di americani continueranno a morire. Per quanto possa sembrare incredibile, il Pcc vendette oppio alla popolazione cinese per finanziare le proprie operazioni durante la rivoluzione. Persino il Comintern di Stalin ne rimase scioccato. L’elenco dei comportamenti maligni del Pcc potrebbe continuare a lungo. Le operazioni militari intorno a Taiwan e alle Filippine minacciano la pace e la stabilità in una delle rotte commerciali più importanti del mondo.
Le conseguenze di una guerra minacciata da Pechino potrebbero superare i 10mila miliardi di dollari. Pechino continua inoltre a portare avanti il genocidio degli uiguri e a sfruttarne il lavoro su larga scala. E, naturalmente, la Russia non potrebbe proseguire la sua guerra contro l’Ucraina senza il sostegno di Pechino. Infine, non è chiaro che esistano veri margini di accordo tra Pechino e Washington. Entrambe le parti possono minacciare l’economia dell’altra, rispettivamente tagliando risorse o mercati. Accordi di acquisto, come quelli sulla soia, non fanno altro che ridirigere i flussi globali e distorcere i prezzi di mercato. Sono in gran parte simbolici più che sostanziali. Entrambe le parti possono comportarsi in modo cordiale e mantenere la calma. Per un certo periodo. Sulla base di questi elementi fondamentali, il mondo si trova di fronte a una situazione simile a quella delle relazioni tra Stati Uniti e Cina nel 2017. Le fonti di instabilità sono maggiori di quelle di stabilità. Questa calma non durerà: prima o poi una delle due parti la interromperà. Le ipotesi di stabilità non possono reggere nel lungo periodo. Per i Paesi europei, le scelte sono chiare. La prima è se prepararsi alla tempesta oppure, ancora una volta, ignorarne l’arrivo. Ridurre i rischi legati alla dipendenza dalla Cina e proteggere l’industria manifatturiera europea dal dumping cinese sono il minimo indispensabile. Nessun Paese può farlo da solo, nemmeno gli Stati Uniti.
La seconda scelta riguarda quale posizione adottare. Non è così semplice dire che il Vecchio continente debba scegliere tra Stati Uniti e Cina. L’attuale posizione di neutralità ha semplicemente lasciato l’Europa esposta allo sfruttamento dell’economia predatoria di Pechino e ha rafforzato i dubbi americani sull’affidabilità europea. È il peggior risultato possibile, perché accentua le fratture nel rapporto transatlantico e indebolisce le economie europee. La scelta migliore è scegliere l’Europa stessa e difendere con decisione la propria sovranità e sicurezza economica. L’espulsione degli otto cittadini cinesi da parte dell’Italia dovrebbe essere solo un inizio, il primo di molti interventi simili. Prepararsi e proteggersi: queste dovrebbero essere le parole d’ordine per l’Europa. L’Italia ha indicato la strada, ma le azioni devono essere all’altezza della gravità del problema.
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