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Mediterraneo, un nuovo modo di pensare il Paese. Ecco il Forum Diplosec

Di Raffaele Marchetti e Manfredi Valeriani
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Un forum sul Mediterraneo, uno spazio neutro dove istituzioni, imprese, diplomazia e analisi possano ragionare insieme per costruire un pensiero strategico nazionale di medio-lungo periodo. Raffaele Marchetti e Manfredi Valeriani, CISS-Luiss, raccontano il Diplosec in programma il prossimo 11 giugno

Immaginiamo un tunnel. Centoquaranta chilometri sotto il Canale di Sicilia, fino a quattrocento metri di profondità, a collegare l’Europa all’Africa: merci, persone, energia, dati. Sembra fantapolitica. Spagna e Marocco, però, ci stanno già lavorando sotto lo stretto di Gibilterra. La domanda che conta non è se un’opera del genere sia realizzabile oggi. La domanda da porsi è se l’Italia sia capace di pensare a venti, trenta, cinquant’anni, o se sappia ragionare soltanto sulla prossima emergenza.

Perché è questo il punto. Da decenni l’Italia legge il Mediterraneo con l’orizzonte sbagliato. Lo tratta come una sequenza di crisi da contenere, sbarchi, prezzi del gas, instabilità libica, quando è la sua principale scommessa di lungo periodo. E chi pensa solo all’emergenza resta oggetto delle decisioni altrui. Chi pensa sul lungo periodo può tornare soggetto.

Partiamo dal futuro, allora, perché è lì che si capisce il presente. Mentre il dibattito strategico globale si appassiona all’Artico e alla rotta a Nord, il baricentro reale si sposta a Sud. L’Africa è il continente che cresce mentre l’Europa invecchia. Entro il 2050 ospiterà circa un quarto della popolazione mondiale e un mercato di consumi e investimenti stimato in oltre sedicimila miliardi di dollari, mentre l’area di libero scambio continentale già oggi unifica un bacino di un miliardo e trecento milioni di persone. Aggiungerà alla sua forza lavoro circa settecentoquaranta milioni di persone in età attiva, nel periodo in cui quasi tutte le altre regioni del mondo vedranno la propria contrarsi. Goldman Sachs colloca l’Egitto tra le prime dieci economie del pianeta nel 2075, davanti alla Germania, proprio in virtù della sua posizione tra tre continenti. Ossia, l’Egitto sarà economia più grande del nostro quadrante euro-mediterraneo di riferimento. Non è una traiettoria garantita: il debito di molti Paesi africani è ai massimi da un decennio e la produttività resta il vero collo di bottiglia. È una scommessa, non una certezza. Ma è esattamente per questo che richiede una strategia, e non l’attesa degli eventi. In quello scenario l’Italia non è la periferia meridionale d’Europa. È la cerniera naturale tra il continente che invecchia e quello che cresce.

Ma una cerniera è fatta di infrastruttura, non di retorica. Essere hub significa porti, flotte, dorsali energetiche, cavi sottomarini, corridoi che guardino a Sud e non solo verso il Nord Europa. Il tunnel, da questo punto di vista, conta meno come opera e più come prova di un metodo: la capacità di decidere oggi in funzione di un mondo che esisterà tra mezzo secolo. È esattamente ciò che è mancato, ciò che ancora manca, e ciò che non può più mancare al Paese.

Lo si misura nel presente, dove il Mediterraneo è tornato centrale ma non per merito nostro. È diventato il luogo dove si scaricano crisi decise altrove. Da questo mare passano oltre un quarto delle rotte commerciali strategiche del mondo e due terzi degli approvvigionamenti energetici europei. La chiusura di Hormuz minaccia gas e fertilizzanti in un Paese che importa dall’estero circa tre quarti della propria energia, in buona parte proprio attraverso il Mediterraneo. Gli Houthi a Bab el-Mandeb e il blocco di Suez hanno mostrato quanto sia fragile una rotta da cui transita circa il quaranta per cento del nostro interscambio. Sui fondali corrono ventiseimila chilometri di cavi e migliaia di chilometri di gasdotti, bersagli ormai concreti e non ipotesi, in un mondo dove il novantanove per cento del traffico dati viaggia sott’acqua. E sopra tutto questo, gli Stati Uniti sono un partner sempre più altalenante e meno affidabile.

Quel vuoto non apre soltanto uno spazio per l’Europa. Scarica sull’Italia una responsabilità che per decenni ha potuto delegare. Non è più una questione di poter scegliere se darsi una strategia mediterranea: è un obbligo. Finora abbiamo gestito emergenze, in quel mare che di nostrum ha solo il nome, non certo l’agire. Il decreto del 22 aprile 2026, che istituisce la cornice per una strategia di sicurezza nazionale finora assente, è un primo segnale. Ma è un punto di partenza, non un traguardo.

Dalla visione del futuro discendono le scelte concrete dell’oggi: maggiore presenza in mare, civile e militare; diversificazione delle rotte e delle fonti, perché ogni flusso che ci rende hub è anche il canale attraverso cui ci si può colpire; un sistema portuale e infrastrutturale orientato al Sud, non solo dell’Italia, ma del mondo. E una consapevolezza politica: non possiamo farlo da soli, ma possiamo renderci indispensabili all’Europa nella sua proiezione meridionale. È la finestra che il Piano Mattei ha intuito, aperta da un Regno Unito uscito di scena, una Francia in difficoltà, una Germania perlopiù assente dal continente africano.

L’Italia ha avuto fortuna nella storia solo quando ha saputo essere mediterranea. Non solo atlantica, non solo europea, non solo fianco sud da presidiare. Tornare a esserlo richiede una cosa che il nostro sistema politico fatica a produrre: pensiero strategico di lungo periodo, costruito in modo trasversale e non smontato a ogni ciclo elettorale.

È per questo che abbiamo voluto un forum sul Mediterraneo. Con il Luiss Diplomatic and Security Forum, il Diplosec, organizzato dal Center for International and Strategic Studies (CISS) il prossimo 11 giugno, abbiamo costruito uno spazio neutro dove istituzioni, imprese, diplomazia e analisi possano ragionare insieme sulla giusta proiezione strategica, e non sulla prossima scadenza. Un tunnel verso l’Africa, in fondo, è solo un’immagine. Il pensiero che serve per prenderla sul serio è ciò che questo Paese fatica a sviluppare pienamente. Diplosec vuole dare un contributo proprio per costruire un pensiero strategico nazionale di medio-lungo periodo.


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