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Perché l’ordine economico mondiale è finito in crisi

Di Nicola Rotolo Francesco Salustri Carmine Soprano
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Tra dazi, sanzioni e catene del valore la rivalità geopolitica accelera la frammentazione e mette sotto pressione l’ordine economico globale.
Prosegue il dibattito legato al volume Una bussola per l’Europa, a cura di Luigi Paganetto, che raccoglie i contributi di un anno di attività del Gruppo dei 20

“L’Europa deve combattere per il suo posto in un mondo […] in cui le dipendenze sono militarizzate senza scrupoli”. Ci aveva avvertito la presidente Ursula von der Leyen, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del settembre scorso. Era la prima volta che l’Ue parlava ufficialmente di weaponization (militarizzazione, appunto). Tra dazi, sanzioni, energia e semiconduttori, era in realtà da un po’ che la politica economica e le catene del valore venivano strumentalizzate per rivalità geopolitica. Vediamo allora con ordine.

“Dazio è la parola più bella del dizionario”, ripeteva Trump durante la campagna elettorale 2024. Le tariffe sembrano in effetti divenute lo strumento di coercizione geoeconomica preferito dell’amministrazione di Washington. E se i dazi del Trump prima maniera erano relativamente chirurgici, concentrati su materie prime e beni strategici (acciaio, alluminio, pannelli solari e perfino lavatrici) soprattutto dalla Cina, quelli del secondo mandato sono a tappeto e verso tutti, compresi alleati storici europei.

Le giustificazioni Usa sono state le più diverse. Ora ridurre il deficit commerciale, pari ad oltre 1.200 miliardi nei beni nel 2024 ma compensato da un +293 miliardi di surplus nei servizi. Ora contenere il debito pubblico, che ha superato quota 37.000 miliardi nel 2025 (circa il 122% del Pil) ma per quasi l’80% resta in mano a creditori domestici. Ora ancora riportare occupazione manufatturiera negli stati della c.d. Rust Belt (Pennsylvania, Ohio, Michigan e simili), un tempo cuore industriale del Paese e oggi decisivi nelle elezioni presidenziali.

Il grande elefante in questa stanza mondiale restano però gli squilibri globali. Per decenni, dal secondo dopoguerra, gli Usa hanno assorbito il surplus di Paesi amici come Germania e Giappone, che hanno puntato sull’export per il proprio rilancio economico. Una visione chiara, condivisa da amministrazioni democratiche e repubblicane, calata in un ordine internazionale incentrato sul dollaro. Gli USA ne hanno tratto enormi benefici, perfezionando un modello di sviluppo fondato sulla produzione di servizi ad alto valore aggiunto (ICT, finanza, proprietà intellettuale) e sull’import di manifattura non avanzata da Paesi terzi. I mercati finanziari americani ‘’liquidi e profondi’’ hanno fatto il resto, garantendo forza e stabilità al biglietto verde e consentendo a Washington di finanziarsi a basso costo, ed alle famiglie americane di vivere al di sopra delle proprie possibilità.

 

L’avvento della Cina ha cambiato il paradigma. Il suo surplus commerciale monstre, che a fine 2025 ha superato i 1,200 miliardi di dollari, appare troppo ampio da assorbire per chiunque. Preoccupa in tal senso l’ostinazione di Pechino a non stimolare la domanda domestica per ridurre l’enorme risparmio privato (pari ad oltre 20% del PIL), tramite riforme strutturali di welfare e politiche abitative ancora largamente incomplete. Se al quadro si aggiungono la rivalità geopolitica con gli USA, e il malcontento dei colletti blu americani lasciati indietro dalla globalizzazione, è evidente che per Washington il costo economico e politico del ruolo di riequilibratore diventa sempre meno sostenibile. Il resto è una storia recente fatta di due guerre commerciali.

I dazi di Trump sembrano però lontani dal centrare gli obiettivi. Se le importazioni Usa dalla Cina sono calate (-14% nel 2022 rispetto al 2017), sono cresciute quelle da Paesi terzi, emersi come i veri beneficiari dei dazi prima maniera (Vietnam, Taiwan, Messico tra gli altri). Intanto, in entrambi gli atti della guerra commerciale, il Pil di Washington ha rallentato (2,1% nel 2025 contro il 2.9-2.8% del 2023-24; 2.6% nel 2019 contro il 3% del 2018), e il manufatturiero è calato (9.4% del PIL nell’ultimo trimestre 2024, contro 9.7% nello stesso periodo 2024; circa 245,000 posti di lavoro persi nel 2019 rispetto al 2017). Ciliegina sulla torta, lo scorso aprile il Fondo Monetario ha certificato che gli squilibri globali sono in aumento anziché in diminuzione, e che occorrono politiche macroeconomiche, non commerciali, a riequilibrarli.

Il commercio, per decenni considerato il maggior deterrente contro la guerra, si è ora scoperto fronte di militarizzazione; e non è  il solo. Le sanzioni finanziarie sono in aumento da anni, trainate dalla guerra d’aggressione russa in Ucraina e poi da quella in Iran: in media circa 3.000 nuove persone ed organizzazioni sono state sanzionate da Washington nel 2022-24, compresi casi controversi (tra cui otto giudici della Corte Penale Internazionale e la Relatrice Speciale Onu per i Territori Palestinesi Occupati). Ma l’arma sanzionatoria dipende dalla centralità del dollaro e dei pagamenti su circuito swift. E nonostante vari tentativi di de-dollarizzazione, il ‘’privilegio esorbitante’’ del biglietto verde (copyright Giscard d’Estaing) ad oggi resta tale: 89% delle transazioni, 57% delle riserve, circa il 40% delle fatture commerciali.

A completare il quadro, la militarizzazione di energia e terre rare. Restiamo un mondo di idrocarburi, con circa i tre-quarti della popolazione mondiale basata in paesi importatori netti di petrolio e gas. Il decoupling europeo dal gas russo dopo l’invasione in Ucraina è stato nel complesso un successo, ma la guerra in Iran ci ha ricordato come le strozzature nelle forniture -di idrocarburi ma anche fertilizzanti– sono tutt’altro che superate (il Gruppo dei 20 ha discusso in quest’articolo Formiche criticità e soluzioni per l’Italia). Le terre rare sono il caso di scuola in tal senso: essenziali per le tecnologie digitali, militari e green, dipendono da una filiera controllata fino al 90% dalla Cina, che detiene però meno del 40% delle riserve mondiali. Le restrizioni all’export varate da Pechino nell’aprile-maggio 2025, che hanno spinto Trump alla tregua commerciale dopo i dazi del Liberation Day, parlano da sole.

E l’Europa? Da qualche anno a Bruxelles è in atto una presa di coscienza geopolitica. Con la Strategia per la Sicurezza Economica del 2023, l’UE ha per la prima volta definito i rischi legati alle interdipendenze ed alla militarizzazione delle catene del valore. Ne sono seguiti alcuni provvedimenti di rilievo, non privi di criticità.

L’European Chips Act del 2023 fissa al 20% l’obiettivo di produzione europea di semiconduttori avanzati (secondo la Corte dei Conti Ue servirebbe una capacità produttiva quattro volte superiore). Il Critical Raw Materials Act del 2024 incentiva la lavorazione di terre rare all’interno dell’Unione per ridurre la dipendenza dalla Cina (ma è senza budget). L’Industrial Accellerator Act del 2025 si concentra su investimenti investeri e manifattura europea green negli appalti pubblici (ma solleva riserve su restrizioni alla concorrenza e compatibilità con le regole Wto). Completano il pacchetto i rapporti Letta e Draghi su mercato unico e competitività europea del 2024, e l’iniziativa AccellerateEU sull’elettrificazione dell’aprile scorso.

Al di là di alcuni dettagli ancora da definire, la direzione sembra quella giusta. Resta però l’impressione di iniziative sostanzialmente reattive e mai proattive, a tratti nate zoppe dalla scarsa quota di risorse comuni. Per dirla con Gramsci, “il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire, e nel chiaroscuro nascono i mostri” (e restano gli squilibri). A quando una prova di vera leadership europea?


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