Non potendo essere presente oggi, a tutte le donne e gli uomini in uniforme che oggi sfileranno, o che si troveranno lontani in qualche posto del mondo che sulla cartina pochi saprebbero indicare, ma anche a chi, per difendere quei valori che oggi celebriamo, ha sofferto, talvolta sino all’estremo sacrificio: grazie. Il pensiero che l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, ha condiviso con Formiche.net in occasione della Festa della Repubblica
Ogni anno, il 2 giugno, mi fermo. Non è un obbligo di protocollo: è qualcosa di più personale. Ho trascorso decenni in uniforme, ho visto cosa significa per un Paese tenere insieme la propria storia e il proprio futuro in una sola ricorrenza.
Quella capacità — rara, non scontata — appartiene all’Italia in modo del tutto particolare. Il mio ruolo al Comitato militare della Nato mi impone una neutralità che rispetto e in cui credo: trentadue nazioni alleate, nessuna da privilegiare, nessuna da trascurare.
Eppure la neutralità non è cecità.
Dal mio punto di osservazione vedo ogni giorno quello che i singoli Alleati portano all’interno dell’Alleanza, non soltanto in termini di truppe e sistemi d’arma, ma di cultura, di metodo, di presenza. E posso dire, senza violare alcuna neutralità, che l’Italia è apprezzata.
Profondamente, trasversalmente apprezzata.
Non è soltanto quello che porta, come i contingenti nei Balcani, la presenza nel Mediterraneo, il contributo al fianco est in un momento in cui la guerra è tornata sul suolo europeo con una brutalità che nessuno di noi avrebbe voluto rivedere.
È il modo in cui lo porta.
C’è una capacità italiana di stare nei teatri più difficili con rigore militare e intelligenza umana insieme, che i partner riconoscono e che ho imparato ad apprezzare sul campo, prima ancora di arrivare a questo incarico.
Il 2 giugno è anche l’occasione per ricordare perché tutto questo è possibile: perché esiste un patto solido tra le Forze armate e la Repubblica.
Le istituzioni democratiche — nazionali ed europee, la Nato come l’Unione Europea — danno senso alla missione; le Forze armate restituiscono a quelle istituzioni la concreta possibilità di esistere e operare in libertà.
È una reciprocità che, quando funziona davvero, è una delle cose più belle che un Paese sappia esprimere. Questo legame però deve allargarsi.
La sicurezza oggi – e alla Nato lo sappiamo bene – passa dal cosiddetto “whole-of-society” approach: non si costruisce cioè soltanto nelle caserme, ma nella quotidianità di una società che conosce i propri rischi, si fida delle proprie istituzioni e sa come rispondere.
L’Italia ha tutto ciò che serve per essere un punto di riferimento in questo. Lo dico con convinzione, non per cortesia.
Non potendo essere presente oggi, a tutte le donne e gli uomini in uniforme che oggi sfileranno, o che si troveranno lontani in qualche posto del mondo che sulla cartina pochi saprebbero indicare, ma anche a chi, per difendere quei valori che oggi celebriamo, ha sofferto, talvolta sino all’estremo sacrificio: grazie.
Non è una formula. È la cosa più vera che mi sento di scrivere in questo giorno.
Buona Festa della Repubblica.







