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Mamdani, Gramsci e la battaglia per l’egemonia culturale nel partito democratico Usa

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Le vittorie dei candidati sostenuti da Zohran Mamdani a New York vanno oltre la comunicazione politica. Il fenomeno segnala l’emergere di una nuova egemonia nel Partito Democratico, fondata su temi concreti, identità politica e costruzione del consenso culturale. Le primarie rappresentano il primo effetto visibile di questo processo. L’analisi di Francesco Nicodemo

Molti commentatori stanno leggendo le recenti vittorie dei candidati sostenuti da Zohran Mamdani nelle primarie democratiche di New York come un successo della comunicazione politica progressista.

Credo sia una lettura riduttiva.

Non esiste una vittoria comunicativa che non sia anche una vittoria politica. E per capire cosa sta accadendo attorno a Mamdani forse è più utile tornare ad Antonio Gramsci che ai manuali di marketing elettorale.

Le vittorie dei candidati da lui sostenuti non sono semplicemente il risultato di una campagna efficace. Sono il segnale che dentro una parte rilevante del Partito Democratico americano sta emergendo una nuova egemonia.

Gramsci ci ha insegnato che il potere non si esercita soltanto nelle istituzioni. Si esercita nella capacità di definire ciò che appare normale, ragionevole, desiderabile. Nella costruzione del senso comune.

È esattamente il terreno sul quale si sta muovendo Mamdani.

La sua forza non consiste nell’aver trovato uno slogan vincente. Consiste nell’aver ricostruito un rapporto tra una visione ideologica e l’esperienza materiale delle persone.

Mamdani non nasconde la propria identità politica. Si definisce socialista. Ma la sua proposta non si esaurisce in un’etichetta ideologica.

Al contrario, prova a tradurre quella visione in questioni immediatamente comprensibili: il costo della casa, gli affitti, il prezzo dei trasporti, il costo della vita, l’accesso ai servizi. In inglese si dice affordability. È una parola semplice che racchiude una domanda politica enorme: una persona che lavora può ancora permettersi di vivere dignitosamente nella città in cui abita?

Accanto a questo c’è un altro elemento che contribuisce alla sua egemonia emergente: la chiarezza.

Sulla guerra a Gaza, sul sostegno militare americano all’estero e sul peso crescente delle spese per la difesa, Mamdani ha assunto posizioni nette. Condivisibili o meno, non ambigue.

In un’epoca in cui molti leader sembrano inseguire ogni giorno il punto di equilibrio tra segmenti diversi dell’elettorato, lui sceglie di definire un campo e di rappresentarlo.

È una differenza sostanziale.

L’egemonia non nasce dalla moderazione permanente. Nasce dalla capacità di organizzare interessi, valori e identità attorno a una visione coerente del mondo.

Forse il passaggio più interessante della sua esperienza politica è proprio il rapporto con l’immaginario popolare.

Quando i New York Knicks sono tornati protagonisti dopo anni difficili, Mamdani non si è limitato a festeggiare come un tifoso. Ha trasformato quell’entusiasmo collettivo in una narrazione politica sulla città.

I Knicks diventano il simbolo di una New York che torna a credere in sé stessa, che si riconosce come comunità, che ritrova orgoglio e appartenenza.

Non è una semplice operazione di comunicazione sportiva. È il tentativo di collegare emozioni condivise, cultura popolare e progetto politico. In altre parole, di fare ciò che Gramsci avrebbe definito una battaglia culturale.

Per questo la domanda che oggi attraversa il Partito Democratico non riguarda soltanto Mamdani.

La domanda è se la sua esperienza rappresenti l’inizio di una nuova fase politica.

Per anni il dibattito progressista americano è stato dominato dalla ricerca del candidato giusto, della coalizione giusta, della strategia elettorale giusta. Mamdani sembra suggerire una strada diversa: prima costruire una visione del mondo, poi costruire una maggioranza.

Le vittorie alle primarie non sono il punto di partenza di questo processo.

Sono il suo primo risultato visibile.

Perché quando una forza politica riesce a imporre i propri temi, il proprio linguaggio e perfino i propri simboli nel dibattito pubblico, significa che la battaglia elettorale è già stata preceduta da qualcosa di più profondo.

La conquista di una posizione egemonica.

Ed è per questo che il fenomeno Mamdani merita attenzione anche fuori dagli Stati Uniti. Non perché offra un modello esportabile in modo automatico, ma perché ricorda una verità spesso dimenticata dalla politica contemporanea: prima delle maggioranze parlamentari vengono sempre le maggioranze culturali.


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