Ancora una volta, a differenza dell’Europa, gli Stati Uniti antepongono le ragioni del mercato e della regolazione “minima” a quelle della democrazia. Solo che questa volta, potrebbero non avere del tutto torto. Ecco perché nell’analisi dell’avvocato Riccardo Piselli, prof. di Proprietà Intellettuale alla Luiss Guido Carli
Il 2 giugno il presidente Trump ha firmato l’executive order “Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security”. Il contenuto, in sintesi: le agenzie federali – Tesoro, NSA, Cisa – dovranno costruire entro sessanta giorni un quadro volontario attraverso cui gli sviluppatori dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati potranno sottoporli al governo, concedendogli un accesso anticipato fino a trenta giorni prima del rilascio. Un processo di benchmarking classificato stabilirà quali modelli meritino la qualifica di “covered frontier model”; nasce inoltre, presso il Tesoro, una clearinghouse per coordinare la scoperta e la correzione delle vulnerabilità informatiche. Il tutto, recita espressamente l’ordine, senza che nulla possa essere letto come obbligo di licenza o autorizzazione preventiva.
La notizia è fresca e merita più di una riflessione di cronaca. Perché dietro la firma c’è un fatto tecnico che ha cambiato i termini del problema: negli ultimi mesi i modelli di frontiera hanno dimostrato di saper scoprire e sfruttare autonomamente falle critiche nei sistemi informatici – comprese quelle ancora ignote agli stessi produttori, i cosiddetti zero-day – a velocità e costi che nessun team umano può eguagliare. La tecnologia che protegge le infrastrutture critiche è, in altri termini, la stessa che, nelle mani sbagliate, può violarle.
Una lunga genealogia
L’ordine del 2 giugno riapre un capitolo antico: quello della regolazione delle tecnologie a duplice uso: quelle in cui l’impiego benefico e quello ostile non sono due versioni distinte, ma due facce della stessa medaglia. È il problema regolatorio più antico della modernità tecnologica: non si può vietare la minaccia senza rinunciare al beneficio, e non si può godere del beneficio senza esporsi anche alla minaccia.
La storia offre un catalogo istruttivo. La dinamite di Alfred Nobel nacque per le miniere e i trafori e divenne in pochi anni strumento di guerra e di terrorismo, al punto da spingere l’inventore a fondare, per contrappasso, il premio che porta il suo nome. L’aviazione passò in un ventennio da curiosità sportiva a bombardamento strategico. Il Dna ricombinante, negli anni Settanta, pose alla biologia lo stesso dilemma: la tecnica che prometteva farmaci e terapie poteva generare patogeni. E la crittografia forte – il precedente più fedele al caso odierno – costrinse gli Stati Uniti a fare i conti con lo stesso nodo: salvaguardarne gli indubbi benefici per la sicurezza dei cittadini, classificandola per decenni come munizione soggetta ai controlli sull’export.
La scelta regolatoria
Davanti a tecnologie simili, il potere pubblico si trova a un bivio che chi studia regolazione pubblica conosce molto bene: deve limitarla e in qualche misura appropriarsene? E se sì, con quale strumenti? Le opzioni storicamente sperimentate sono tre e le prime due hanno già mostrato i loro limiti.
La prima opzione è imporre obblighi con la forza della legge. Qui il parallelismo con la cifratura è centrale. Nel 1993 l’amministrazione Clinton propose il Clipper Chip: un sistema di cifratura con chiave depositata presso lo Stato, il key escrow, che avrebbe garantito alle autorità un accesso privilegiato alle comunicazioni protette. Il mercato rifiutò lo standard, l’industria virò verso soluzioni alternative, e alla fine del decennio anche i controlli sull’export furono smantellati. La lezione è strutturale: una tecnologia non si lascia confinare per decreto. Lo standard imposto per legge muore se il mercato non lo adotta.
La seconda opzione è all’estremo opposto: lasciare tutto all’autogoverno della comunità scientifica, che trascende i confini nazionali. Il precedente più nobile è Asilomar, 1975: i biologi molecolari si imposero da soli una moratoria sul Dna ricombinante e si diedero protocolli di sicurezza prima che gli Stati legiferassero in materia. In un certo senso, l’approccio funzionò – ma in condizioni irripetibili: una comunità piccola, accademica, coesa, senza una frenetica corsa commerciale alle spalle. Trasferito a settori dove gli incentivi economici e geopolitici sono colossali, il modello è intrinsecamente debole: l’autoregolazione regge finché nessuno ha un interesse miliardario a disertare, cioè quasi mai.
La terza via: il nudging applicato all’IA
L’ordine del 2 giugno sceglie consapevolmente una terza strada: dettare standard volontari, ma renderli un po’ meno volontari “persuadendo”. È, in termini tecnici, nudging applicato all’intelligenza artificiale in ambito cyber. La partecipazione al quadro di revisione pre-rilascio è formalmente libera; ma il rifiuto espone lo sviluppatore allo scrutinio della sicurezza nazionale, al costo reputazionale, all’esclusione dal circuito dei “trusted partners” che il governo stesso contribuisce a selezionare. L’architettura delle scelte è costruita perché la non-adesione diventi economicamente e politicamente insostenibile. Non è un obbligo: è un invito gentile, che tuttavia è diseconomico declinare.
L’approccio appare più liberale delle alternative – niente licenze, niente moratorie, la libertà di rilascio formalmente intatta – ed è anche, va detto, l’unico coerente con la natura non confinabile della tecnologia in questione. Ma è anche molto più opaco. Lo standard imposto per legge passa dal Parlamento, si pubblica, si impugna davanti a un giudice. Il nudge no: vive di benchmark classificati, di designazioni rimesse alla discrezionalità del direttore della Nsa, di criteri di selezione dei partner che l’ordine nemmeno enuncia, di pressioni che non lasciano traccia negli atti. La regolazione per persuasione guadagna in velocità e flessibilità esattamente ciò che perde in controllabilità democratica.
Ancora una volta, a differenza dell’Europa, gli Stati Uniti antepongono le ragioni del mercato e della regolazione “minima” a quelle della democrazia. Solo che questa volta, potrebbero non avere del tutto torto.
















