La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, in risposta all’operazione statunitense Epic Fury, ha evidenziato il valore strategico dei chokepoint marittimi per la sicurezza energetica globale. Teheran ha usato il controllo dello Stretto come leva di deterrenza e pressione economica. Al contempo, il corridoio ferroviario Teheran–Xi’an ha attenuato gli effetti sui traffici, confermando l’importanza di reti logistiche diversificate e resilienti. L’analisi di Simone Casoni (Geopolitica.info)
A seguito del lancio dell’operazione Epic Fury da parte degli Stati Uniti, finalizzata al ridimensionamento del programma nucleare iraniano, la Repubblica Islamica dell’Iran ha adottato una strategia orientata al contenimento della pressione esercitata da Washington. La serie di attacchi condotti dagli Stati Uniti ha indotto le autorità iraniane a prendere in considerazione una misura dalle potenziali conseguenze sistemiche per il mercato energetico globale: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Tale decisione ha consentito a Teheran di acquisire un significativo vantaggio strategico nei confronti degli Stati Uniti, sfruttando una delle principali vulnerabilità dell’economia energetica internazionale. Al contempo, tuttavia, il blocco dello Stretto ha determinato una sostanziale paralisi dei flussi energetici nell’area del Golfo Persico, regione che riveste un ruolo centrale nella produzione e nell’esportazione di petrolio e di gas naturale liquefatto (Gnl). In considerazione della rilevanza strategica di tale passaggio marittimo per il commercio energetico mondiale, eventuali interruzioni della sua navigabilità sono suscettibili di produrre effetti significativi non soltanto sugli equilibri regionali, ma anche sulla stabilità dei mercati energetici internazionali.
Il blocco di Hormuz come “deterrenza energetica”
Dall’inizio delle tensioni e delle operazioni militari nell’area del Golfo Persico, l’Iran ha fatto dello Stretto di Hormuz non soltanto una barriera naturale, ma anche uno strumento di “deterrenza geografica” a carattere energetico. Attraverso il controllo di questo chokepoint, Teheran ha cercato di accrescere i potenziali costi economici e politici di un eventuale intervento ostile, sfruttando la centralità dello Stretto, da cui transita circa il 20% delle risorse energetiche mondiali. La strategia iraniana si è così configurata come una forma di coercizione energetica basata sul controllo dello Stretto di Hormuz, causando gravi ripercussioni sulle catene logistiche asiatiche ed europee e forti pressioni sui mercati energetici globali. Lo Stretto di Hormuz presenta inoltre caratteristiche geografiche che ne facilitano il controllo da parte dell’Iran. La sua larghezza varia da circa 33 chilometri nei punti più stretti a oltre 80-95 chilometri nelle sezioni più ampie³, mentre la profondità oscilla generalmente tra i 30 e i 100 metri. Tali caratteristiche, unite alla limitata estensione dei corridoi di navigazione, conferiscono a Teheran una significativa capacità di monitoraggio e interdizione del traffico marittimo, rendendo lo Stretto uno strumento di primaria rilevanza per la difesa territoriale. A ciò si aggiunge una vasta fascia montuosa e impervia che si estende dal confine nord-occidentale con la Turchia fino allo Stretto di Hormuz (vedi figura 1), dove l’Iran può immagazzinare, occultare, produrre e lanciare una quantità di droni e missili sufficiente a minacciare il traffico navale nel Golfo.

Lungo la costa meridionale iraniana si trovano inoltre numerose insenature e baie che offrono copertura per il lancio di piccole imbarcazioni destinate ad attaccare il traffico marittimo o a posare mine, nonché per l’impiego di missili antinave e droni. La capacità iraniana di controllare lo Stretto di Hormuz si fonda infatti su una complessa architettura di anti-accesso e negazione d’area (A2/AD), basata sull’integrazione di strumenti convenzionali, capacità asimmetriche e fattori geografici. Un ruolo centrale è svolto dalla marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC Navy), che impiega una vasta flotta di imbarcazioni leggere e veloci, denominata “mosquito fleet”, secondo tattiche di saturazione multidirezionale volte a sopraffare i sistemi difensivi avversari mediante attacchi simultanei. Tale dispositivo è rafforzato dalla presenza di batterie missilistiche costiere, mine navali e assetti subacquei, in grado di compromettere la sicurezza della navigazione e aumentare i costi operativi di eventuali interventi militari esterni. A ciò si aggiungono l’impiego di droni per sorveglianza, ricognizione e acquisizione obiettivi, nonché strumenti di guerra elettronica destinati a degradare le capacità di comando, controllo e monitoraggio delle forze avversarie. Infine, la particolare conformazione geografica dello Stretto, caratterizzata da corridoi di navigazione ristretti e intenso traffico commerciale, costituisce un importante moltiplicatore di forza, favorendo l’efficacia delle strategie di interdizione marittima adottate da Teheran. Allo stato attuale, la riapertura dello Stretto di Hormuz, pur rappresentando un passaggio fondamentale per il ripristino dei flussi energetici globali, non implica un immediato ritorno alla situazione precedente al conflitto. Permangono infatti incertezze sull’eventuale introduzione futura di oneri o tariffe per la navigazione nello Stretto; inoltre, il recupero della piena capacità operativa degli impianti energetici e logistici del Golfo richiederà tempi più lunghi a causa delle interruzioni produttive e dei danni alle infrastrutture.
La “continuazione logistica” grazie alla Belt and Road Initiative.
Nonostante le operazioni nel Golfo abbiano determinato una rapida escalation degli attacchi contro infrastrutture strategiche, l’Iran ha dimostrato una significativa capacità di resilienza, sia sul piano interno sia nei confronti dei propri partner commerciali. Grazie al mantenimento dell’operatività dei porti affacciati sul Golfo e dei collegamenti terrestri con l’Asia centrale, in particolare attraverso la rete ferroviaria diretta verso il Kazakistan, il Paese è riuscito a garantire la continuità delle proprie catene di approvvigionamento, sostenendo l’attività economica nazionale e assicurando la regolarità delle forniture destinate ai mercati di riferimento. A marzo, le esportazioni petrolifere iraniane verso l’Asia ammontavano a circa 1,84 milioni di barili al giorno, dirette prevalentemente verso la Cina. La capacità di alcune petroliere di eludere le sanzioni statunitensi ha rafforzato la convinzione di Teheran della necessità di diversificare le vie di esportazione energetica. In questo contesto, lo sviluppo dei collegamenti ferroviari con l’Asia centrale e la Cina ha assunto un ruolo crescente nella strategia logistica iraniana, tendenza accentuatasi con lo scoppio del conflitto e l’aumento dei rischi associati alle rotte marittime tradizionali. La ferrovia (vedi figura 2), lunga circa 10.400 chilometri, collega direttamente Teheran alla città cinese di Xi’an attraversando Turkmenistan e Kazakistan mediante la ferrovia KTI (Kazakistan-Turkmenistan-Iran), per poi entrare in Cina attraverso la stazione di Alashankou.

Dall’inizio del conflitto, il corridoio ferroviario ha assunto un ruolo sempre più strategico nell’approvvigionamento energetico della Cina. Prima dello scoppio delle ostilità, le esportazioni lungo questa direttrice erano organizzate con una frequenza di circa un treno alla settimana. Le interruzioni del traffico marittimo causate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz hanno tuttavia determinato un significativo incremento del traffico ferroviario, con convogli diretti a Xi’an che giungono a destinazione, in media, ogni quattro giorni. Pur presentando una capacità di trasporto inferiore rispetto a una petroliera convenzionale, il trasporto ferroviario risulta più efficiente sotto il profilo temporale, riducendo i tempi di transito da circa trenta a quindici giorni e compensando in parte la minore capacità di carico attraverso una maggiore rapidità e continuità dei flussi logistici. L’importanza del corridoio ferroviario Teheran-Xi’an trascende la sola funzione logistica. Esso rappresenta uno strumento di proiezione geoeconomica attraverso il quale l’Iran rafforza il proprio ruolo di hub di transito tra Asia centrale, Medio Oriente ed Europa. Inserito nella Belt and Road Initiative, il corridoio contribuisce a ridurre la dipendenza dalle rotte marittime tradizionali, storicamente esposte alle tensioni geopolitiche e ai regimi sanzionatori occidentali. La disponibilità di un collegamento terrestre stabile consente inoltre a Teheran di preservare la continuità dei flussi commerciali anche in contesti di elevata instabilità regionale. Dal punto di vista cinese, il corridoio ferroviario assume un’importanza crescente nell’ambito della sicurezza energetica nazionale. La progressiva instabilità delle principali rotte marittime ha infatti rafforzato l’interesse di Pechino verso infrastrutture terrestri capaci di garantire una maggiore continuità dei flussi commerciali. In questo contesto, il collegamento con l’Iran si inserisce nella più ampia strategia della Belt and Road Initiative, finalizzata alla diversificazione delle vie di approvvigionamento e alla riduzione della vulnerabilità associata ai principali chokepoints marittimi. La realizzazione di reti logistiche alternative aumenta inoltre la resilienza delle catene di fornitura, assicurando una maggiore capacità di adattamento in caso di crisi geopolitiche o interruzioni del traffico internazionale.
In definitiva, il caso dello Stretto di Hormuz evidenzia come le infrastrutture energetiche e logistiche costituiscano strumenti centrali della competizione odierna. La strategia iraniana ha dimostrato che il controllo di un chokepoint marittimo può essere impiegato non soltanto come mezzo di pressione militare, ma anche come leva economica e diplomatica in grado di influenzare i mercati energetici internazionali e le catene globali di approvvigionamento. Al tempo stesso, l’esperienza del conflitto ha messo in luce la crescente importanza della diversificazione delle reti logistiche. L’integrazione tra trasporto marittimo e corridoi ferroviari terrestri ha consentito a Teheran di mitigare, almeno in parte, gli effetti derivanti dall’interruzione dei traffici nello Stretto, preservando la continuità delle esportazioni verso i principali partner asiatici. In tale prospettiva, la Belt and Road Initiative si configura non soltanto come un progetto di sviluppo infrastrutturale, ma anche come uno strumento di resilienza strategica, capace di offrire rotte alternative in contesti caratterizzati da elevata instabilità. Il conflitto conferma, pertanto, che la sicurezza energetica contemporanea non dipende esclusivamente dal controllo delle risorse, ma sempre più dalla capacità degli Stati di riconfigurare rapidamente le proprie reti logistiche e commerciali in risposta alle crisi internazionali.
Il contributo è parte del Geopolitical Brief n° 67 “Il blocco di Hormuz e la crisi energetica globale. Le conseguenze per l’Europa e per l’Asia” realizzato dal Centro Studi Geopolitica.info, disponibile qui.
















