Raffaele Volpi, già sottosegretario della Difesa e presidente del Comitato parlamentare per sicurezza della Repubblica (Copasir) interviene nel dibattito lanciato da Formiche.net in seguito alla partecipazione del direttore generale dell’Agid alla conferenza sulla regolamentazione dell’IA a Shanghai. “La vera domanda – scrive – non è quanto la Cina sappia ancora sfruttare le debolezze italiane ed europee. È quanto noi siamo capaci di riconoscerle prima che diventino dipendenze”
La partecipazione del direttore generale dell’Agid alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai è un episodio minore. Segnala però la distanza fra la collocazione internazionale dichiarata dell’Italia e l’operatività ordinaria di amministrazioni, imprese e centri di ricerca. Il governo ha chiarito la scelta euro-atlantica del Paese; il sistema continua a muoversi come se le decisioni tecnologiche appartenessero a un dominio separato dalla sicurezza nazionale. Non vi appartengono più.
Il Memorandum del 2019 aveva almeno una caratteristica: era visibile. Un atto politico, con firme e responsabilità riconoscibili, discutibile e infine ridimensionabile. L’ingresso cinese oggi passa per porte laterali meno evidenti: una partnership industriale, un accordo universitario, un servizio cloud, un modello di intelligenza artificiale conveniente e rapidamente integrabile nei processi. Nessuno di questi passaggi richiede una decisione politica di rango. Ciascuno produce, nel tempo, una dipendenza.
Il rischio maggiore resta dunque la frammentazione. Pechino non ha bisogno di una grande scelta di campo a proprio favore: ottiene risultati analoghi sommando decisioni minori, un software adottato perché meno costoso, una collaborazione scientifica valutata solo per il merito accademico, un’infrastruttura scelta senza considerare il vincolo futuro con il fornitore. Quando la politica riconosce il problema, il costo dell’uscita è già elevato.
C’è però una ragione ulteriore per cui l’intelligenza artificiale non è assimilabile alle infrastrutture che già sorvegliamo. Non è soltanto una tecnologia abilitante: sta diventando il canale attraverso cui una parte crescente della società conosce, interpreta e giudica la realtà.
Abbiamo imparato a diffidare dei social network, dove ogni contenuto è il messaggio di un soggetto riconoscibile. Di fronte alla risposta di un sistema di intelligenza artificiale l’utente attribuisce invece un’autorevolezza diversa: immagina una sintesi neutrale, non l’opinione di qualcuno. Questa percezione può trasformare l’IA in un mediatore dell’informazione senza precedenti, proprio perché non viene percepita come mediatore.
La neutralità assoluta di un modello non esiste. Ogni sistema dipende dai dati con cui è stato addestrato, dalle fonti selezionate, dalle istruzioni ricevute, dai filtri applicati. Non occorre immaginare una propaganda esplicita: basta che alcune informazioni vengano attenuate, altre enfatizzate, alcune fonti rese marginali. Chi controlla modelli, dati e criteri di risposta non governa le opinioni, ma dispone di uno strumento inedito per concorrere alla loro formazione. È il rischio di una backdoor cognitiva.
Sarebbe intellettualmente disonesto sostenere che questo valga soltanto per i modelli cinesi. Vale per tutti, e in particolare per quelli statunitensi, dai quali l’Europa dipende in misura assai maggiore. La differenza non sta nella neutralità, che nessuno possiede, ma nel regime giuridico entro cui quelle scelte vengono compiute. Un modello sviluppato in democrazia opera dentro un ordinamento che consente contenzioso, indagine parlamentare, stampa libera e responsabilità del produttore. Un ecosistema interno a un sistema autoritario non offre nessuna di queste vie di verifica, e non le offrirà, perché la verificabilità è precisamente ciò che quel sistema è costruito per escludere. Il discrimine è la contestabilità, non la purezza.
Ciò non esaurisce però il problema europeo con gli Stati Uniti, di natura diversa ma non trascurabile. Dipendere per calcolo, cloud e modelli da un alleato significa comunque dipendere: esporsi a decisioni regolatorie o extraterritoriali adottate altrove e per finalità altrui, come l’esperienza recente su dazi e semiconduttori ha mostrato. Alleanza non è coincidenza automatica di interessi. La risposta non è l’equidistanza fra Washington e Pechino, che sarebbe un errore di collocazione strategica, ma una capacità europea autonoma che renda la cooperazione atlantica una scelta e non una necessità.
Servono perciò due interventi. Il primo riguarda le procedure. Le attività internazionali delle amministrazioni nei settori strategici richiedono regole più chiare su chi decide e con quale raccordo con la sicurezza nazionale. Alle imprese occorrono strumenti di valutazione del rischio tecnologico che non siano un adempimento formale. Università e centri di ricerca hanno bisogno di regole proporzionate, capaci di distinguere la cooperazione legittima dal trasferimento di conoscenza sensibile.
Il secondo riguarda la capacità. Il rischio non si riduce con i soli divieti: non si può chiedere a un’impresa di rinunciare alla tecnologia più conveniente senza offrirle un’alternativa competitiva. L’Europa deve investire in calcolo, cloud, semiconduttori, modelli linguistici, cybersecurity e applicazioni duali, collegando ricerca, industria, difesa e spazio in una filiera oggi frammentaria. Non autosufficienza velleitaria: capacità autonoma di scelta.
Il rapporto con la Cina resterà necessario e il disaccoppiamento totale è irrealistico. Ma cooperare non significa rinunciare a distinguere fra un normale scambio economico e ciò che produce dipendenza strategica o condizionamento informativo.
La vera domanda non è quanto la Cina sappia ancora sfruttare le debolezze italiane ed europee. È quanto noi siamo capaci di riconoscerle prima che diventino dipendenze. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale la sovranità non riguarda soltanto porti, reti e infrastrutture. Riguarda anche la libertà con cui una società forma le proprie convinzioni.
















