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Materie prime critiche, perché il mercato non basta più

Di Mario Di Giulio
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Il tema di fondo che il rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia solleva non è solo se la Cina controlli troppe materie prime critiche, ma, anche, se l’Europa sia ancora in grado di costruire una politica industriale capace di coniugare efficienza economica, sicurezza strategica e autonomia tecnologica. L’analisi di Mario Di Giulio

Durante gli incontri tra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale per definire i nuovi equilibri internazionali, a Winston Churchill, che avrebbe richiamato l’opportunità di tenere conto anche dell’opinione del Papa, viene tradizionalmente attribuita la risposta di Stalin: “Quante divisioni ha il Vaticano?” Al di là della sua effettiva autenticità storica, l’aneddoto sintetizza perfettamente la visione del leader sovietico: il potere coincideva con la forza militare.

La storia ha dimostrato quanto quella concezione fosse incompleta. Le grandi crisi degli ultimi cinquant’anni hanno evidenziato come il controllo delle risorse economiche possa trasformarsi in uno strumento di pressione geopolitica altrettanto efficace delle armi. Lo shock petrolifero degli anni Settanta mostrò come il controllo dell’energia fosse in grado di mettere in difficoltà le economie occidentali. La guerra in Ucraina ha riportato al centro il tema della sicurezza energetica (e alimentare con il caso del grano), mentre l’attuale conflitto e le tensioni in Medio Oriente hanno confermato quanto siano vulnerabili le catene globali di approvvigionamento.

Oggi la stessa logica si ripropone in un ambito diverso. Non riguarda più soltanto il petrolio o il gas naturale, ma le materie prime critiche che alimentano la transizione energetica, la rivoluzione digitale e le tecnologie della difesa. È questo il messaggio più importante del Global Critical Minerals Outlook 2026 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie), pubblicato lo scorso 17 luglio. Più che fotografare il mercato dei minerali, il rapporto descrive la nascita di una nuova geografia del potere economico.

L’attenzione dell’opinione pubblica si concentra spesso sulle terre rare. In realtà il problema è molto più ampio. Il rame è indispensabile per reti elettriche, data center e infrastrutture energetiche; il litio, il nichel, il cobalto, la grafite e il manganese costituiscono il cuore delle batterie; le terre rare, come neodimio, praseodimio, disprosio e terbio, rendono possibile la produzione dei magneti permanenti impiegati nei motori elettrici e nelle turbine eoliche; il gallio, il germanio, il tungsteno e il tantalio sono ormai materiali essenziali per semiconduttori, intelligenza artificiale, aerospazio e difesa.
La novità evidenziata dal rapporto non riguarda tanto la disponibilità geologica di queste risorse, quanto la crescente concentrazione della loro trasformazione industriale.

Secondo l’Aie, oltre il 75% della nuova capacità mondiale di raffinazione sviluppata negli ultimi cinque anni si concentra in pochissimi paesi, con la Cina dominante nella maggior parte delle filiere e l’Indonesia nel settore del nichel. Per alcune materie prime strategiche, Pechino controlla circa il 90% della capacità mondiale di separazione delle terre rare, oltre il 90% della produzione di grafite sferica destinata agli anodi delle batterie e quote largamente prevalenti nella raffinazione di litio, cobalto e manganese.

Il bazooka cinese da 6.500 miliardi di dollari

Il dato più impressionante del rapporto non riguarda però le quote di mercato, bensì il loro impatto economico. Secondo l’ie, eventuali interruzioni nelle forniture di terre rare e magneti permanenti potrebbero mettere a rischio filiere industriali che generano oltre 6.500 miliardi di dollari Usa di valore economico annuo al di fuori della Cina. Il solo settore automobilistico rappresenta circa 3.000 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono elettronica, aerospazio, difesa, energia e infrastrutture digitali. Il rischio non è solo teorico: è del 24 luglio scorso la notizia, riportata dal New York Time, che il governo cinese ha esteso le restrizioni all’esportazione, subordinando la vendita di terre rare e magneti a specifiche autorizzazioni, con effetti su quattordici imprese europee.

Il paradosso degli investimenti e lo scudo dei sussidi occidentali

Di fronte a una minaccia da 6.500 miliardi di dollari, verrebbe spontaneo ipotizzare una corsa globale agli investimenti privati. Il rapporto dell’Aie fotografa invece un paradosso: nel 2025 gli investimenti privati nel settore delle materie prime critiche sono diminuiti del 9%, con una contrazione che ha superato il 20% nei metalli per batterie e ha sfiorato il 40% nel litio, lasciando il solo rame in controtendenza (+8%). È forse questo il dato più interessante dell’intero rapporto, perché mette in luce un limite che va oltre il settore minerario.

Se la domanda di minerali critici continuerà a crescere per almeno i prossimi vent’anni, il tema che si pone è perché il capitale privato investe di meno.
La risposta è che il mercato non investe nella sicurezza economica; investe nella redditività. Il crollo dei prezzi del litio e di altri metalli, i lunghi tempi necessari per sviluppare nuove miniere, l’incertezza regolatoria e il rischio geopolitico rendono molti progetti poco attraenti dal punto di vista finanziario, anche quando risultano strategicamente indispensabili. Qui emerge una divergenza sempre più evidente tra interesse pubblico e interesse privato.

Per uno stato, finanziare una miniera, un impianto di raffinazione o una filiera del riciclo significa ridurre una vulnerabilità geopolitica e rafforzare la sicurezza economica nazionale. Per un investitore, lo stesso progetto deve generare un rendimento adeguato rispetto ai rischi. I due interessi possono non coincidere. È probabilmente questa la ragione per cui Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, Corea del Sud e Australia stanno progressivamente abbandonando l’idea che il mercato possa, da solo, garantire la resilienza delle catene di approvvigionamento. L’Inflation Reduction Act statunitense, il Critical Raw Materials Act europeo, i nuovi fondi pubblici per le materie prime strategiche e il crescente coinvolgimento delle banche pubbliche di investimento rispondono tutti alla stessa esigenza: correggere un fallimento del mercato in un settore considerato essenziale per la sicurezza economica.
Per oltre trent’anni abbiamo ritenuto che la globalizzazione avrebbe distribuito spontaneamente produzione, investimenti e innovazione secondo criteri di efficienza. Il rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia racconta una realtà diversa: la concentrazione aumenta, gli investimenti privati rallentano e la sicurezza economica torna progressivamente a dipendere dalle scelte degli stati.

La competizione interna occidentale

Per evitare che il crollo dei prezzi e la volatilità del mercato congelino la transizione, i governi occidentali (dagli USA alla UE, ma anche il Canada, l’Australia e il Giappone) sono scesi in campo come “finanziatori di ultima istanza”, stanziando oltre 65 miliardi di dollari di sostegno pubblico, senza considerare le iniziative multilaterali quale il finanziamento dei corridoi logistici. Tuttavia, questa massiccia immissione di denaro pubblico, che spazia dai target di autonomia del Critical Raw Materials Act europeo agli incentivi fiscali dell’Inflation Reduction Act statunitense, rischia di essere indebolita da una profonda frammentazione geopolitica interna.

Più che un fronte comune coeso contro il quasi monopolio della Cina, le aggressive politiche di sussidio americane stanno innescando una guerra commerciale intestina, drenando capitali e progetti strategici dal Vecchio Continente (come il caso del progetto della raffineria di terre rare che si sarebbe dovuto realizzare a Saltend nel Regno Unito, abbandonato dalla società concessionaria Pensana per realizzare un’opera simile negli Stati Uniti, dopo la diminuzione dei prezzi dei prodotti finiti controllati dalla Cina che lo rendevano meno appetibile e a fronte degli incentivi offerti dalle politiche statunitensi).

Lo scudo finanziario dell’Occidente si trova così a dovere gestire una doppia sfida: rendere economicamente sostenibile la raffinazione locale e, al tempo stesso, evitare che la competizione transatlantica cannibalizzi gli sforzi industriali degli stessi alleati. Questo scenario riaccende, tra l’altro, il dibattito sulla rigidità della politica europea in materia di aiuti di stato, un nodo che si colloca al centro della ridefinizione industriale della UE di fronte alle altre superpotenze. Da un lato, i sostenitori del rigore di Bruxelles evidenziano come la tutela della concorrenza sia l’architrave del mercato unico: deregolamentare i sussidi nazionali rischierebbe di innescare una frammentazione interna asimmetrica, permettendo solo alle economie con maggior spazio fiscale, come Germania e Francia, di sostenere le proprie imprese a discapito dei partner europei meno solidi.

Dall’altro lato, i critici di questo approccio sottolineano come le stringenti regole sui finanziamenti pubblici e i lunghi tempi burocratici di approvazione finiscano per disarmare la UE nella competizione globale. Di fronte all’automatismo dei crediti d’imposta dell’Inflation Reduction Act statunitense e alla rapidità dei finanziamenti del capitalismo di stato cinese, l’impianto regolatorio europeo è spesso percepito come un ostacolo alla reattività industriale, faticando a convertire la massa critica dei ventisette stati membri in una reale capacità geopolitica unitaria.

È proprio in questo solco che si inserisce la visione espressa da Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività europea: per superare l’inefficacia dei sussidi frammentati a livello nazionale, la proposta suggerisce il passaggio a una politica industriale comune, finanziata da debito condiviso e focalizzata su grandi progetti di filiera, l’unica strada che sembrerebbe essere idonea per colmare il divario con Usa e Cina senza distruggere il mercato unico.
A prescindere dal piano Draghi, il tema di fondo che il rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia solleva, comunque, non è solo se la Cina controlli troppe materie prime critiche, ma, anche, se l’Europa sia ancora in grado di costruire una politica industriale capace di coniugare efficienza economica, sicurezza strategica e autonomia tecnologica.


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