Le prossime iniziative regolatorie, a livello nazionale ed europeo, non si limitino a rincorrere le emergenze. Occorre costruire le fondamenta di un nuovo ecosistema digitale, dove la sicurezza dei nostri ragazzi non sia un costo aggiunto o un limite alla rete, ma l’architettura stessa del futuro che vogliamo abitare. L’intervento di Andrea Stazi, ceo e co-founder Techno-Polis e direttore Centro di ricerca LeitAI, in occasione del Convegno “Nel Futuro che Vorrei. La sicurezza dei minori online tra tecnica e regolazione” di I-Com
Quando la politica si confronta con il mondo digitale e la sicurezza dei minori, la reazione appare spesso un riflesso condizionato: vietare, chiudere, bloccare. È la narrazione del muro, dell’argine che si spera fermi un’onda inarrestabile. Ma sappiamo bene che i divieti assoluti, nell’era dell’iperconnessione, sono destinati a fallire: creano zone d’ombra, allontanano i ragazzi e non proteggono nessuno.
Forse, però, il vento sta cambiando. Il recente G7 Common Set of Principles non è solo un atto diplomatico; è un vero e proprio cambio di paradigma. Per la prima volta, a livello di G7, si chiarisce che la priorità non è più difendere i minori dal digitale, ma costruire un digitale a misura di minore. Mentre l’Europa ha spesso agito in chiave difensiva, alzando scudi normativi contro le storture dei colossi tech, dal G7 arriva un messaggio propositivo: dobbiamo passare dalla fase del contenimento a quella della costruzione.
Pensiamo al nodo degli algoritmi, spesso demonizzati come nemici dell’infanzia. È un mito che va sfatato. L’algoritmo non è il male; è un motore, un meccanismo che, se lasciato a se stesso, può portare ovunque. Senza filtri algoritmici, un minore sarebbe gettato in un mare magnum senza bussola, esposto a contenuti inappropriati. Il problema non è lo strumento, ma il suo addestramento. La vera sfida politica, oggi, non è solo mitigare i rischi, ma imporre che l’algoritmo diventi un alleato: un curatore capace di garantire un’esperienza non solo sicura, ma stimolante e adatta all’età.
Questa nuova filosofia deve trasformare radicalmente il modo in cui pensiamo alla safety by design. Le leggi non devono limitarsi a tracciare linee rosse o minacciare sanzioni, che rischiano di essere facilmente aggirate. Occorre che la tutela dei minori entri nel Dna del prodotto, fin dalla prima riga di codice. Essere “minor-friendly” non dovrebbe essere un obbligo burocratico, ma un valore competitivo, un tratto distintivo di qualità che le piattaforme scelgono per conquistare la fiducia delle famiglie.
E poi c’è il tema spinoso della verifica dell’età. Tutti concordiamo sulla necessità di un controllo, ma ciò non può condurre a trasformare il web in uno stato di sorveglianza dove serve la carta d’identità per guardare un video. Qui la sfida è un equilibrio sottile ma concreto: occorre puntare su tecniche di age estimation o sistemi decentralizzati che siano basati sul rischio e rispettosi della privacy.
In conclusione, la rotta è tracciata. Gli obiettivi – algoritmi come filtri attivi, safety by design come standard industriale e verifica dell’età rigorosa ma privacy-preserving – non sono utopie. Sono obiettivi tecnici concreti. Il lavoro parlamentare svolto in Italia in questi anni dimostra che nel nostro Paese abbiamo le competenze e la maturità per guidare questo salto di qualità.
L’auspicio è che le prossime iniziative regolatorie, a livello nazionale ed europeo, non si limitino a rincorrere le emergenze. Occorre costruire le fondamenta di un nuovo ecosistema digitale, dove la sicurezza dei nostri ragazzi non sia un costo aggiunto o un limite alla rete, ma l’architettura stessa del futuro che vogliamo abitare.















