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Trump riapre il confronto con Bruxelles sul futuro del digitale. E vuole farlo all’Onu

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L’amministrazione Trump vuole far approvare all’Assemblea generale dell’Onu una dichiarazione sulla libertà di espressione, in una mossa che attacca (più o meno) indirettamente il Digital Services Act europeo. Un tema molto delicato per Bruxelles

Un’eccessiva regolamentazione della libertà di espressione online è un tema che va affrontato in sede di Nazioni Unite. Questa, perlomeno, è la visione del presidente statunitense Donald Trump, che starebbe pianificando questa mossa per andare a colpire il quadro normativo europeo sui servizi digitali. Secondo una bozza del documento ottenuta da Politico, infatti, Washington intende promuovere una dichiarazione internazionale sulla “libertà di espressione” da far sottoscrivere ai capi di Stato e di governo durante l’Assemblea generale dell’Onu in programma a settembre. Il testo, che sarebbe già in circolazione tra diversi governi, denuncia l’adozione di “nuove leggi” e “quadri regolatori” che, anche in Paesi storicamente democratici, metterebbero a rischio la libertà di parola. Una formula che mal nasconde il riferimento all’Unione europea e alle sue norme che disciplinano le piattaforme online, come ad esempio il Digital Services Act (Dsa), da tempo nel mirino della Casa Bianca e dell’area politica vicina al leader americano.

Sul piano contenutistico, la bozza della dichiarazione impegna i firmatari a riconoscere che sanzionare contenuti ritenuti falsi come disinformazione, misinformation o hate speech può compromettere la libertà di espressione, salvo nei casi in cui tali contenuti costituiscano un’incitazione diretta alla violenza. Il documento propone inoltre di evitare obblighi normativi che inducano le piattaforme a rimuovere in maniera eccessiva contenuti protetti dalla libertà di parola e invita i governi a non imporre una moderazione preventiva dei contenuti appartenenti a specifiche categorie. Tra queste rientrano il dibattito politico, i temi religiosi, le discussioni sui processi elettorali, comprese le contestazioni sui sistemi di conteggio dei voti, ma anche il dibattito scientifico e sanitario, incluse teorie e opinioni non allineate alle posizioni ufficiali delle autorità pubbliche. Una formulazione che riflette alcune delle battaglie politiche portate avanti dal movimento Maga negli ultimi anni, che spaziano dalla gestione della pandemia alle contestazioni sul voto nelle presidenziali del 2020.

L’iniziativa si inserisce in una linea politica perseguita dall’amministrazione statunitense fin dal ritorno di Trump alla Casa Bianca. Più volte Washington ha accusato Bruxelles di utilizzare la regolamentazione delle grandi piattaforme digitali come strumento di censura. Una posizione espressa con particolare forza anche dal vicepresidente J.D. Vance, che nel febbraio 2025 aveva sostenuto che la principale minaccia per l’Europa non provenisse da Russia o Cina, bensì dalle limitazioni imposte alla libertà di espressione. Ma non tutte le voci dell’amministrazione statunitense cercano lo scontro: alcuni sostengono che l’obiettivo del documento sia promuovere principi condivisi e offrire orientamenti interpretativi alle aziende americane del settore tecnologico chiamate a rispettare normative straniere. Tra questi c’è Sarah Rogers, sottosegretaria di Stato per la Diplomazia pubblica, la quale ha spiegato che la dichiarazione nasce dai recenti colloqui tenuti in sede Ocse e ha precisato che non intende sostituire o invalidare il Digital Services Act europeo. Secondo Rogers, il testo rappresenta piuttosto un’espressione di valori comuni e uno strumento di riferimento per le imprese statunitensi.

A Bruxelles, tuttavia, l’iniziativa viene osservata con crescente preoccupazione. Due funzionari europei hanno confermato che la bozza è già stata distribuita alle capitali europee in vista dell’evento previsto alle Nazioni Unite. Per i governi europei la questione si presenta particolarmente delicata.

Da un lato difficilmente vorranno sottoscrivere un testo che potrebbe essere interpretato come una critica diretta alla legislazione comunitaria; dall’altro un eventuale rifiuto rischierebbe di esporli all’accusa di opporsi a una dichiarazione formalmente dedicata alla difesa della libertà di espressione. Nei giorni scorsi il tema è stato discusso anche in sede di Consiglio dell’Unione europea nell’ambito di una riunione dedicata alla tutela della libertà di espressione online. Diverse voci del Parlamento europeo hanno criticato apertamente il progetto americano.

L’eurodeputato Sandro Gozi ha accusato Washington di voler promuovere un “Far West globale” privo di regole per le piattaforme digitali, sostenendo che la libertà di espressione non possa tradursi in assenza di responsabilità per i grandi operatori tecnologici. Sulla stessa linea di Gozi anche il parlamentare tedesco dei Verdi Alexandre Geese, secondo cui la Casa Bianca starebbe utilizzando la difesa della libertà di parola come copertura politica per contrastare ogni forma di regolamentazione delle Big Tech.

 


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