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Assad condannato a morte. Ora Damasco deve processare anche il proprio futuro

Di Michele Prudente
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La prima condanna contro Bashar al-Assad dalla caduta del regime segna una cesura storica. Ma per la nuova Siria il vero banco di prova sarà trasformare la resa dei conti con il passato in autentica giustizia di transizione, evitando che venga percepita come giustizia dei vincitori. Tra riconciliazione nazionale, legittimità del nuovo ordine e il nodo russo, la sentenza riguarda il passato siriano ma soprattutto il suo futuro. L’analisi di Michele Prudente, studente del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri

La condanna a morte in contumacia di Bashar al-Assad non rappresenta soltanto un passaggio giudiziario. È un atto dal forte valore politico e simbolico attraverso il quale la nuova Siria tenta di stabilire una cesura con oltre mezzo secolo di potere della famiglia Assad.

L’11 agosto un tribunale di Damasco ha condannato l’ex presidente per accuse che comprendono omicidio premeditato, tortura, arresti arbitrari e crimini contro l’umanità. La sentenza rappresenta la prima condanna contro Assad dalla caduta del suo regime nel dicembre 2024. L’ex presidente, rifugiatosi in Russia, è stato giudicato in contumacia. Ma proprio perché si tratta di un passaggio senza precedenti, il significato della sentenza supera la sorte personale dell’ex rais. La domanda fondamentale diventa un’altra: quale rapporto intende costruire la nuova Siria con il proprio passato?

Dalla caduta del regime alla costruzione della giustizia

Dopo quasi quattordici anni di guerra, centinaia di migliaia di morti, milioni di persone costrette a lasciare le proprie case e una società profondamente frammentata, la ricostruzione siriana non può essere soltanto materiale. Dovrà necessariamente essere anche politica, istituzionale e sociale.

Nel maggio 2025 la nuova leadership ha istituito un’Autorità nazionale per la giustizia transizionale, con il compito di accertare le gravi violazioni attribuite al precedente regime, individuare le responsabilità, contribuire alla riparazione delle vittime e creare le condizioni affinché quelle violazioni non possano ripetersi. La scelta contiene un messaggio politico preciso: la Siria post-Assad vuole costruire parte della propria legittimità sulla discontinuità rispetto al sistema precedente. Ma è proprio qui che comincia la parte più difficile.

La giustizia di transizione non coincide semplicemente con il processo ai rappresentanti del regime sconfitto. È un percorso nel quale responsabilità penale, accertamento della verità, memoria, riparazione delle vittime, riforma delle istituzioni e riconciliazione devono riuscire a convivere. Punire può essere relativamente semplice. Ricostruire la fiducia nello Stato lo è molto meno.

Il rischio della giustizia dei vincitori

Il mandato attribuito all’organismo siriano per la giustizia transizionale ha già generato interrogativi proprio per la sua concentrazione sulle violazioni commesse dal precedente regime. È un problema tutt’altro che teorico.

La guerra siriana ha coinvolto per oltre un decennio forze governative, gruppi ribelli, organizzazioni jihadiste, milizie locali e attori sostenuti da potenze straniere. Limitare il processo di responsabilità esclusivamente a una componente rischierebbe di alimentare la percezione che la giustizia rappresenti lo strumento attraverso il quale chi ha vinto il conflitto giudica chi lo ha perso. E una giustizia percepita come selettiva difficilmente può diventare uno strumento di riconciliazione.

La nuova Siria dovrà quindi dimostrare che la responsabilità è individuale e che lo Stato non intende sostituire una logica di appartenenza con un’altra. È un passaggio particolarmente delicato in una società nella quale fratture politiche, territoriali, etniche e confessionali sono state sovrapposte e amplificate dalla guerra.

La vera discontinuità rispetto all’era Assad, quindi, non sarà determinata soltanto dalla capacità di processarne i protagonisti. Sarà determinata dalla capacità di costruire istituzioni nelle quali anche gli avversari del nuovo potere possano riconoscere l’esistenza di regole valide per tutti.

La giustizia come problema di sicurezza

Esiste poi una dimensione che va oltre il diritto. La giustizia di transizione è anche una questione di sicurezza.

In un Paese uscito da una lunga guerra civile, memoria, impunità, vendetta e marginalizzazione possono trasformarsi in fattori di instabilità. Le fratture che non vengono ricomposte non scompaiono: rimangono all’interno della società e possono essere riattivate quando incontrano nuovi shock politici, economici o identitari.

È proprio in questo spazio che possono inserirsi organizzazioni estremiste, attori esterni o reti interessate a sfruttare il risentimento delle comunità escluse. La riconciliazione, quindi, non è semplicemente una questione morale.

È parte della resilienza dello Stato. Una giustizia credibile può contribuire a ridurre lo spazio nel quale prosperano radicalizzazione, vendetta e mobilitazione violenta. Una giustizia percepita come politica, al contrario, rischia di produrre nuove vulnerabilità.

Per la leadership di Ahmed al-Sharaa il problema è quindi duplice: rispondere alla richiesta di giustizia proveniente dalle vittime del regime senza trasformare quella richiesta in una nuova linea di frattura.

Assad tra Damasco e Mosca

C’è infine un elemento che porta inevitabilmente la sentenza oltre i confini siriani. Bashar al-Assad si trova in Russia dalla caduta del regime. Damasco ne ha chiesto la consegna, ma la sua presenza a Mosca inserisce il procedimento giudiziario all’interno di una relazione bilaterale molto più complessa.

La questione arriva, peraltro, proprio mentre Siria e Russia stanno ridefinendo i propri rapporti. Il recente accordo sul futuro delle installazioni di Tartus e Hmeimim ridimensiona il modello costruito durante l’era Assad: Damasco recupererà il controllo di alcune infrastrutture civili, mentre le installazioni militari saranno trasformate in centri congiunti di addestramento.

È un passaggio significativo. La caduta di Assad non ha determinato la fine della relazione russo-siriana. Ne sta modificando natura ed equilibrio.

La nuova leadership siriana cerca di recuperare sovranità e margini negoziali senza rinunciare necessariamente al rapporto con Mosca; la Russia, dall’altra parte, tenta di preservare una presenza strategica nel Mediterraneo orientale anche dopo la perdita del proprio storico alleato. In mezzo c’è proprio Bashar al-Assad. La Siria ne chiede la consegna mentre contemporaneamente negozia con il Paese che gli ha garantito rifugio.

È forse una delle immagini più efficaci della transizione siriana: il nuovo potere deve fare i conti con il passato senza potersi permettere di ignorare completamente le relazioni costruite da quel passato.

Processare il passato per costruire lo Stato

La condanna di Bashar al-Assad possiede inevitabilmente un enorme valore simbolico per una parte della società siriana. Ma una sentenza non costruisce una transizione. La vera sfida comincia dopo.

Damasco dovrà ricostruire le proprie istituzioni, garantire rappresentanza a una società profondamente plurale, ristabilire la fiducia nello Stato e affrontare le responsabilità accumulate durante un conflitto nel quale gli attori sono stati numerosi. Soprattutto dovrà evitare che la fine di un sistema fondato sulla repressione produca semplicemente un nuovo sistema costruito sulla vittoria di una parte sull’altra.

Per questo la condanna dell’ex presidente rappresenta contemporaneamente un punto di arrivo e un punto di partenza. Chiude simbolicamente l’era Assad.

Ma apre una domanda molto più difficile: la nuova Siria sarà capace di sostituire la logica della vendetta con quella dello Stato di diritto? La risposta non determinerà soltanto come il Paese giudicherà il proprio passato. Contribuirà a decidere quale Siria nascerà dopo Assad.

 

 


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