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Dalla tragedia di Ceuta alle riforme di Sánchez. Anatomia del modello spagnolo

Di Carmine Soprano
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Economia, energia e migrazioni raccontano una Spagna più complessa delle narrazioni politiche: luci, ombre e spunti per l’Italia. L’analisi di Carmine Soprano, economista del Gruppo dei 20

“Ciascuno ha diritto alla propria opinione, ma non ai propri fatti”. Sempre attuale Pat Moynihan, politologo e senatore democratico Usa nonche’ maestro della politica bipartisan, quando ancora esisteva (ebbe incarichi di rilievo alla Casa Bianca con Nixon e Ford). Mentre prosegue l’emergenza a Ceuta, rimbalzano letture politiche ed economiche sul “modello Spagna” non sempre ancorate alle evidenze. Proviamo allora a riepilogarne qualcuna.

Fatto primo. Quanto accaduto a Ceuta (più di 80 morti) è una tragedia umanitaria. Altresì, da quanto sinora emerso saremmo di fronte all’ennesimo caso di “militarizzazione” (weaponization) delle migrazioni. Lo avevamo già visto nel 2021 in Bielorussia e nella stessa Ceuta (all’epoca la Spagna aveva accolto per ricovero ospedaliero il leader del Fronte Polisario, suscitando le ire marocchine), nel 2016 in Turchia durante la crisi dei rifugiati siriani, e poi ancora altrove, secondo una tradizione inaugurata da Fidel Castro con l’esodo del Mariel nel 1980. Sono questioni politiche e umanitarie serie, ma l’economia c’entra poco.

Fatto secondo. La Spagna non sarà un modello economico ma quantomeno è un caso da attenzionare. Nel triennio 2023-25 è cresciuta nettamente di più di tutte le altre grandi economie europee: in media quasi +3% di Pil reale all’anno,  ben al di sopra di Francia e Italia, rispettivamente a +1.3% e +0.73% di media nello stesso periodo (molto peggio la Germania). Buona anche la performance ispanica sulla produttività oraria reale nel 2019-25 (+1.8% complessivo), mentre in Italia abbiamo registrato -0.2% e in Germania e Francia, rispettivamente, +1.0% e -0.8%.

Negativo invece il dato spagnolo sui salari reali (-2.0% rispetto nel 2026, rispetto al 2021), ma il fenomeno purtroppo è diffuso: -1.8% la media in area euro, mentre in Italia come noto gli stipendi hanno ahinoi perso tra i 6 e gli 8 punti di potere d’acquisto rispetto al 2021 (un po’ meglio Francia e Germania). Discorso a parte infine per la disoccupazione, che nel 2025 in Spagna è rimasta inchiodata sopra il 10% contro il 6.1% dell’Italia (la Francia era a metà strada tra le due, la Germania molto sotto).

In sintesi: sull’economia quello spagnolo è un modello luci e ombre. E se isolare un unico motore di crescita è impossibile (i fattori sono tanti, spesso specifici per ciascun contesto), almeno due misure del caso iberico dovrebbero farci riflettere. Da un lato un’importante riforma del lavoro, che dal 2021 ha portato a una significativa stabilizzazione dell’impiego, con annessa stretta sui contratti a termine e rafforzamento della contrattazione collettiva nazionale (su quest’ultimo punto, per l’Italia, c’è un’ottima analisi di Marco Leonardi e Marco Bentivogli). L’altra misura è il salario minimo, che in Spagna esiste da anni (€7.39 lordi l’ora, poco piu’ di €1,400 lordi mensili) come in altri 21 Paesi Ue, e che resta un importante strumento per contrastare il lavoro povero (non fa crescere però i salari reali, che dipendono da produttività e altre questioni).

Fatto terzo. Le bollette spagnole sono tra le più economiche d’Europa, e quelle italiane le più care. A marzo 2026, con i prezzi degli idrocarburi in salita dopo lo scoppio della guerra in Iran, il costo medio mensile all’ingrosso dell’elettricità in Spagna era meno di un terzo che in Italia (€41.68/MWh contro €143.44/MWh). Entrambi i Paesi generano una buona fetta di elettricità da rinnovabili, con una differenza importante che sta nel nucleare, pari al 19% circa del mix energetico spagnolo. Le 7 centrali attivate da Madrid garantiscono continuità di fornitura nelle inevitabili intermittenze da solare ed eolico, alleggerendo la dipendenza da fossili: non a caso il prezzo dell’elettricità in Italia è fissato dal gas circa il 90% delle volte, contro circa il 15% della Spagna. Il resto dovrebbero farlo riforma degli oneri di sistema, ammodernamento delle reti (non dimentichiamo l’enorme black-out che paralizzò Spagna e Portogallo nell’aprile 2025), e superamento del meccanismo del prezzo marginale (ne abbiamo parlato qui con Francesco Salustri).

Fatto quarto, forse il più rilevante. Le migrazioni sono un fenomeno serio e complesso, ma si possono e si devono governare. La massiccia sanatoria varata dal governo Sanchez a gennaio di quest’anno (500,000 regolarizzazioni attese) è tra i bersagli preferiti dei critici del modello Spagna. Come sempre la verità è più sfumata. Se non c’è evidenza che la misura abbia direttamente causato l’esodo di Ceuta, va detto che circa la metà dei migranti che vivono nel Paese resta rappresentata da ispanofoni arrivati dall’America Latina, tendenzialmente più facili da integrare.

I benefici economici di un flusso migratorio ben gestito sono noti. In Italia, secondo le stime della Fondazione Leone Moressa, nel 2024 i migranti hanno prodotto circa il 9% del Pil nazionale e versato tasse e contributi per oltre €41 miliardi, con un saldo positivo pari a €1.2 miliardi rispetto al welfare “consumato” in sanità e altri servizi. Anche il ruolo dei migranti nel mercato del lavoro è noto. Gli slots del decreto flussi (che l’attuale governo ha aumentato a quasi 500,000 per il triennio 2026-28) vanno sempre esauriti in poche ore, con domande che superano di 2-3 volte le disponibilità, mentre per il 2026 quasi un’azienda su due ha segnalato difficoltà nel reperire personale rispetto alle assunzioni programmate. Il contributo dei migranti a pensioni e natalità pure non va sottovalutato, benché da solo non sia risolutivo (qui un approfondimento sul dilemma della fecondità).

Al di là della retorica, è evidente che tanto immigrazione clandestina quanto lavoro sommerso (migrante e non) vanno contrastati – e che gli impegni internazionali presi a tutela dei rifugiati vanno rispettati. Servirebbe però anche un dibattito pubblico che, oltre a invocare solidarietà europea (sempre troppo poca), guardasse alle criticità italiane. Tra queste, un ecosistema di accoglienza gradualmente smantellato: negli anni abbiamo abolito sponsor del datore di lavoro (legge Bossi-Fini 2002), permesso di soggiorno per motivi umanitari (Decreto Sicurezza 2018), e protezione speciale (Decreto Cutro 2023), indebolendo al contempo il sistema degli Sprar.

Tante le opzioni su cui confrontarsi: tetto annuo agli arrivi di migranti economici, ulteriore ampliamento del decreto flussi, re-introduzione del meccanismo dello sponsor datoriale, percorsi premiali di regolarizzazione graduale, efficientamento delle pratiche di asilo e di rimpatrio, un visto ad-hoc per migranti altamente qualificati (stile H1B1 negli Usa) e naturamente una nuova legge sulla cittadinanza, sono solo alcuni esempi di possibili policy a partire dalle evidenze. Naturalmente è troppo più facile invocare la chiusura di Schenghen. Specie in un’estate torrida come questa.


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