Al Parlamento turco si discute una legge che punta a favorire il disarmo del Pkk e il reintegro di migliaia di ex militanti. Prevista la sospensione delle pene per alcuni condannati, mentre restano esclusi i responsabili dei reati più gravi
La Turchia compie un nuovo passo nel tentativo di chiudere definitivamente uno dei conflitti interni più lunghi della sua storia. La maggioranza di governo ha presentato al Parlamento una proposta di legge destinata a favorire il reinserimento degli ex membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), introducendo tutele legali per molti militanti che deporranno le armi e sospendendo le pene detentive per una parte dei condannati. Il provvedimento rappresenta il tassello più significativo del processo di pace avviato tra Ankara e il Pkk alla fine del 2024, con l’obiettivo di mettere fine a un’insurrezione iniziata nel 1984 e costata oltre 40.000 vittime. Il testo dovrebbe essere approvato entro la settimana grazie al sostegno della maggioranza parlamentare, anche se parte dell’opinione pubblica continua a nutrire dubbi sulla possibilità che produca una pace duratura.
Uno degli elementi centrali della proposta riguarda il rientro in Turchia di migliaia di ex combattenti e civili attualmente rifugiati nelle basi del Pkk nel nord dell’Iraq. La legge prevede infatti un quadro giuridico che consenta la loro reintegrazione nella società turca, a condizione che rispettino le procedure previste dal processo di disarmo. Il controllo dell’intero percorso sarà affidato alle istituzioni di sicurezza dello Stato. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale avrà il compito di verificare l’effettivo disarmo del Pkk, mentre una commissione composta dal vicepresidente della Repubblica, da alcuni ministri e dal direttore del servizio d’intelligence Mit supervisionerà la consegna delle armi e il rientro degli ex militanti, riferendo periodicamente a una commissione parlamentare.
Dal punto di vista giudiziario, la proposta introduce una distinzione tra le diverse categorie di appartenenti all’organizzazione. Le condanne inflitte per appartenenza al Pkk o per sostegno all’organizzazione potranno essere sospese, mentre i militanti che non sono stati coinvolti direttamente in omicidi e che faranno ritorno in Turchia entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge beneficeranno di una protezione legale contro eventuali procedimenti penali. Restano invece esclusi dalle misure più favorevoli i dirigenti del Pkk condannati per reati gravi, come la guida di un’organizzazione terroristica, o destinatari di pene dell’ergastolo aggravato prima del 2005. Tra questi figura anche il leader storico Abdullah Öcalan, detenuto dal 1999, che continuerà a scontare la propria pena. Proprio Öcalan, tuttavia, lo scorso anno aveva invitato il Pkk a deporre le armi e a sciogliere l’organizzazione, appello che il movimento aveva dichiarato di accettare.
La proposta di legge, denominata “solidarietà nazionale e integrazione sociale”, è sostenuta dall’Ak Parti del presidente Recep Tayyip Erdoğan, dal suo alleato nazionalista Mhp e dal partito filo-curdo Dem, una convergenza politica particolarmente significativa considerando le profonde divisioni che hanno caratterizzato per decenni la questione curda. Anche gran parte delle forze di opposizione ha espresso un orientamento favorevole. “Stiamo compiendo il primo passo. Speriamo di poter proseguire fino in fondo in modo positivo”, ha dichiarato il co-presidente del Dem, Tuncer Bakirhan.
Il percorso verso la normalizzazione, tuttavia, non è stato privo di ostacoli. Nei mesi scorsi il processo negoziale aveva subito un rallentamento a causa della guerra tra Israele e Iran e dei timori di un deterioramento della stabilità regionale, fattori che avevano spinto Ankara a concentrarsi nuovamente sulle priorità di sicurezza. Per il governo turco, l’approvazione della legge rappresenterebbe un punto di svolta nella gestione della questione curda, aprendo la strada al progressivo smantellamento della struttura armata del Pkk e al reinserimento di migliaia di persone nella vita civile. Resta però da verificare se il delicato equilibrio politico e di sicurezza che sostiene il processo riuscirà a consolidarsi nel lungo periodo, trasformando una tregua ancora fragile in una pace stabile.
















