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Corsa di capitali nella Difesa italiana. I casi di Tekne, Deass e T-Defense

Di Marco De Robertis e Emanuele Rossi
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Tre operazioni in quarantotto ore sono il segnale nitido di un fenomeno più ampio: capitali “trusted”, italiani, europei e soprattutto americani, riconoscono nell’industria della difesa italiana un valore tecnologico che la colloca tra i fornitori di riferimento dei grandi prime internazionali. “Sono tre operazioni importanti perché riguardano aziende con competenze rilevanti per la sicurezza e la difesa del Paese”, spiega Giovanni Soccodato a Formiche.net. “Possono dimostrare quanto sia importante un uso mirato e intelligente del Golden Power, capace da una parte di tutelare le competenze critiche e dall’altra di permettere l’intervento di capitali privati o stranieri su aziende strategiche”

In quarantotto ore, tre operazioni hanno ridisegnato altrettanti tasselli della filiera italiana della difesa. Palazzo Chigi ha autorizzato Nuburu ad acquisire il 70% di Tekne, la società abruzzese che produce scudi anti-drone e sistemi a impulso elettromagnetico. Xenon Private Equity ha rilevato Deas, specializzata in cybersicurezza per il settore pubblico. Cdp Equity ha acquisito l’85,5% di T-Defence, la holding che raccoglie gli asset difesa scorporati da Tinexta. Presi insieme, questi tre annunci fotografano un fenomeno che va oltre i singoli deal: capitali “trusted”, italiani, europei e soprattutto americani, stanno riconoscendo nell’industria della difesa italiana un valore tecnologico e industriale che la colloca tra i fornitori di riferimento per i grandi prime internazionali.

Perché arrivano questi capitali

Vale la pena partire da cosa c’è dentro le aziende, più che dal meccanismo con cui vengono acquisite. Tekne non arriva sul mercato per necessità: porta con sé una tecnologia di frontiera. I suoi sistemi di laser dazzling e le soluzioni Emp si inseriscono in un mercato counter-UAS che le stime di settore valutano già oltre 4 miliardi di dollari, con una crescita a doppia cifra fino alla fine del decennio. Nuburu punta a fare di Tekne l’hub industriale della propria piattaforma per i mercati Nato, con un piano che prevede ricavi cumulati per 565 milioni di euro nel periodo 2026-2030. Il veto imposto un anno fa dal golden power sulla stessa operazione, più che bloccarla in via definitiva, ha finito per produrre un progetto industriale più solido e vincolante di quello iniziale.

Un passaggio che, secondo Giovanni Soccodato, già managing director di Mbda Italia, mostra anche come gli strumenti di tutela degli asset strategici possano convivere con l’ingresso di nuovi investitori. “Sono tre operazioni importanti perché riguardano aziende con competenze rilevanti per la sicurezza e la difesa del Paese”, spiega a Formiche.net. “Possono dimostrare quanto sia importante un uso mirato e intelligente del Golden Power, capace da una parte di tutelare le competenze critiche e dall’altra di permettere l’intervento di capitali privati o stranieri su aziende strategiche”.

Un meccanismo simile emerge da T-Defence. Cdp Equity non entra in cybersicurezza nazionale e spazio per motivi contingenti: sta costruendo attorno a Defence Tech – le competenze che sviluppano e gestiscono tecnologie per la sicurezza cibernetica e lo spazio – una piattaforma di aggregazione vera e propria, con altre due operazioni già allo studio secondo quanto riportato dal mercato. Deas, pur in un contesto reso più complesso dalle vicende giudiziarie della precedente proprietà, resta comunque un asset che un fondo italiano ritiene centrale nella cybersicurezza della pubblica amministrazione, tanto da volerlo integrare – con management rinnovato – nella propria piattaforma.

È proprio la combinazione tra capitale pubblico strategico e investimenti privati a rappresentare, per Soccodato, uno degli elementi più significativi di questa fase. “Si comincia a mobilitare l’ingresso di capitale in aziende che hanno competenze strategiche dal punto di vista tecnologico o perché fanno parte della filiera dei grandi prime. È importante perché offre una prospettiva di sviluppo, anche attraverso il capitale privato, alle piccole e medie imprese del settore che oggi hanno bisogno di crescere e scalare”.

L’Italia come vivaio di prime potenziali

Il caso più netto arriva da fuori dal trittico del titolo. Magnaghi Aerospace, l’azienda napoletana leader nei carrelli di atterraggio con oltre 20mila unità prodotte per i principali programmi aeronautici mondiali, ha chiuso un finanziamento da 157 milioni di euro con JP Morgan. La direzione dell’iniziativa dice qualcosa di più della cifra: è stata JP Morgan a scegliere Magnaghi, scartando offerte concorrenti di fondi di private equity, per quelli che il suo fondatore e ceo Paolo Graziano ha definito “programmi di lungo periodo, presenza su piattaforme critiche e capacità industriali difficilmente replicabili”. La finanza globale guarda all’industria italiana della difesa come a un fornitore di competenze irripetibili.

Il polo che Investindustrial ha costruito attorno a Officina Stellare, fondendola con Global Aerospace Technologies Group, arriva alla stessa conclusione per una strada diversa. Andrea Bonomi ha scelto di mantenere il gruppo quotato su Euronext Growth Milan invece di delistarlo, scommettendo su un modello che ha definito “alla americana”, dove la Borsa è il punto di partenza di una crescita industriale e non l’epilogo di un’operazione finanziaria. Alla base c’è il know-how ottico e optomeccanico di una pmi vicentina che rifornisce Leonardo per la costellazione satellitare Iride – eccellenza tecnologica che il capitale sceglie di scalare.

Anche i prime nazionali stanno usando la stessa logica per crescere per linee esterne. Fincantieri ha annunciato quattro acquisizioni nel segmento subacqueo – Next Geosolutions, WSense, Graal Tech e Defcomm – per un esborso iniziale di circa 600 milioni di euro, autofinanziato con l’aumento di capitale completato a febbraio. L’operazione trasforma il gruppo triestino da costruttore navale a integratore di sistemi per la sorveglianza e la protezione delle infrastrutture sottomarine, un segmento dual-use che potrebbe superare 1,1 miliardi di euro di ricavi pro-forma già nel 2026.

La crescita per acquisizioni dei grandi gruppi e l’ingresso di nuovi capitali nelle aziende più piccole diventano così due facce dello stesso processo. “In questa fase è necessario accelerare la crescita”, osserva Soccodato. “Le piccole imprese devono poter sviluppare il proprio potenziale tecnologico, industriale e produttivo aumentando la massa critica, mentre le grandi hanno bisogno di un ecosistema composto da realtà più solide, veloci e dinamiche, in grado di supportarne la crescita”.

Attorno a questi movimenti si muove una finanza globale della difesa in piena accelerazione. Lockheed Martin ha aperto un ufficio a Londra per il proprio braccio di venture capital, con un impegno di almeno 100 milioni di dollari su startup e tecnologie della difesa nel Regno Unito e in Europa, dentro un fondo che passa da 400 milioni a un miliardo di dollari complessivi. È lo stesso tipo di capitale paziente che ha scelto Magnaghi: i grandi prime globali cercano proprio le competenze industriali che la filiera italiana della difesa continua a produrre. Anche il passaggio dell’81,15% di ALA – Advanced Logistics for Aerospace, gruppo partenopeo della logistica aerospaziale e difesa, al fondo statunitense H.I.G. Capital va letto in questa chiave, sebbene l’esito annunciato — l’avvio dell’opa verso il delisting — segni una traiettoria diversa da quella di Officina Stellare.

Il sistema che funziona

Preso nel suo insieme, il quadro racconta una storia più solida della somma dei singoli deal. Dai sistemi anti-drone alla cybersicurezza, dai carrelli di atterraggio alla strumentazione ottica, fino ai sistemi subacquei, emerge una filiera che investitori italiani, europei e americani considerano abbastanza solida, tecnologicamente avanzata e industrialmente affidabile da meritare capitale paziente su scala internazionale. Il quadro autorizzativo italiano garantisce che questi ingressi avvengano con investitori compatibili con gli interessi nazionali. Ma a spiegare perché i capitali “trusted” arrivano è il valore industriale delle aziende. In un mercato globale della difesa dove la finanza si muove ormai a ritmi da venture capital, l’Italia si conferma un luogo dove nascono e crescono aziende di rango da prime internazionale.


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