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Guerra spaziale, la nuova frontiera sono le microonde. Perché i satelliti non sono più il vero bersaglio

Di Lucio Bianchi e Maurizio De Carlo
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La competizione spaziale si sta spostando dalla distruzione fisica dei satelliti alla degradazione dei servizi forniti dalle costellazioni. Le armi a microonde ad alta potenza rappresentano uno degli strumenti più promettenti di questa evoluzione, perché possono colpire l’elettronica di bordo senza generare detriti. La vera sfida diventa quindi progettare reti capaci di assorbire interferenze, riconfigurarsi rapidamente e continuare a operare, trasformando resilienza e velocità di adattamento in nuovi fattori di deterrenza. La riflessione del generale Lucio Bianchi e del generale Maurizio De Carlo

La competizione nello spazio sta attraversando una trasformazione profonda. Per oltre vent’anni il dibattito sulla sicurezza spaziale è stato dominato dalla minaccia rappresentata dalle armi antisatellite (Asat) di tipo cinetico, capaci di distruggere fisicamente un satellite in orbita attraverso missili dedicati. I test condotti dalle principali potenze spaziali hanno però evidenziato anche il principale limite di questo approccio: la generazione di grandi quantità di detriti orbitali, destinati a permanere nello spazio per decenni e a rappresentare un rischio per tutte le attività spaziali, indipendentemente dall’appartenenza nazionale dei satelliti coinvolti.

Negli ultimi anni, tuttavia, la natura della competizione si è evoluta. L’obiettivo non è più esclusivamente eliminare un satellite come bene fisico, ma compromettere la continuità del servizio che esso contribuisce a fornire. Comunicazioni, osservazione della Terra, navigazione, allerta missilistica e supporto alle operazioni militari dipendono ormai da reti satellitari distribuite. In questo contesto, interrompere temporaneamente tali servizi può risultare strategicamente più efficace della distruzione permanente di un singolo satellite, riducendo allo stesso tempo il rischio di escalation e gli effetti collaterali associati alla produzione di detriti spaziali.

Questa trasformazione è stata accelerata dall’avvento delle mega-costellazioni. Sistemi come Starlink hanno dimostrato come migliaia di satelliti relativamente economici possano sostituire il tradizionale modello basato su pochi satelliti di elevatissimo valore. In un’architettura distribuita il centro di gravità non coincide più con la singola piattaforma, ma bensì con la continuità operativa che la costellazione è in grado di garantire anche dopo la perdita o il degrado di alcuni nodi.

È in questo scenario che assumono crescente rilevanza le armi a microonde ad alta potenza (High-Power Microwave, Hpm), appartenenti alla famiglia delle armi a energia diretta. Più che distruggere un bersaglio, queste tecnologie sono concepite per interferire con il funzionamento dell’elettronica, provocando saturazione dei ricevitori, errori di elaborazione, riavvii dei sistemi, malfunzionamenti temporanei e, nei casi più gravi, danni permanenti ai componenti elettronici.

L’interesse internazionale verso queste capacità è in crescita. Recenti studi cinesi indicano il forte interesse per lo sviluppo di generatori compatti di microonde ad alta potenza, mentre negli Stati Uniti il sistema Leonidas, sviluppato da Epirus, ha dimostrato l’efficacia operativa della tecnologia nel contrasto agli sciami di droni. Sebbene tali applicazioni riguardino oggi prevalentemente il dominio terrestre, esse testimoniano il livello di maturità raggiunto dalle tecnologie HPM. Per essere più precisi la Cina sembra aver fatto un passo più concreto verso sviluppi per il loro potenziale impiego anche nel dominio spaziale.

L’introduzione del sistema TPG1000Cs, sviluppato dal Northwest Institute of Nuclear Technology di Xi’an, rappresenta un significativo avanzamento nel settore delle armi Hpm. Il dispositivo, considerato il primo driver compatto della sua categoria, è in grado di generare impulsi fino a 20 gigawatt per periodi prolungati, mantenendo elevate prestazioni in un formato sufficientemente compatto da poter essere installato su camion, navi, velivoli e, in prospettiva, anche su piattaforme spaziali.

La principale applicazione strategica del sistema riguarda il contrasto alle costellazioni di satelliti in orbita terrestre bassa (Leo), in particolare reti come Starlink, ritenute da Pechino un elemento chiave dell’architettura militare occidentale. A differenza delle armi convenzionali, le Hpm colpiscono direttamente l’elettronica di bordo, inducendo sovratensioni e sovracorrenti che possono compromettere in modo permanente i sistemi elettronici dei satelliti, rendendoli inutilizzabili senza ricorrere alla distruzione cinetica.

L’effetto più significativo di questa evoluzione non risiede però nella tecnologia in sé, bensì nel cambiamento della logica operativa della guerra spaziale. La superiorità nello spazio non dipende più soltanto dalla capacità di mettere in orbita e proteggere singoli asset di elevato valore strategico, ma dalla possibilità di garantire la resilienza delle architetture satellitari, anche in presenza di interferenze elettromagnetiche, cyberattacchi o altre forme di degradazione non cinetica.

In questa nuova logica, la distruzione di un satellite rappresenta spesso un obiettivo meno efficace rispetto alla degradazione simultanea delle prestazioni di più elementi della rete. Interrompere collegamenti critici, rallentare il flusso delle informazioni, compromettere la sincronizzazione della costellazione o ridurre temporaneamente la qualità del servizio può produrre effetti operativi molto rilevanti senza ricorrere ad azioni distruttive. Le armi Hpm si inseriscono precisamente in questa logica, poiché mirano a influenzare il comportamento della rete più che ad eliminare fisicamente i singoli satelliti.

Il possibile impiego di microonde contro satelliti in orbita terrestre bassa presenta ancora notevoli difficoltà tecniche. Le distanze da coprire, la precisione del puntamento richiesta e il limitato tempo durante il quale un satellite rimane visibile rispetto a una determinata stazione rendono estremamente complesso l’ingaggio. Va inoltre notato che non esistono attualmente evidenze pubbliche capaci di dimostrare l’effettiva possibilità di neutralizzare sistematicamente grandi costellazioni come Starlink mediante armi Hpm; le informazioni disponibili derivano prevalentemente da programmi di ricerca e dimostratori tecnologici. Ciò non significa tuttavia che la minaccia possa essere trascurata.

La questione fondamentale non è quindi se le armi a microonde sostituiranno i missili Asat, ma come l’integrazione tra capacità cinetiche e non cinetiche stia ampliando il ventaglio delle opzioni  counterspace disponibili nel dominio spaziale.

Questa evoluzione impone un ripensamento radicale dell’ingegneria delle future infrastrutture spaziali. Per molti anni la protezione dei satelliti è stata affidata principalmente alla robustezza della singola piattaforma: schermature elettromagnetiche, componenti radiation-hardened, ridondanze hardware e ampi margini progettuali costituivano gli strumenti fondamentali per garantire la sopravvivenza della missione. Tali soluzioni rimangono indispensabili, ma non sono più sufficienti in un contesto che si sta evolvendo.

Da questa esigenza nasce il concetto di Electronic Resilience by Design, imponendolo sin dalle prime fasi di sviluppo della costellazione, affinché l’intero sistema sia in grado di rilevare, assorbire, isolare e recuperare gli effetti di minacce elettromagnetiche, cyber o di altre forme di interferenza non cinetica. L’obiettivo non è impedire qualsiasi guasto, ma garantire che la costellazione continui a fornire il servizio richiesto anche quando parte delle sue risorse risulti temporaneamente compromessa.

In questo approccio cambia profondamente anche il ruolo e l’architettura del software, che dovrebbero rendere l’intero sistema capace di adattarsi dinamicamente alle perturbazioni. L’intelligenza artificiale assume quindi una funzione vitale, consentendo ai satelliti di riconoscere anomalie, distinguere interferenze accidentali da attacchi intenzionali, modificare autonomamente il proprio comportamento e coordinarsi con gli altri nodi della rete. Parallelamente, il segmento di terra dovrà essere capace di distribuire rapidamente aggiornamenti software, nuove configurazioni operative e strategie di risposta all’intera costellazione.

Una costellazione realmente resiliente non è quella che evita qualsiasi malfunzionamento, ma quella che continua a operare con prestazioni eventualmente ridotte mentre individua il problema, riconfigura le proprie risorse e ripristina progressivamente la piena capacità operativa. La domanda fondamentale non diventa più “quanto è protetto questo satellite?”, bensì “quanto rapidamente la costellazione riesce ad assorbire una perturbazione, riorganizzarsi e ripristinare il servizio?”.

Da questa riflessione emerge un secondo concetto destinato a diventare centrale: quello di velocità strategica. Storicamente la superiorità spaziale veniva valutata attraverso parametri quali numero di satelliti, qualità dei sensori, precisione dei sistemi di navigazione, capacità di trasmissione e vita operativa delle piattaforme. Tali indicatori continueranno a essere importanti, ma non saranno più sufficienti. In un ambiente caratterizzato da minacce in continua evoluzione, il vero vantaggio competitivo dipenderà sempre più dalla rapidità con cui una costellazione riuscirà a individuare una nuova minaccia, comprenderne gli effetti e trasformare la risposta tecnica in una capacità operativa concreta.

Nel caso delle armi a microonde, ciò significa non limitarsi a sviluppare hardware più resistente, ma essere in grado di aggiornare rapidamente gli algoritmi di bordo, modificare le logiche di Fault Detection, Isolation and Recovery, adattare il mission planning, redistribuire i compiti tra i satelliti e propagare nuove configurazioni software all’intera rete. La rapidità con cui queste attività potranno essere eseguite diventerà essa stessa una forma di deterrenza.

Questa prospettiva modifica anche il modo di concepire lo sviluppo industriale e il procurement dei sistemi spaziali. In un contesto nel quale l’innovazione evolve molto più rapidamente dei tradizionali programmi di acquisizione, una costellazione progettata per essere continuamente aggiornata e riconfigurata può risultare più efficace di un sistema ottimizzato esclusivamente rispetto alle minacce conosciute al momento della sua entrata in servizio. L’adattabilità diventa quindi un requisito progettuale al pari dell’affidabilità e delle prestazioni. Per l’Europa, questa rappresenta una sfida di particolare rilevanza: i programmi spaziali dovranno essere valutati non soltanto per le caratteristiche tecnologiche iniziali, ma anche per la capacità di evolvere rapidamente durante il loro ciclo di vita operativo.

In definitiva, l’emergere delle armi a microonde non rappresenta semplicemente l’introduzione di una nuova tecnologia militare, ma il segnale di un cambiamento più profondo nella competizione spaziale. La guerra nello spazio si sta progressivamente spostando dalla distruzione fisica degli asset alla degradazione della continuità dei servizi, imponendo una revisione dei criteri con cui vengono progettate, sviluppate e gestite le future costellazioni satellitari. In questo scenario, la superiorità spaziale non apparterrà necessariamente a chi disporrà del maggior numero di satelliti o delle piattaforme tecnologicamente più avanzate, ma a chi saprà garantire la capacità di adattarsi più rapidamente a minacce sempre più dinamiche, mantenendo operativa la rete anche nelle condizioni più difficili. È proprio questa combinazione di resilienza sistemica e velocità di adattamento che definirà la sicurezza delle infrastrutture spaziali del prossimo decennio.


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