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La Fcr indiana non è un’eccezione. È la nuova frontiera della sovranità democratica

Di Carlo Lombardi
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Nell’era dell’intelligenza artificiale, i finanziamenti provenienti dall’estero devono essere trasparenti. Su questo punto la maggior parte delle democrazie concorda. L’India dovrebbe poter esercitare lo stesso diritto sovrano di proteggere l’integrità delle proprie istituzioni democratiche che le altre democrazie rivendicano per sé. Da questa prospettiva, Fcra e i suoi prossimi emendamenti appaiono molto meno eccezionali di quanto i loro critici vogliano far credere

Mentre il Parlamento indiano si appresta nuovamente a discutere il Foreign Contribution Regulation Act (Fcra), è riemersa una narrativa ormai familiare. I critici descrivono questa legislazione come un attacco alla società civile, un’offensiva contro le organizzazioni cristiane e l’ennesima dimostrazione di un presunto allontanamento dell’India dai principi democratici. Questa narrazione, tuttavia, ignora una domanda fondamentale: perché all’India dovrebbe essere negato il diritto sovrano di regolamentare l’influenza straniera quando praticamente tutte le principali democrazie stanno andando nella stessa direzione?

La realtà è che Fcra indiano e i suoi emendamenti proposti non rappresentano un’anomalia, bensì fanno parte di una più ampia tendenza internazionale. L’Unione europea sta sviluppando nuovi strumenti per contrastare le interferenze straniere e le operazioni di influenza occulta, in particolare quelle attribuite a Russia, Cina e ad altri attori esterni. L’Australia dispone del Foreign Influence Transparency Scheme. Gli Stati Uniti applicano da decenni il Foreign Agents Registration Act (Fara). Il Regno Unito ha introdotto il Foreign Influence Registration Scheme. Il principio alla base di tutte queste normative è identico: il denaro proveniente dall’estero non dovrebbe poter influenzare il panorama politico, sociale o istituzionale di una nazione senza adeguati meccanismi di trasparenza e controllo. Il Governo indiano ha sostenuto esplicitamente che gli emendamenti proposti si ispirano alle migliori pratiche internazionali e non costituiscono un regime eccezionale.

La sfida dell’India, tuttavia, è di dimensioni completamente diverse. Il Paese ospita uno dei più grandi settori della società civile al mondo. Secondo le stime, in India operano tra 3,3 e 3,7 milioni di organizzazioni non governative, oltre la metà di tutte le ong presenti nei Paesi del G20. Anche adottando le stime più prudenti, nessun altro membro del G20 si avvicina a questi numeri. L’Italia, per confronto, dispone di circa 360.000 enti del Terzo Settore. L’India gestisce quindi il più vasto ecosistema di ong del pianeta. Regolare i finanziamenti esteri in un contesto di tali dimensioni non è semplicemente un esercizio burocratico o una scelta politica: è una questione di sicurezza nazionale.

Gli oppositori dell’Fcra sostengono spesso che la normativa sia stata concepita specificamente per colpire enti caritatevoli cristiani e organizzazioni ecclesiastiche. Nel corso degli anni, tuttavia, i controlli hanno riguardato organizzazioni ambientaliste, università, istituti di ricerca, gruppi per i diritti umani, enti educativi, organizzazioni religiose appartenenti a diverse confessioni comprese organizzazioni induiste, e numerose organizzazioni internazionali di advocacy.

Una delle principali critiche rivolte agli emendamenti proposti è che consentirebbero al Governo di “confiscare i beni della Chiesa”. Gli emendamenti non autorizzano lo Stato ad appropriarsi di tutti i beni appartenenti alla Chiesa o ad altre istituzioni cristiane semplicemente perché tali. Essi si applicano esclusivamente nei casi in cui la registrazione Fcra di un’organizzazione sia legittimamente cessata, sia per revoca, rinuncia o mancato rinnovo, e riguardano unicamente i beni realizzati o acquisiti mediante contributi provenienti dall’estero che rientrano nell’ambito di applicazione della normativa. La legge prevede inoltre che i luoghi di culto conservino la propria destinazione religiosa anche qualora siano posti sotto la supervisione dell’Autorità designata. Il vero dibattito, pertanto, non riguarda una presunta nazionalizzazione delle chiese, bensì la destinazione dei beni finanziati con risorse estere quando un’organizzazione perde definitivamente il diritto legale di ricevere e gestire tali fondi. La legge e I emmendamenti sono neutrale dal punto di vista religioso e si applica indistintamente a indù, musulmani, cristiani, sikh, buddisti, giainisti e a tutte le altre confessioni.

Questa distinzione è fondamentale, perché i finanziamenti stranieri non rappresentano soltanto una questione di assistenza umanitaria. In tutto il mondo i governi riconoscono sempre più che i flussi finanziari possono trasformarsi in strumenti di influenza politica. L’India sostiene da tempo che alcune organizzazioni finanziate dall’estero abbiano cercato di influenzare il dibattito politico, i grandi progetti infrastrutturali e la mobilitazione sociale ben oltre i limiti dell’attività benefica. Valutazioni dell’Agenzia per la sicurezza interna Indiana-l’Intelligence Bureau hanno sostenuto che alcune Ong finanziate dall’estero fossero coinvolte in campagne finalizzate a rallentare importanti progetti infrastrutturali ed energetici strategici. In altri casi, enti caritatevoli musulmani finanziati dall’estero sarebbero stati collegati alla diffusione dell’estremismo e al finanziamento di viaggi all’estero destinati all’indottrinamento di giovani musulmani. Qualsiasi governo ha il diritto di chiedersi chi finanzi l’attivismo politico all’interno dei propri confini e per quali finalità.

La trasparenza finanziaria è ormai diventata uno degli strumenti fondamentali nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Nessuna democrazia responsabile può semplicemente presumere che ogni trasferimento di fondi proveniente dall’estero abbia esclusivamente finalità benefiche.

Paradossalmente, alcune delle critiche più dure sono arrivate proprio dall’estero. Il deputato repubblicano statunitense Riley Moore ha recentemente criticato gli emendamenti proposti, sostenendo che potrebbero consentire un maggiore controllo governativo sulle chiese e sulle organizzazioni cristiane e che potrebbero avere ripercussioni sulle relazioni tra India e Stati Uniti. Si tratta, paradossalmente, di una forma di propaganda.

Il suo intervento, tuttavia, dimostra proprio il principio che Fcra intende affrontare. Quando rappresentanti eletti di un altro Paese intervengono pubblicamente per influenzare una normativa che disciplina i finanziamenti stranieri all’interno dell’India, rafforzano involontariamente la tesi di Nuova Delhi secondo cui l’influenza esterna sulle istituzioni nazionali non è né teorica né superata.

Il dibattito appare ancora più significativo se confrontato con i recenti cambiamenti nella politica americana in materia di aiuti internazionali. L’Amministrazione Trump ha progressivamente privilegiato un modello basato sul sostegno diretto ai governi sovrani piuttosto che sull’affidamento a vaste reti di ong internazionali, nella convinzione che siano i governi a dover rispondere dello sviluppo dei propri Paesi. Pur variando l’attuazione da un programma all’altro, il principio di fondo è sostanzialmente lo stesso: sovranità, responsabilità e piena conoscenza di chi finanzia gli attori operanti all’interno di uno Stato, poiché ciò incide direttamente sulla governance nazionale.

Un esempio è rappresentato dal Bangladesh, dove il governo guidato da Sheikh Hasina è stato rovesciato dopo manifestazioni presentate come spontanee e guidate dagli studenti, ma che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbero state sostenute anche da sovvenzioni provenienti da organizzazioni benefiche con sede negli Stati Uniti. Il risultato è che organizzazioni riconducibili alla Fratellanza Musulmana, precedentemente vietate durante il governo Hasina, hanno visto revocati i loro divieti e oggi operano senza particolari ostacoli. Ciò produce effetti non soltanto sulla sicurezza del Bangladesh e dell’Asia meridionale, ma anche su Paesi come l’Italia, che ospitano una consistente diaspora bengalese.

È intellettualmente incoerente accettare normative sulla trasparenza dell’influenza straniera in Europa, Australia, Regno Unito e Stati Uniti e, allo stesso tempo, dipingere l’India come un Paese autoritario semplicemente perché persegue obiettivi analoghi.


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