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Perché in Italia il passato continua a sembrare migliore del presente

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Nel 2017 il Pew Research Center ha chiesto in 38 Paesi se la vita fosse migliore o peggiore rispetto a cinquant’anni prima. In Italia il 50% ha risposto: peggiore. L’anno dopo, sempre Pew: il 72% degli italiani ritiene che la situazione economica della gente comune sia peggiorata rispetto a vent’anni fa. Terzo dato più cupo tra 27 Paesi, dopo Grecia e Tunisia. Nel frattempo gli omicidi in Italia sono calati del 39 per cento rispetto al 2000. Ma questo lo sa solo l’8% degli italiani…

Sei in fila. È la fila più lunga della storia. Davanti e dietro di te, 117 miliardi di persone: tutti quelli che hanno respirato su questo pianeta. Arriva il tuo turno. Sportello, formica, un funzionario stanco: è l’addetto all’estrazione. Sul bancone, l’urna con tutti i biglietti mai emessi. Puoi tenerti il tuo. Oppure rimetterlo in gioco.

Il biglietto ha un codice.

Tre lettere per la generazione. La nostra specie ha trecentomila anni, venticinque anni per generazione: dodicimila generazioni, e tre lettere bastano a numerarle tutte. Poi una cifra per il continente. Poi il prefisso telefonico internazionale del paese: per l’Italia è 39. Poi il sesso e l’orientamento sessuale. Poi due cifre per il percentile sociale, da 00 a 99. Sono le due che pesano di più: indicano a quale altezza della piramide ti depositano alla nascita.

Le lettere corrono all’indietro. AAA è chi nasce adesso. AAB va dal 1976 al 2000. AAC dal 1951 al 1975. E così via.

Tutto il mondo che rimpiangiamo – il boom, i Settanta, i Novanta, la settimana scorsa – si riduce a tre combinazioni su dodicimila. Tre. Quelle tre contengono però nove miliardi di persone: l’otto per cento di tutti gli esseri umani mai nati. La demografia ha già truccato il sorteggio a nostro favore. Sarà il caldo o la fila, ma ci lamentiamo lo stesso.

Poi c’è la cifra del continente. Per 9.318 generazioni su 12.000 quella cifra è sempre 1. Africa. La ruota dei continenti comincia a girare sessantacinquemila anni fa. Firenze, Vienna, Parigi, Manhattan sono opzioni recentissime.

Estraiamo.

AAG·3·39… Italia, 1861. Sette lettere fa: il tuo trisnonno. Nei primi dati disponibili dopo l’Unità la speranza di vita alla nascita è di 29 anni. Non perché si morisse a ventinove. Perché morivano moltissimi bambini e la media è una macchina spietata. Tieni il biglietto? Vuoi essere un bambino del 1861?

AAW·3·39… Italia, 1475, l’anno in cui nasce Michelangelo. Bellissimo. Il percentile sociale però lo estraiamo adesso, e ci sono novantanove modi su cento di non essere Michelangelo. Il più probabile prevede che tu passi la vita a guardare la terra. La vedrai anche da vicino. Molto da vicino.

AAD·4·1… Stati Uniti, nascita fra il 1926 e il 1950. Un biglietto che attraversa tre etichette: la coda della Greatest Generation, tutta la Silent Generation, i primi baby boomer. Sono gli anni dello swing e di Hollywood. Sono anche quelli della Grande Depressione, con una disoccupazione del 24,9 per cento nel 1933, e del Dust Bowl, che caccia due milioni e mezzo di persone dalle Grandi Pianure.

Prima di consegnarti il biglietto, estraiamo il colore della pelle e l’orientamento sessuale?

Nel 1930, la speranza di vita alla nascita negli Stati Uniti era di 61,4 anni per i bianchi. Per i neri, 48,1. Tredici anni di differenza. Nel primo anno di vita muoiono 60 bambini bianchi ogni 1000. E quasi 100 neri.

Se ti tocca il 1930 e la pelle nera, avrai trentaquattro anni il giorno in cui viene firmato il Civil Rights Act. Trentasette quando la Corte Suprema stabilirà che puoi sposare una donna bianca. Se ti tocca l’omosessualità, gli psichiatri americani smetteranno di inserirti nel manuale delle malattie mentali quando ne avrai cinquantasette.

Vuoi ripensarci? Non sei sicuro?

Nove su dieci biglietti sono stati emessi prima del 1900. Per quasi tutta la storia della specie circa un bambino su due non arrivava ai quindici anni. Nel 1800 nessuna regione del mondo superava i 40 anni di speranza di vita. Nel 1900 la media mondiale era di 32. Oggi è settantatré. Chi muore prima dei quindici anni è sceso al quattro per cento: uno su venticinque.

Il banco è truccato. Per una volta, a nostro favore.

E allora, perché sei triste? Sei uno dei vincitori della lotteria della vita, eppure sei triste.

Nel 2017, il Pew Research Center ha chiesto in 38 Paesi se la vita fosse migliore o peggiore rispetto a cinquant’anni prima. In Italia, il 50% ha risposto: peggiore. L’anno dopo, sempre Pew: il 72 per cento degli italiani ritiene che la situazione economica della gente comune sia peggiorata rispetto a vent’anni fa. Terzo dato più cupo tra 27 Paesi, dopo Grecia e Tunisia.

Nel frattempo gli omicidi in Italia sono calati del 39 per cento rispetto al 2000. Ma questo lo sa solo l’8% degli italiani.

Non è un vizio nostro. Nel 2017 la fondazione Gapminder ha sottoposto dodicimila persone in quattordici Paesi a dodici domande elementari sullo stato del mondo, ad esempio: qual è la speranza di vita media dell’umanità? Tre opzioni. Cinquanta, sessanta, settanta anni.

In Svezia, il 57 per cento ha risposto “sessanta”. La risposta esatta era settanta. Ha indovinato il 22 per cento: meno di quanti avrebbero azzeccato tirando a caso. Media generale del test, 2,2 risposte esatte su dodici, contro le quattro che darebbe il puro caso. Il 15 per cento le ha sbagliate tutte.

Non è ignoranza. L’ignoranza darebbe risultati migliori. È conoscenza sbagliata, ordinata e sistematica.

Mai stati così al sicuro, mai stati così convinti del contrario.

Una spiegazione c’è e non riguarda la memoria. Riguarda la posta in arrivo e whatsapp. La carestia del 1850, a diecimila chilometri di distanza, non arrivava mai a casa: moriva insieme a chi la subiva. La bomba di oggi ti arriva sul telefono mentre stai facendo colazione. E su un punto la letteratura psicologica è concorde: il male pesa più del bene, si imprime prima, resiste meglio alla smentita. Possiamo essere al tempo stesso i più sicuri della storia e i più informati di sempre sull’insicurezza.

La scala mobile

Nella Bibbia non c’è traccia della lotteria della vita. C’è però qualcosa di meglio. Qoèlet aveva già archiviato la pratica: “Come mai i tempi antichi erano migliori del presente? Perché è una domanda da stolti”.

Il fatto è che i tempi antichi non stanno mai fermi. Chi li va a cercare sul serio scopre che si allontanano man mano che ci si avvicina.

Nel 1973 Raymond Williams si mise a cercare la “vecchia Inghilterra contadina”, quella organica, quella vera. La trovò rimpianta da Thomas Hardy. Ma Hardy la collocava prima di sé. E chi veniva prima la collocava ancora prima: George Eliot, poi Cobbett, poi Langland, poi Papa Innocenzo III. La scala mobile non si ferma mai. Arriva all’Eden. Williams ne ricavò una frase che vale tutto il dibattito: la nostalgia è di tutti e non passa mai, e l’unica che ci sembra ridicola è quella degli altri.

Quanto sia enorme e antico il fenomeno l’ha misurato uno studio del 2023, pubblicato su Nature. Adam Mastroianni e Daniel Gilbert hanno raccolto dodici milioni e mezzo di risposte in almeno sessanta nazioni. Le persone credono che la moralità stia declinando. Lo credono da almeno settant’anni. Ma i giudizi che danno sui propri contemporanei, misurati anno per anno negli archivi, non declinano affatto. L’illusione si rompe e sparisce quando la richiesta riguarda persone che conosci bene. Il mondo peggiora soltanto alla giusta distanza.

Forse è solo una questione di “nostalgia”. Ma sapevi che ce ne sono almeno tre tipi? C’è la nostalgia dell’esperienza: ero più felice nel 1995. Può essere vera o falsa, ma nessuno ha il diritto di correggerla. C’è la nostalgia del mondo: il mondo era migliore nel 1995. Questa richiede dati, e i dati raramente collaborano. C’è la nostalgia identitaria: noi eravamo migliori nel 1995. Non è una descrizione. È un programma politico e, di solito, funziona benissimo alle urne.

Il guaio nasce nel passaggio silenzioso dalla prima alla seconda. «Io stavo meglio» diventa «si stava meglio» senza che nessuno se ne accorga. Scivola via il soggetto e resta il mondo.

Non tutte le nostalgie funzionano allo stesso modo. Quella personale nasce spesso dalla solitudine e fa quasi sempre bene: rinsalda i legami, alza l’autostima e tiene lontana l’angoscia. Quella collettiva dipende invece da ciò che si rimpiange. Una ricerca ha misurato la differenza: chi rimpiange una società più omogenea mostra più ostilità verso gli immigrati; chi rimpiange una società più aperta, no. Stessa intensità, contenuto opposto, conseguenze opposte. L’età dell’oro non ha bisogno di essere esistita per produrre effetti reali.

Ed è la seconda a vincere le elezioni. Zygmunt Bauman, in un libro del 2017, le ha dato il nome che le spettava: retrotopia. L’utopia si è rovesciata all’indietro. Il paradiso non sta più in un futuro da costruire ma in un passato da riprendersi. Il vantaggio è evidente. Un futuro va progettato. Un passato basta ricordarlo male.

Umberto Eco, parlando dei modi di sognare il medioevo, poneva la domanda giusta: se ogni sogno del Medioevo è il sogno di un Medioevo, di quale sogno e di quale Medioevo stiamo parlando? Non esiste il passato. Esistono passati costruiti su misura di chi li rimpiange e chi li costruisce di mestiere lo sa.

“La nostra memoria è sempre una ricostruzione interpretativa del passato”, diceva Eco. Non è un archivio. È un romanzo che riscriviamo di continuo e a nostro favore.

La ricerca gli dà ragione due volte.

La prima è banale e spietata: la memoria ritocca. Alcuni studi longitudinali condotti su viaggi e vacanze hanno mostrato che il ricordo di un’esperienza è più roseo rispetto all’esperienza mentre la si vive. Gli autori la chiamarono, per questo, la “visione rosea”.

La seconda si chiama “picco della reminiscenza”. La ricerca sulla memoria autobiografica mostra che il periodo tra i dieci e i trent’anni produce il maggior numero di ricordi, i più vividi, i più importanti. È il periodo da cui provengono i film, la musica e i libri preferiti delle persone, e in cui collocano gli eventi più importanti del mondo. Il 1975 non ha prodotto più capolavori del 2026. Aveva un pubblico con il cervello che registrava in alta definizione. E del 1975 ricordiamo Bohemian Rhapsody, non le migliaia di canzoni mediocri uscite nello stesso anno: confrontiamo il greatest hits di un’epoca con la programmazione integrale dell’altra.

Il confronto è truccato fin da subito. Non dalla storia. Dall’anagrafe. Non rimpiangiamo il mondo di quando avevamo vent’anni: rimpiangiamo il fatto di averne avuti venti.

E poi c’è un’età dell’oro che è esistita davvero. Dura una decina d’anni e si chiama infanzia. Guardala bene: qualcuno ti nutre, qualcuno paga, il tempo non ha un prezzo, il mondo funziona senza che tu debba farlo funzionare. Esiodo, che scrisse dell’età dell’oro in un poema sul lavoro, l’immaginava esattamente così: una terra che dava frutto da sé, senza fatica. È la fantasia di chi zappa. Ed è la memoria di chiunque abbia avuto 6 anni. Ogni volta che collochiamo il paradiso in un decennio, forse stiamo solo sbagliando di un po’. Confondiamo l’età con l’epoca.

Quando diciamo “si stava meglio” non stiamo parlando del passato. Stiamo parlando della nostra giovinezza. E confondiamo le perdite in prima persona con il declino del mondo.

Mi si dirà che è comodo, seduti qui, spiegare alla gente che sta benissimo. Ed è vero.

Si può vivere nell’epoca con la maggiore speranza di vita della storia e avere ragione di dire che una cosa precisa della propria vita è peggiorata. In Italia, i salari reali sono più bassi di quelli del 1990. Nel 2025 sono nati trecentocinquantacinquemila bambini, 1,14 figli per donna, minimo storico. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, in attesa delle statistiche di questo forno che ci ostiniamo a chiamare il 2026. Il dato aggregato non cancella l’esperienza individuale.

C’è dell’altro e mi conviene dirlo prima che lo dica qualcun altro contro di me. Nel 1974 l’economista Richard Easterlin osservò che i ricchi sono mediamente più felici dei poveri (grazie al ca…), ma un Paese che si arricchisce non diventa più felice. Il metro non è il livello, è il confronto. Se ha ragione lui, la nostalgia non è un errore sui fatti. È una questione di posizione. E nessun grafico sulla mortalità infantile può smentirla. Vogliamo semplicemente stare meglio di altre persone, non meglio in assoluto.

La simmetria, però, vale anche al contrario. Il crollo della fiducia degli italiani nelle istituzioni, quello che diamo per acquisito in ogni talk show, nei numeri Istat non c’è: la fiducia nei partiti è passata dal 9,9% del 2012 al 22,4% del 2024 (lo avresti mai detto?), quella nel Parlamento è al 40,8%. Più che raddoppiata. E nel 2024, mentre il 29,5 per cento degli italiani dichiarava peggiorata la situazione economica della propria famiglia, il 46,3 per cento dava alla propria vita un voto tra 8 e 10: un decimo di punto sotto il massimo storico della serie.

Il pessimismo italiano non riguarda la mia vita. Riguarda il mondo. È un giudizio sul Paese pronunciato da persone che, interrogate sulla propria vita, rispondono che va abbastanza bene. Un’indagine europea del 2019 ha misurato lo scarto e, fra i grandi Paesi dell’Unione, siamo i più cupi su entrambi i fronti: il 56 per cento degli italiani vede nero sul proprio futuro, il 72 per cento su quello del Paese. Sedici punti di differenza. Contenti oggi, spaventati domani, e più spaventati per gli altri che per noi stessi.

Ecco perché l’urna è un test onesto e i sondaggi no. John Rawls chiedeva di giudicare una società dietro un velo di ignoranza: senza sapere se saresti schiavo o senatore, uomo o donna, sano o malato. Solo così un giudizio diventa onesto. Noi facciamo esattamente il contrario: scegliamo retroattivamente il posto migliore del passato e poi lo confrontiamo. Nessuno ha mai detto: “Quanto avrei voluto nascere bracciante in Calabria nel 1887”. Giudicare un’epoca sapendo già chi saresti dentro non è un confronto. È un provino in cui ci assegnano sempre la parte del protagonista.

Poi c’è la ragione più semplice: i progressi diventano invisibili appena arrivano. Nessuno apre il rubinetto pensando: “Straordinario, acqua potabile!”. Nessuno ingoia un antibiotico stupendosi di non morire. Le conquiste smettono di essere conquiste e diventano requisiti minimi. Il progresso scompare esattamente nel momento in cui riesce.

Torni allo sportello. Il funzionario ti guarda per l’ultima volta.

“Allora? Rimettiamo il biglietto nell’urna?”.

Ci pensi.

“Posso tenermi il mio?”.

“Certo”.

“E posso continuare a lamentarmene?”.

“Naturalmente. Sei pur sempre un essere umano”.


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