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Ecco perché i calabresi nel mondo sono una risorsa per lo sviluppo

Di Gianni Todini e Francesco Nicotri
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Quattro giornate di lavori per la Consulta regionale dei Calabresi nel Mondo. Hanno preso parte ai dibattiti le delegazioni provenienti da tutti i continenti e al di là dell’identità e della memoria, molti interventi hanno affrontato la sfida della partecipazione alla vita istituzionale, economica, sociale e culturale della Regione. Il racconto di Gianni Todini e Francesco Nicotri

Dal 9 al 12 settembre, sotto la guida del presidente della Regione Roberto Occhiuto e del consigliere regionale (delegato ai rapporti con i Calabresi nel Mondo) Orlandino Greco, la Consulta regionale dei Calabresi nel Mondo è tornata a riunirsi in presenza.

Questo appuntamento ha confermato la dimensione internazionale della “scommessa” di valorizzare il ruolo delle comunità calabresi all’estero. Il programma delle quattro giornate di lavori, a cui hanno preso parte delegazioni provenienti da tutti i continenti, restituisce la molteplicità dei piani in gioco. Al di là dell’identità e della memoria, molti interventi hanno affrontato la sfida della partecipazione alla vita istituzionale, economica, sociale e culturale della Regione. Una Calabria fuori dalla Calabria, e con essa un’Italia fuori dall’Italia, capace di generare nuove connessioni e opportunità. Il presidente Occhiuto ha definito i consultori “costruttori di sviluppo e di futuro per la Calabria”: persone che hanno lasciato la propria terra, ma non l’hanno dimenticata.

I calabresi con cittadinanza italiana iscritti all’Aire sono oltre 450.000; se si allarga lo sguardo ai discendenti di seconda e terza generazione, il bacino potenziale, come indicato dal consigliere Greco, supera i 10 milioni di persone. Anche grazie al contributo di questa platea enorme, la Calabria potrebbe trasformare il proprio passivo demografico storico in un asset di politica economica e culturale.

La riuscita di un’operazione del genere dipenderà, come suggeriscono i progetti legati al “turismo delle radici” – di cui peraltro l’Università della Calabria è uno dei principali centri di ricerca in Italia – dal saper mantenere vivo il legame con generazioni sempre più lontane, in termini geografici e culturali, dalle località di partenza dei propri antenati. Per un pronipote nato a Toronto, Buenos Aires o Melbourne, l’appartenenza non è più un dato acquisito, ma qualcosa da costruire e da rendere significativo. È quindi anche una questione di strumenti, canali, formati, lingue e linguaggi da adottare: dalla narrazione digitale alla promozione della lingua e della cultura italiane, dalle reti universitarie ai programmi di scambio, fino alla promozione di esperienze di viaggio che facciano scoprire luoghi, storie e comunità.

Non si tratta, però, di una strada a senso unico. Le comunità all’estero non sono soltanto destinatarie di politiche: devono diventare interlocutori attivi, in grado di apportare competenze, relazioni, capitali, reputazione. Il rischio, altrimenti, è che l’entusiasmo dei momenti istituzionali resti confinato alla dimensione celebrativa, senza tradursi in progetti misurabili, con obiettivi, tempi e responsabilità definiti.

La ripresa degli incontri in presenza, dopo sette anni, è un segnale importante, ma il vero banco di prova per questo organismo sarà la continuità della propria azione. Se la Consulta saprà diventare una sede stabile di elaborazione e di co-progettazione con visione globale, la Calabria potrà davvero guardare alla propria diaspora come a una risorsa strategica. In un Mediterraneo e in un mondo sempre più interconnessi, fare rete con i propri figli e nipoti lontani può divenire un tratto distintivo del posizionamento internazionale, e un modello per altri territori italiani segnati dalla medesima storia di emigrazione.

Per capire cosa tutto ciò possa rappresentare in concreto, basta guardare a una storia nota. Tra le tante figure che si potrebbero citare, Gay Talese, figlio di un sarto partito da Maida, in provincia di Catanzaro, e tra i padri del New Journalism americano, è forse una delle più eloquenti. Le sue carte, acquisite quest’anno dalla New York Public Library, il libro “Ai figli dei figli” e il registro dei “dimoranti” con cui Maida riconosce come propri i discendenti dei suoi emigrati mostrano che la diaspora non è soltanto memoria: è una rete di relazioni, cultura e reputazione. Superare l’approccio “romantico”, come chiede il presidente Occhiuto, significa trasformare l’orgoglio delle radici in un ponte stabile innanzitutto per l’export, il turismo, gli investimenti e la cooperazione scientifica e accademica.

 

 

 


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