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Governare l’IA militare partendo dal carrello della spesa. Cosa dice il report Sipri

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Tempi da decenni contro cicli di settimane: gli appalti della difesa faticano a stare al passo con l’Ia. Il Sipri analizza i casi di Ucraina, Usa e Regno Unito e indica come accelerare senza perdere garanzie

Quando si parla di intelligenza artificiale militare, il dibattito si concentra quasi sempre sul campo di battaglia: droni autonomi, sistemi di puntamento, controllo umano sull’uso della forza. Ma molte delle scelte decisive vengono fatte prima, nel momento in cui un sistema viene scelto, specificato e acquistato. È questo il punto del report “Responsible Procurement of Military Artificial Intelligence”, pubblicato dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) e firmato da Netta Goussac e Vincent Boulanin.

Il contesto è quello di una corsa. Le forze armate sono sotto pressione per adottare l’Ia il più rapidamente possibile, spinte dalla competizione tra Stati Uniti e Cina, dalle lezioni dei conflitti recenti e dall’industria tecnologica. A gennaio il segretario alla Guerra statunitense ha chiesto di trasformare il Pentagono in una forza “AI-first”. In Ucraina, ricorda il rapporto, un vantaggio tecnologico può svanire in pochi mesi davanti alle contromisure russe.

Il problema è che gli appalti militari sono stati pensati per un altro mondo. Per carri armati, navi e aerei i tempi si misurano in decenni: il programma F-35 fu concepito a metà degli anni Novanta e i primi velivoli sono arrivati nel 2011. Nel settore dell’IA, hanno spiegato Palantir e Anduril al Parlamento britannico, i cicli di prodotto durano settimane o mesi. C’è poi un nodo tecnico, poiché i sistemi di machine learning vengono aggiornati di continuo e sono spesso opachi, dunque difficili da collaudare con i metodi tradizionali.

I governi stanno già correndo ai ripari. L’Ucraina, con la piattaforma Brave1, permette alle unità di acquistare direttamente da un catalogo di oltre mille soluzioni, dai droni autonomi ai robot terrestri. Anche gli Stati Uniti, con l’iniziativa Replicator, hanno puntato a schierare migliaia di sistemi autonomi a basso costo in meno di due anni. A sua volta, il Regno Unito ha fissato un tetto di tre anni per i programmi digitali e adottato lo sviluppo “a spirale”,che si basa sul consegnare subito una capacità minima e migliorarla strada facendo.

In tutti e tre i casi, però, resta poco chiaro come gli impegni sull’uso responsabile dell’Ia vengano integrati in procedure così compresse. Kyiv ha escluso di voler regolamentare l’Ia nella difesa. Washington e Londra rivendicano principi etici e direttive dedicate, ma non spiegano come si applichino ai nuovi tempi. Eppure il diritto internazionale è chiaro almeno su un punto: l’articolo 36 del Primo protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra impone di verificare la liceità di una nuova arma già in fase di acquisizione. Con sistemi che cambiano a ogni aggiornamento, stabilire quando un’arma sia “nuova” diventa tutt’altro che semplice.

Secondo il Sipri, velocità e responsabilità non devono per forza escludersi. Chi acquista deve però saper fare tre cose: chiedersi se una capacità di Ia serva davvero, verificare in modo indipendente ciò che promettono i fornitori, e chiarire chi risponde di ogni decisione. Le riforme in corso possono aiutare. Il dialogo più stretto con l’industria, per esempio, può servire a interrogare i reali fabbisogni, a patto che non diventi un canale attraverso cui le aziende dettano i requisiti. Perché, avvertono gli autori, pretendere garanzie dai fornitori non equivale a verificarle.

Le raccomandazioni finali sono tre. Integrare i principi di Ia responsabile fin dalla definizione dei requisiti e dei contratti, invece di aggiungerli a posteriori. Pubblicare linee guida chiare per i fornitori, con parametri concreti come tassi di errore accettabili e protocolli di test. Portare infine il tema nei forum internazionali, a partire dagli incontri previsti a Ginevra nel 2026. Oggi ogni Paese affronta queste domande da solo. Tra i documenti nazionali censiti dal Sipri, peraltro, non ne figurano di italiani.


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