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Istat e deficit, il problema non sono i numeri ma la fiducia. L’opinione di Fracchiolla

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Contro lo svuotamento della politica che si riduce all’amministrazione della scarsità e alimenta il rancore democratico verso le istituzioni, aprire un dibattito serio sulle riforme necessarie per consolidare il sistema democratico, prendendo atto delle transizioni in atto, appare più coraggioso e proficuo di fuggire verso “guerre culturali” e temi identitari a costo zero. La riflessione di Domenico Fracchiolla

La polemica sulla pubblicazione dei dati Istat allunga l’ombra della disinformazione sull’oggettività della comunicazione pubblica istituzionale. Il salto di qualità non è tanto la delegittimazione di un’istituzione custode delle virtù democratiche, che può essere criticata quando sbaglia, ma è la discrezionalità e inaffidabilità dei meccanismi istituzionali delle regole europee: lenti, farraginosi e mutevoli. Al cospetto di un mondo che accelera con l’IA generativa e il rifiuto di normative che rallentano il futuro, le economie europee discutono di decimali per applicare procedure di infrazione piuttosto che le nuove e più stringenti regole di bilancio.
Il ciclo della politica attuale, basato sui sondaggi settimanali, esige invece un ritorno d’immagine immediato, preferendo il bonus a pioggia alla pianificazione strategica. È precisamente in questo solco tra propaganda e realtà che emerge il valore civile e istituzionale dell’Istat. L’Istat in Italia, come l’Eurostat per l’UE, l’Institut National de la Statistique et des Études Économiques, INSEE, in Francia, lo Statistisches Bundesamt, Destatis, in Germania, l’Instituto Nacional de Estadística, INE, in Spagna, fotografa la realtà contabile e sottrae la discussione pubblica sulle evidenze economiche dalla mistificazione elettorale. L’accesso libero a dati statistici pubblici indipendenti, certificati e trasparenti, consente, in teoria, il controllo di accountability dell’attività dei governanti, condividendo una straordinaria base di dati oggettivi. Un vero contropotere informativo. In realtà, la complessità delle azioni di controllo rende tale controllo spesso impraticabile o con un impatto residuale sull’opinione pubblica e sui governi.

La procedura di nomina italiana del vertice dell’Istat si articola in una proposta governativa di profili indipendenti votati dai ⅔ delle Commissioni costituzionali del Parlamento. Per fare esempi di sistemi diversi, in Gran Bretagna il ruolo della Corona e del Parlamento è più marcato, distinguendo due figure apicali, con una selezione rigorosamente indipendente e competitiva guidata da standard di alti funzionari pubblici per nominare il National Statistician. Nelle repubbliche presidenziali, il potere di nomina e di controllo politico del Presidente sono invece ampissimi, lasciando ai mercati e alla stampa il compito di controllare e garantire l’autorevolezza e la credibilità dell’operato delle agenzie, come accade negli Stati Uniti per le 13 agenzie statistiche federali principali, in cui si divide il sistema. Una riflessione sulle regole sarebbe opportuna, alla luce delle recenti difficoltà della procedura di nomina dell’attuale Presidente, le cui cristalline e vastissime competenze, insieme alla grandissima autorevolezza riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale hanno consentito di superare una difficile fase di stallo durata un anno.

L’eventuale raggiungimento dell’obiettivo del governo della riduzione anticipata del deficit, con l’uscita dalla procedura d’infrazione, non avrebbe liberato risorse aggiuntive per la legge di Bilancio 2026. Anche la sostenibilità del debito non sarebbe migliorata, come dimostrato dalla reazione moderata dei mercati dopo la pubblicazione dei dati. L’obiettivo di anticipare i tempi del rientro dal deficit eccessivo rispetto alla tabella di marcia concordata per il 2027 si è rivelato sbagliato, un eccesso di sicurezza, pur in un quadro dei conti pubblici solido, con il Pil del 2025 rivisto al rialzo (+0,6%, con +0,1% rispetto alle stime provvisorie), trainato dagli investimenti (+3,9%) e dalle esportazioni (+1,7%). D’altra parte, stabilità e conti in ordine non significano sviluppo, consenso e pace sociale. L’economia reale soffre, le classi più fragili sono in grande difficoltà e le nuove povertà crescono. Come evidenziano i dati Istat (altri) le antiche cause strutturali che condannano l’Italia ad una crescita modesta, a salari bassi, disoccupazione e sottoccupazione giovanile sono persistenti, non certo responsabilità del governo Meloni.

In primo luogo, l’avanzo primario registrato del PIL nel 2025 (+0,8), in miglioramento rispetto al 2024 (+ 0,5) certifica il miglioramento dei conti al netto degli interessi, ma è appesantito dalla zavorra del passato, non dal governo attuale, che spende meno di quello che incassa. In secondo luogo, i dati settoriali del PIL evidenziano che l’economia è trainata dal settore delle costruzioni (+2,6), cresciuto artificialmente grazie agli incentivi del Super Bonus del governo Conte, a differenza dell’agricoltura (+0,8) e dell’industria (+0,4). Infine, il dato più importante sul piano strategico: la qualità dell’occupazione, con un continua contrazione della produttività oraria dello 0,4%. Anche se si registra il record del minimo della disoccupazione al 5,8%, la qualità del lavoro continua a peggiorare e la disoccupazione giovanile è tra i livelli più elevati in Europa, con impatti diretti sulla crescita, sugli stipendi e sulle prospettive per il futuro. Il problema principale rimane la produttività, in calo costante.

Lorenzo Bini Smaghi sul Foglio del 26 settembre ricorda che sono 30 anni che la regola del deficit al 3.0% è applicata allo stesso modo, ma questo non significa che sia infallibile o che risponda alle reali esigenze del paese (aggiungiamo noi), anche se “l’economia continua a crescere, nonostante le tensioni geopolitiche e i rincari dei prodotti energetici”. La rigidità nel concedere l’esclusione di determinati capitoli di spesa da considerare nel calcolo del deficit (da concordare in anticipo e non applicabile ex post) e la sospensione delle regole europee di bilancio, solo a precise condizioni, “per evitare manipolazioni”, sono strumenti rivelatasi negli anni assolutamente necessari per costruire e consolidare l’unione economica e monetaria. Oggi la situazione è diversa. L’Eurozona rimane un’area valutaria non ottimale, che la politica (secondo Robert Mundell) o l’unificazione endogena (secondo Jeffrey Frankel e Andrew Rose) non sono ancora riusciti a trasformare. D’altra parte, la credibilità di mantenere gli impegni presi da paesi come l’Italia è stata dimostrata con i fatti, nel tempo, grazie a sacrifici e impegni rispettati. E’ necessario un ripensamento delle regole per avvicinare le sofferenze diffuse delle categorie più fragili e della classe media alle macro statistiche che riportano, invece, crescita e disoccupazione ai minimi storici per l’Italia. Questo non significa cercare un capro espiatorio. Ancor meno se l’applicazione delle regole in vigore non è sempre certa e a volte è suscettibile di variazioni per aggiustamenti e comunicazioni delle rilevazioni non coincidenti. Piegare l’esercizio del governo democratico a questi automatismi è una forzatura non tollerabile. Il nuovo Patto di Stabilità, in vigore dal 2024, prevede deroghe nazionali in caso di eventi eccezionali come gravi shock non prevedibili, rinegoziazioni in caso di cambio di governo e l’attivazione della clausola di salvaguardia generale a livello europeo, simile a quella applicata durante il Covid-19. La prima finestra disponibile per la revisione delle nuove regole sarà nel 2029. Come sottolinea il Ministro Giorgetti, il sistema di rilevazione deve essere rafforzato e reso più tempestivo, per evitare inaccettabili cortocircuiti nel funzionamento dei meccanismi democratici di governo, di cui ne fanno le spese i cittadini.

A parte le regole, la via d’uscita strutturale per l’Italia è di accogliere la sfida della produttività, indicata nel Rapporto Draghi e veicolata dalle riforme del PNRR, con investimenti in istruzione, digitalizzazione e giustizia civile anche se daranno frutti dopo diversi anni. Per evitare i traumi sociali di esperienze di successo di recupero della produttività, come in Gran Bretagna, Irlanda, Corea del Sud e Germania dopo gli anni ‘70 del XX secolo, la transizione deve basarsi sul merito e sulle regole. Un punto di partenza specifico, ma significativo, da citare come esempio da cui partire, è la razionalizzazione delle oltre 7.000 aziende partecipate locali totalmente inefficienti e indebitate, con l’introduzione di una reale iniezione di libero mercato nei servizi pubblici, bilanciata da una legislazione antitrust (AGCM) rigorosa che separi le reti dalle gestioni ed eviti privatizzazioni pilotate o monopoli privati.

In conclusione, la comunicazione politica in questa vicenda è stata maldestra e la scelta di valorizzare i risultati economici positivi lanciando il cuore oltre l’ostacolo del deficit eccessivo è stata sbagliata. Tuttavia, nell’era della disinformazione, dei deep fake, dell’automazione di contenuti falsi, di Bot che simulano azioni umane, audio falsi sofisticati che riescono a truffare colossi bancari (si pensi al caso Fideuram-Intesa San Paolo di questi giorni), la promessa della data democracy (democrazia dei dati) come presidio di libertà e legalità per cittadini sempre più disorientati, disillusi e sgomenti, è stata tradita e si è rivelata una chimera. D’altra parte, sul piano europeo, solo trasformando lo Stato da imprenditore e assistente sociale inefficiente ad arbitro terzo e indipendente, il paese potrà convertire il vincolo esterno dell’UE in un volano di emancipazione, restituendo dignità alla propria democrazia e un futuro di crescita reale alle prossime generazioni. Da europeisti convinti, non cerchiamo un capro espiatorio nell’integrazione europea, fondamentale conquista che consente all’Europa di essere protagonista, o nell’Istat, fondamentale per la comunicazione pubblica di dati oggettivi per formare gli orientamenti dell’opinione pubblica.

I mal di pancia alimentati negli ultimi giorni dalle dichiarazioni di Giorgia e Arianna Meloni contro l’Istat sono una precisa presa di posizione, non una reazione scomposta per aver mancato il raggiungimento di un obiettivo, che merita attenzione. Contro lo svuotamento della politica che si riduce all’amministrazione della scarsità e alimenta il rancore democratico verso le istituzioni, aprire un dibattito serio sulle riforme necessarie per consolidare il sistema democratico, prendendo atto delle transizioni in atto, appare più coraggioso e proficuo di fuggire verso “guerre culturali” e temi identitari a costo zero. Un nuovo slancio per l’integrazione europea per una nuova Italia, più liberale, competitiva e forte.


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