Come può crescere l’Italia dopo la conclusione del Pnrr? Il rapporto “Le leve per la crescita. Coesione, competitività e modernizzazione istituzionale oltre la stagione del Pnrr”, curato da Roberto Garofoli su impulso dell’Anci ed edito da Il Mulino, cerca di rispondere a questa domanda coinvolgendo oltre cento esperti. Pubblichiamo un estratto dell’analisi, che ripercorre i progressi compiuti dal Paese e mette a fuoco le sfide poste dal calo demografico, dalla produttività stagnante e dalla frammentazione internazionale
Ottant’anni fa, alla nascita della Repubblica, l’Italia era un Paese lacerato e poverissimo: infrastrutture gravemente compromesse, analfabetismo diffuso, marcate arretratezze civili e sociali, con le donne per la prima volta ammesse al voto. Drammatico il tributo lasciato dalla guerra: centinaia di migliaia di militari e civili avevano perso la vita, moltissimi erano stati deportati. Da quella condizione di devastazione materiale, civile e istituzionale ha preso avvio un profondo processo di trasformazione. Capire dove oggi siamo è condizione necessaria perché si possa decidere consapevolmente in che direzione provare ad andare. Tante e decisive sono state le sfide affrontate in questo lungo percorso: lo sforzo della ricostruzione nel dopoguerra, l’avvio dell’integrazione europea con i Trattati di Roma del 1957, le crisi energetiche e finanziarie, il terrorismo e gli attacchi mafiosi sferrati al cuore delle istituzioni e ai suoi rappresentanti più valorosi, la profonda trasformazione del sistema politico, la tumultuosa evoluzione della società e dei diritti, la globalizzazione, fino alla pandemia, alle più recenti tensioni geopolitiche e alle grandi transizioni in atto. In ciascuna fase il Paese ha saputo trovare energie e capacità di adattamento.
I progressi compiuti sono indiscutibili. L’Italia è una delle principali economie avanzate, come attestato dai consolidati risultati dell’export; sono rilevanti i livelli di libertà e tutela dei diritti faticosamente conquistati; non vanno trascurati gli importanti traguardi raggiunti in materia di protezione sociale e assistenza sanitaria, benché le aspirazioni all’universalismo e all’uguaglianza nell’accesso alle cure trovino realizzazione solo parziale; sono sensibilmente cresciuti i tassi di prosperità, sebbene distribuiti in modo diseguale. Presenta da tempo, tuttavia, debolezze strutturali che ne condizionano il potenziale di crescita. Ad acuirne gli effetti sono il deterioramento del contesto internazionale e le grandi transizioni, prima tra tutte quella demografica.
Sul piano politico, la crisi del multilateralismo e delle sue istituzioni ha segnato negli ultimi anni livelli allarmanti. Sul versante economico sono sempre più visibili le tendenze alla frammentazione globale, particolarmente rischiose per Paesi che hanno per decenni beneficiato dell’apertura internazionale. I conflitti, i blocchi di vie di navigazione nevralgiche, l’inasprimento dei dazi hanno determinato un deterioramento delle condizioni su cui poggiava il modello di sviluppo dell’Europa e dell’Italia. Le dipendenze, in primo luogo negli approvvigionamenti di energia e materie prime, si sono trasformate in rischiose vulnerabilità. Non si deve rinunciare certo a impegnarsi in sede internazionale per un ordine mondiale più stabile, cooperativo e fondato su regole condivise, preservando, allo stesso tempo, sul versante economico, i benefici dell’apertura e dell’integrazione dei mercati. Un ritorno immediato all’assetto precedente appare, tuttavia, poco realistico.
A questi fattori geopolitici si affiancano i cambiamenti dovuti alle transizioni in atto, a partire dal crollo demografico. Quart’ultimo tra i Paesi Ue per tasso di fecondità (1,14 figli per donna nel 2025), l’Italia ha perso oltre 200mila nuovi nati annui in appena 15 anni. Marcato il processo di invecchiamento: 50 anni fa vi erano 9 bambini per ogni ultraottantenne, oggi gli ultraottantenni hanno superato i bambini di circa 265mila unità. La crescita, quindi, non sarà sostenuta dall’aumento della popolazione. È un mutamento destinato a incidere sulla capacità produttiva, sulla sostenibilità dei servizi pubblici, sugli equilibri territoriali. È necessario promuovere un’inversione di questa tendenza, con misure non solo economiche, ma anche sociali e culturali. Non poche sono state già introdotte, dall’assegno unico universale al potenziamento degli asili nido. Non possono darsi per scontati, tuttavia, né esiti né tempi. Ancor più che in passato, quindi, scenario internazionale e trend demografici rendono decisivo che si imbocchi un percorso stabile di crescita affidato a un deciso innalzamento di una produttività rimasta a lungo stagnante: dall’inizio del secolo, infatti, a fronte di tassi di crescita tra il 13 e il 34% registrati negli altri paesi europei, il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto in Italia del 6%.
Due precisazioni sono tuttavia necessarie. La prima: la crescita è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Perché i suoi benefici si traducano in una più equa distribuzione delle opportunità e in una riduzione delle disuguaglianze, sono indispensabili adeguate politiche salariali, redistributive e di protezione sociale. La seconda: la risposta nazionale resta indispensabile, ma non sempre sufficiente. Molte sfide esigono, infatti, una dimensione europea. I rapporti dei Presidenti Draghi e Letta lo hanno sostenuto e dimostrato in modo inequivocabile. Per certi aspetti una risposta frammentata in numerose e non coordinate politiche nazionali concorre a determinare e aggravare i ritardi europei. La stessa Unione europea registra, del resto, fragilità che ne ostacolano il peso nello scenario globale, oltre che il potenziale di sviluppo: dipendenze dall’estero in ambiti strategici, incompleta attuazione del mercato unico, ritardi in settori cruciali, a partire dall’intelligenza artificiale. In questa prospettiva, l’Italia deve essere protagonista del necessario cambio di passo nelle strategie e nelle politiche europee, a partire dall’indispensabile riforma della governance politica dell’Unione.
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