Oggi ogni giorno gli addetti stampa devono inventarsi una festa per reggere il ritmo di una comunicazione ansiogena che ha bisogno, per catturare l’attenzione, di sparate sempre più grosse. Ma, in fondo, è solo la forma, l’involucro, che cambia, la sostanza della comunicazione politica è sempre la stessa, dai tempi di Machiavelli. La rubrica di Pino Pisicchio
Ma quant’era moderna la politica di una volta? Quella che aveva inventato le “feste” di partito che, appena a ridosso di settembre, prima dell’apertura ufficiale delle Camere e della rugginosa ripresa delle solite paturnie, inaugurava la nuova annata (come nelle scuole…) con le strapaesane che alternavano piadine, cuoppi, sfincioni, birra e salsicce, secondo i più rinomati street food delle città ospitanti, a dibattiti sull’attualità politica nel mondo, nel teatrino nazionale e perché no, anche in quello locale. Era il tempo della sospensione temporanea delle ostilità nei confronti degli avversari (non nemici, però), e delle ospitate anche dei big alieni – tutti, esclusi quelli del Msi – che venivano ascoltati con tolleranza gentile.
La sera poi il bravo cantante della tivù: tanto più bravo quanto più costoso. I cantanti in genere non facevano obiezioni politiche, ma solo numismatiche. Memorabile Bennato di “Sono solo canzonette (1980)”: “Gli impresari di partito/Mi hanno fatto un altro invito/E hanno detto che finisce male/Se non vado pure io/Al raduno generale/Della grande festa nazionale”. Quelle feste avevano nomi epici ed anche un po’ingenui, tra il paleo- risorgimentale e il Libro Cuore, come “Unità” ed “Amicizia”, ma riuscivano perfino a raccogliere fondi per sostenere la stampa di partito.
La tradizione continua, pare, anche oggi, seppure con denominazioni meno gloriose, incastrate tra l’esotico e l’esoterico: dopo la festa di mezza stagione di Meloni che evoca l’onirismo adolescenziale di Atreju, la scorsa settimana s’è chiusa con una sventagliata di festività di bandiera. Col rischio di saltarne qualcuna provo a ricordare: Fenix, festa dei giovani di Fratelli d’Italia, che ha fatto da palcoscenico alle ultime esternazioni della Presidente sulla presenza degli alunni di origine extracomunitaria nelle scuole italiane, una uscita non particolarmente felice che sembrava intercettare l’esprit liofilizzato del vannaccismo galoppante. Problema nazionale? Dai numeri sembrerebbe che su 300.000 classi in Italia solo un migliaio sarebbero toccate dal fenomeno… Mah!
Altra festa quella del Movimento Cinque Stelle, Nova. Anche qui un palco elettorale che fa dire al leader alleato con il centro-sinistra che gli amici dell’Ucraina si possono mettere l’anima in pace perché la sua forza politica non accetterà mai di sostenere la resistenza di Zelensky al fuoco di Putin. Problemuccio non male per Elly Schlein, che peraltro arrivava fresca da un incontro con la segretaria dei giovani del Pd nella festa di partito di Reggio Emilia. La giovane piddina aveva librato nell’aria con leggera non-chalance l’ormai famoso “non saremo i soldati delle vostre guerre. Noi organizzeremo i disertori”… Se qualcuno nel Pd pensa ancora alle primarie farebbe bene a riflettere seriamente anche su questo, oltre che pregare che dal Cielo arrivi qualcosa che faccia finire la guerra.
In ultimo Pontida, un po’ scalcinato, con un riparo commemorativo che viene dalla dedica a Bossi e molti problemi in casa. In questo caso la Festa ha avuto soprattutto una proiezione interna, per spegnere i rumors contro il Salvini che si portò in casa l’ex generale, lo fece suo vice e poi da lui si fece dissanguare. Solo che il salasso ha colpito anche il partito. La mossa di anticipare il congresso sull’orlo della campagna elettorale, ha senso. Probabilmente funzionerà.
Questa, nel lunedì dopo le feste, la cronaca. Certo, la comunicazione politica è un po’ cambiata dal tempo delle feste di partito anni ‘70-‘80 che restavano i memorabili start della nuova stagione. Oggi ogni giorno gli addetti stampa devono inventarsi una festa per reggere il ritmo di una comunicazione ansiogena che ha bisogno, per catturare l’attenzione, di sparate sempre più grosse. Ma, in fondo, è solo la forma, l’involucro, che cambia, la sostanza della comunicazione politica è sempre la stessa, dai tempi di Machiavelli. Lui intuì la necessità di analizzare la politica in autonomia dalla morale, concependo così una scienza modernamente intesa come studio delle conseguenze derivanti dalle azioni studiate per la conservazione del potere. Indipendentemente da considerazioni etiche o da soggetti che quel potere detengano. Non a caso inventò la scienza politica. A proposito: nel 2027 si celebreranno i cinquecento anni dalla sua morte. Visto che siamo diventati così bravi a separare comportamenti politici dell’etica, potremmo anche fare una rilettura del Machiavelli per comprenderne un po’ meglio l’ispirazione.
















