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Phisikk du role – Il voto in Calabria? Lo diceva Arbore: meno siamo, meglio stiamo

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Siamo di fronte ad un risultato parziale votato da uno spicchio che è poco più di un quinto del corpo elettorale del collegio interessato: sarebbe una sciocchezza attribuirne un significato più largo. La rubrica di Pino Pisicchio

Io francamente non so che cosa si aspettassero gli ipereccitati “osservatori politici” che avevano puntato i radar verso l’estremo sud calabrese per trarre auspici di tipo generale dal parzialissimo round delle suppletive camerali di ieri e oggi a Reggio. Dove, ovviamente, ha vinto chi doveva vincere, il Centro-Destra ad egemonia forzitaliota, anzi occhiutiana, col 53% (pare, all’altezza delle ore 18), seguito dal candidato del Campo larghissimo al 36 o giù di lì e poi dal vannacciano atteso al varco per chissà quale eclatanza di risultato e attestato invece sotto il 10%.

Il resto mancia. Un giro elettorale politicamente irrilevante: il neo deputato Roscioli, infatti, avrà il privilegio di fregiarsi del titolo in carica (poi magari lo chiameranno onorevole vita natural durante) per qualche mesetto, fino a che questa diciannovesima legislatura non spirerà: a rigore fine ottobre ’27 ma tutti sanno che al massimo arriverà a maggio. Sarà, con ogni probabilità, l’ultimo sospiro del Rosatellum, col suo collegio uninominale: con l’avvento del proporzionale leggermente spruzzato di preferenze voluto dal governo, non ci saranno più suppletive: se viene meno un parlamentare si pesca nella classifica il primo dei non eletti.

Francamente, non saranno competizioni rimpiante perché, e questo è il vero fatto rilevante della tornata elettorale, il voto suppletivo, così come il ballottaggio, fa a pugni con la partecipazione. Provare per credere: al voto sono andati solo il 22,34% degli aventi diritto, a fronte del 49% delle ultime politiche, che già rappresentavano una mortificazione.

Eppure non è che non si fossero accesi i riflettori per questo turno così “attenzionato” perché era la prima prova sul campo in una competizione di livello nazionale dell’ex generale in guerra elettorale. Tutti lo sapevano ma a votare non è andato nessuno, come sempre accade con le suppletive e i ballottaggi.

Che valutazioni politiche di senso generale si possono trarre da una competizione così, quando la partecipazione è limitata sostanzialmente soltanto ai militanti e alla suadenza organizzativa degli apparati? Praticamente nessuna. A rigore Vannacci potrà dichiararsi soddisfatto di aver sfiorato il 10%, al di sopra del 7/8 che gli viene riconosciuto dai sondaggi, il Centro-destra potrà riempire i petti dei leader per avere a portata di mano un risultato che si riproponesse sul nazionale surclasserebbe la soglia per il premio di maggioranza, lasciando il “Campo” a piangere per l’insufficiente larghezza. Ma è così veramente? Certo che no. Siamo di fronte ad un risultato parziale votato da uno spicchio che è poco più di un quinto del corpo elettorale del collegio interessato: sarebbe una sciocchezza attribuirne un significato più largo.

L’unico dato che balza agli occhi è ancora quello della disaffezione alle urne. L’essere umano è in genere un “risparmiatore cognitivo”: impegna la sua attenzione solo quando esistono questioni che hanno una rilevanza speciale per la propria quotidianità e per quella di chi gli è prossimo, riservando poi una certa sensibilità alle questioni di carattere economico. Si dirà: ma la politica è la nostra quotidianità. Incide sulla nostra salute e quella dei nostri cari, sul nostro portafoglio, sulla qualità della nostra vita. Forse, ma questo la gente non lo percepisce più: la sensazione è che i parlamenti contino sempre meno, che le decisioni vengano prese in altri luoghi e che la classe politica si distingua solo per inadeguatezza.

Questo racconta il disincanto elettorale che dichiara il suo rifiuto di partecipare a riti che non vengono più riconosciuti nella loro importanza. Dunque si può saltare il turno elettorale se si reputa che quell’elezione non porterà a niente. E’ la china drammatica di un nichilismo che strangola la partecipazione e con essa la democrazia.

Dovremmo farcene carico tutti e invece ci inventiamo capriole con giravolte carpiate di formule elettorali che hanno come obiettivo non quello del ritorno alle urne della gente, ma quello del più vantaggioso utilizzo dei pochi che vanno a votare. Perché, come diceva Renzo Arbore “Meno siamo, meglio stiamo”.


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