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Pizzi guardava la vita di sbieco, parlava di Dio e amava Francesco. Il ricordo di padre Spadaro

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Con me parlava anche di Dio. Non credeva. Eppure, ci tornava sempre. Mi chiedeva di Lui come si chiede di qualcuno di cui tutti parlano alle feste senza averlo mai visto entrare. Mi piace pensare che da qualche parte si apra un portone e che, per una volta, sia qualcun altro ad aspettare lui per uno scatto dei suoi. Il ricordo di padre Antonio Spadaro

Addio, Umberto!
Ho saputo che se n’è andato Umberto Pizzi e ho pensato subito alle nostre chiacchierate, quelle che nascevano prima o dopo un suo scatto: lui abbassava la macchina, io restavo lì, e in quei pochi minuti riuscivamo a parlare di tutto. Ho tante sue foto, e adesso le guardo sapendo cosa c’era un attimo prima e cosa è venuto un attimo dopo. Lui che aveva passato la vita davanti ai portoni dei palazzi romani, la macchina al collo e lo scooter parcheggiato storto, ad aspettare che uscissero il ministro, la contessa, il cardinale con la fascia di traverso.

Lui che conosceva Roma di notte meglio di chiunque: i buffet saccheggiati, le risate troppo alte, il trucco che cola verso l’alba. Da giovane aveva fotografato la guerra in Medio Oriente per la Fao, e forse gli veniva da lì il non stupirsi più di niente.

Con me parlava anche di Dio. Non credeva. Eppure, ci tornava sempre. Mi chiedeva di Lui come si chiede di qualcuno di cui tutti parlano alle feste senza averlo mai visto entrare.

E parlavamo di Papa Francesco, che invece amava senza riserve. Gli piaceva quel papa che rideva, che telefonava alla gente, che si portava da solo la borsa. Credo che in lui vedesse uno capace di capire le sue fotografie meglio di tanti che ci finivano dentro.

Soprattutto parlavamo del grottesco. Umberto guardava la vita di sbieco: il rossetto sui denti, la cravatta allentata, la mano che afferra l’ultima tartina. Il suo Cafonal era un Qoèlet con il flash, vanità delle vanità, e la vanità che ride di sé stessa fino alle tre del mattino. Nei suoi scatti io trovavo una pietà beffarda, quasi tenera, per chi si mette in posa.

Io resto sulla soglia con le mie domande e senza le sue risposte sbagliate, che erano spesso le più vere. Mi piace pensare che da qualche parte si apra un portone e che, per una volta, sia qualcun altro ad aspettare lui per uno scatto dei suoi.

Addio, Umberto!


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