Mino Martinazzoli, indimenticabile leader della sinistra Dc, diceva che “nella prima repubblica c’erano i leader; nella seconda invece ci sono i capi”. Un monito che continua a conservare una straordinaria modernità e attualità. Il commento di Giorgio Merlo
C’è una vecchia battuta di Mino Martinazzoli, indimenticabile leader della sinistra Dc, che diceva sostanzialmente così: “Nella prima repubblica c’erano i leader; nella seconda invece ci sono i capi”.
Come sempre faceva il politico bresciano, si trattava di battute secche ma che coglievano nel segno perché sintetizzavano con rara efficacia le costanti che caratterizzavano la politica italiana. E, del resto, proprio nella differenza tra i “leader”e i “capi” si coglie la profonda e quasi strutturale diversità tra la democrazia della prima repubblica e quella che, innegabilmente, ha avuto il sopravvento nella cosiddetta seconda repubblica. E questo per due ragioni di fondo.
Innanzitutto il leader politico non è il capo partito; non riduce la sua comunità politica ad un organo che si limita a ratificare le scelte e le decisioni assunte dal capo; non comprime il confronto politico e culturale interno riducendola ad una semplice “democrazia dell’applauso”, per dirla con Norberto Bobbio; e infine, ma non per ordine di importanza, il leader “convince” sempre e non “impone” mai.
Insomma, nella profonda differenza che esiste tra il “leader” e il “capo” si coglie anche e soprattutto la qualità della nostra democrazia. Una qualità che non si può ridurre a ripetere burocraticamente i valori e i principi della nostra Costituzione ma invece, e al contrario, si impegna concretamente a praticarli nella vita politica di tutti i giorni.
In secondo luogo, ed è questo forse l’aspetto più importante e più significativo, chi crede nel ruolo politico dei “leader” e non nella missione salvifica dei “capi” è in grado di saper coniugare concretamente e quotidianamente la “democrazia dei partiti” e la “democrazia nei partiti”. Perché questa era, e resta, la vera sfida politica e democratica nel nostro Paese. Ovvero, senza la presenza attiva, decisiva e determinante dei partiti semplicemente non esiste alcuna democrazia. Partiti veri, però. E non solo partiti personali, partiti del capo o partiti di proprietà del singolo.
Ma senza la democrazia nei partiti semplicemente scompare la democrazia. Perché quando il tutto si riduce all’esaltazione del capo, all’applauso del suo “verbo”, alla sostanziale impossibilità di poter ribaltare o contestare ciò che dice il capo è la stessa democrazia che progressivamente si spegne. E, del resto, la conferma arriva dal varo dei diversi sistemi elettorali. Perché al di là dell’ipocrisia e della propaganda di quasi tutti partiti, tutti sanno – ma proprio tutti – che il sistema delle liste bloccate è la miglior soluzione per i partiti personali ed anche, e di conseguenza, per organizzare e comporre le liste.
Dove, com’è altrettanto noto, è il criterio della “fedeltà” a farla da padrone e non la selezione democratica dal basso della classe dirigente. Comunque sia, l’antico monito di Mino Martinazzoli continua a conservare una straordinaria modernità ed attualità. Anche perché se dovessero prevalere solo i capi, come purtroppo avviene nella stagione politica contemporanea, a farne direttamente le spese sono anche, e soprattutto, la credibilità, l’autorevolezza e la qualità delle classi dirigenti. A tutti i livelli istituzionali e non solo all’interno dei partiti.
















