Il Centro ritrova la sua antica vocazione ad una sola condizione. E cioè, che ritorni protagonista nella cittadella politica italiana, anche a prescindere dalla sua consistenza elettorale. Ma questo obiettivo lo si può realisticamente percorrere solo se si riesce a rimettere in campo quella competenza e quella progettualità politica che, appunto, da sempre lo ha caratterizzato in tutti i tornanti più decisivi della nostra storia democratica
C’è un aspetto, giustamente sottolineato nei giorni scorsi da Bruno Tabacci, che oggi può e deve qualificare il Centro nella politica italiana. E cioè, il Centro si deve caratterizzare anche e soprattutto sul terreno della competenza. Competenza politica, innanzitutto, e non solo quella accademica o specialistica. Ma è indubbio che la competenza politica significa, soprattutto dopo la decadente, nefasta e devastante stagione populista e qualunquista, declinare una vera e credibile cultura di governo. Ed è proprio su questo versante che avere persone e risorse che sono in grado di possedere la competenza di governo significa anche introdurre un valore aggiunto per la qualità della politica contemporanea.
Certo, l’ideologia “dell’uno vale uno” da un lato e la mancanza di formazione e di preparazione politica della classe dirigente dall’altro erano e restano all’origine della crisi profonda della politica italiana. Una competenza e una preparazione politica, culturale e di governo che avevano invece caratterizzato le migliori classi dirigenti della prima repubblica. A cominciare proprio dal partito popolare, di massa interclassista e di centro per eccellenza, cioè la Democrazia cristiana. Una costante che è proseguita anche nella prima fase della seconda repubblica per poi arenarsi progressivamente se non scomparire del tutto perché sacrificata sull’altare delle nuove derive che si affacciavano all’orizzonte. Su tutte, appunto, la deriva populista, qualunquista e demagogica. Ora, però, sempreché si voglia ridare qualità alla democrazia e soprattutto una rinnovata credibilità alla politica, alle istituzioni democratiche e alla stessa efficacia dell’azione di governo, è sempre più indispensabile e necessario recuperare quella competenza che in politica è sinonimo di preparazione e di progettualità. Ingredienti che, purtroppo, in questi ultimi anni sono pressoché tramontati anche perché il profilo dei nuovi partiti – o meglio dei partiti personali e dei cartelli elettorali che hanno fatto irruzione nella vita pubblica del nostro Paese – ha assunto altri contorni e altre fisionomie. Dove, cioè, la fideistica fedeltà al capo partito ha, di fatto, sostituito qualsiasi altro criterio nella selezione concreta della classe dirigente.
Ecco perché oggi il Centro ha quasi il dovere morale, prima ancora che politico, di restituire credibilità al progetto politico attraverso il recupero di quella competenza che storicamente ha contraddistinto quella esperienza politica nel nostro Paese. Perché il Centro, com’è evidente, non può più limitarsi a giocare un ruolo puramente testimoniale, vagamente ideologico o ridursi, peggio ancora, a fare da semplice e sterile soprammobile come avviene all’interno del Pd di Schlein. No, il Centro ritrova la sua antica vocazione ad una sola condizione. E cioè, che ritorni protagonista nella cittadella politica italiana, anche a prescindere dalla sua consistenza elettorale. Ma questo obiettivo lo si può realisticamente percorrere solo se si riesce a rimettere in campo quella competenza e quella progettualità politica che, appunto, da sempre lo ha caratterizzato in tutti i tornanti più decisivi della nostra storia democratica.
Un obiettivo, anzi l’unico ed esclusivo obiettivo, che oggi può qualificare il ritorno del Centro nello scenario politico italiano ancora dominato, purtroppo, dagli “opposti estremismi” o, per dirla con un linguaggio più contemporaneo, dagli “opposti populismi”.
















