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Dal disagio al ribellismo, cosa agita le democrazie europee secondo il prof. Corbino

Di Alessandro Corbino
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La fiammata di proteste che attraversa l’Europa non nasce da una sola causa, ma dall’intreccio di disagio sociale, frustrazioni economiche e fragilità politiche. Il nodo, però, è più profondo: la crisi di una cultura della partecipazione e della moderazione che ha lasciato spazio alla contrapposizione tra minoranze rumorose e maggioranze disorientate. Per salvare le democrazie liberali non bastano scorciatoie autoritarie né facili ricette: occorre ripensarne le forme e ricostruire il senso del limite, della coesione e del bene comune. L’analisi del professore Alessandro Corbino

La fiammata di ribellismo che sta mettendo a soqquadro mezza Europa ha ragioni certamente diverse, complesse e in parte anche radicate. Non sono riducibili a un’unica causa. Ma sarebbe pericoloso sottovalutare il sostegno implicito che ciascuna riceve dalle altre o immaginare che si possa uscire in breve dalla crisi.

Si sommano disagio non affrontato, rancore per la discriminazione sociale che immigrati (di seconda e terza generazione) ritengono di subire, solidarietà istintiva (sostenuta da ragioni anche religiose) verso cause (la palestinese) sentite come prossime e considerate trascurate dai governi occidentali, ragioni specifiche contingenti ma pressanti, ora generiche e diffuse (come carovita e difficoltà economiche esasperate dalla crisi energetica), ora legate a condizioni più particolari (situazioni scolastiche vissute come penalizzanti) o dimenticate (questione-casa).

Alle quali tutte si aggiunge una ragione di bassa cucina politica. Il favore verso tutte le proteste – ancorché condannandone le violenze cui danno immancabilmente occasione – di coloro che intravedono la possibilità (molto concreta) che le nostre principali democrazie si ritrovino sotto governi “contro-corrente” (negli orientamenti di fondo) rispetto a quelli degli ultimi decenni. In Francia e Spagna si annunciano svolte elettorali non proprio banali. Altrove (come in Italia) si sono già avviate e se ne teme perciò il consolidamento.

In altri Paesi (Germania) non possono dirsi sicure, ma certamente non possono escludersi. In altri ancora (di minor peso politico generale) è accaduto (o sta accadendo) lo stesso.

Il tutto in un mondo sconvolto nei suoi tradizionali equilibri geo-politici, agitato da guerre tradizionali e ibride (delle quali anche queste proteste sono, in parte, un momento) e sollecitato da ambizioni (interne ed esterne all’Occidente) delle quali è difficile arginare gli straripamenti consentiti da tecnologie sempre più nel controllo di pochi.

Non credo che alcuno possa seriamente avere facili ricette salvifiche. Ma è certo anche che non potrà esserne ricercata alcuna (con l’approfondita riflessione che la situazione esige e con i conseguenti necessari tempi) senza muovere da due cose: il ripristino dell’importanza delle “forme” (che sole possono esserne il canale) e una ritrovata coscienza che le nostre società vanno giudicate “anche” per il (molto) di benessere e di progresso che hanno assicurato (e continuano ad assicurare).

Meriterebbero una difesa ferma e determinata. Non solo da chi le governa, ma anche da chi vi aspira. Sono il nostro vero “bene comune”.

Le nostre “democrazie” sono caratterizzate in tanto (sottolineo, in tanto) da squilibri e da malessere. Ma è grazie ad esse che il nostro mondo contemporaneo è incomparabilmente migliore di quello di ogni tempo precedente. Per i diritti di cui godiamo, per il contrasto che garantisce alle malattie e alla povertà (sì, alla povertà: quella che per noi è “assoluta”, altrove è ancora spesso un traguardo lontano). Prima di lasciarle “liquidare” dalle delusioni maturate (vere e non immaginarie) dovremmo provare a domandarci da dove viene il disagio che oggi dilaga. Scopriremo che viene da errori (com’è umano e come sempre è accaduto).

Ai quali non si rimedia negandoli o condannandoli. Ma sforzandosi di comprenderne le cause e di riorientare la realtà. E soprattutto accettandone costi e tempi.

Il dato di fondo su cui riflettere è “culturale”.

Da decenni, si è abbassata dovunque la soglia della tolleranza e della disponibilità ad accettare le “difficoltà” che ogni presente in rapida trasformazione comporta. Soprattutto quando, come nelle democrazie, esso sconvolge equilibri che interessano le contrastanti aspirazioni di milioni e milioni di attori, esposti a epocali, rapidi e universali cambiamenti.

Ne è nato un problema “politico” che, nell’Europa continentale, è stato reso più acuto da una pratica “democratica” che non vive (come nel mondo anglo-sassone, che non è comunque al riparo dalla questione) di assetti fatti di antica abitudine alle alternanze. Le nostre culture sono più frammentate e gli assetti delle nostre democrazie (anche nella semipresidenziale Francia, dove la cosa ha funzionato abbastanza però solo con De Gaulle, segno che il carisma non si inventa) sono stati disegnati in funzione di una complessità del “decidere” che ha sempre imposto stagioni politiche durevoli, concluse, non raramente, da svolte vissute come liberatorie (vedi quel che è accaduto da noi con Tangentopoli). Un costume dal quale siamo tuttora segnati.

Le elezioni sono divenute contendibili, ma continuano ad essere (rispettivamente) temute e vissute come foriere di “terremoti” da scongiurare/favorire. Il problema non sono, evidentemente, “solo” le forme. Benché esse vi concorrano certamente.

Forme “disegnate” per un tempo di decisioni conseguibili “lentamente” non possono funzionare allo stesso modo in un uno che ne reclama di “tempestive”. Ma è solo una semplificazione frettolosa (e infatti inefficace) delegarle per questo a un “leader”. Andrebbero piuttosto attentamente ripensate.

A dispetto di una vulgata di comodo, le nostre democrazie sono state fattualmente “liberali”. Aperte a una continua sperimentazione di “possibilità”, come suggerite dai contesti (mai immobili). Per un lungo tempo, nel quadro di assetti “politici” molto stabilizzati (come è stato nell’Italia della cd Prima Repubblica). Da alcuni decenni (per via del maggioritario e del cambiato quadro internazionale), di altri meno consolidati (e tuttavia non meno esposti).

Né i primi, né i secondi hanno mai impedito (se anche faticosamente) di correggere le devianze (e le concentrazioni di interesse) che “ogni” consolidamento di potere porta con sé. Le nostre democrazie non sono state immobili. Solo un cieco può non vedere (per restare a noi) cosa era la società italiana (in termini di pluralismo culturale, uguaglianza dei diritti, protezionale sociale) cinquant’anni addietro e cosa è oggi.

Perché allora tanto ribellismo?

Pesa – a mio sommesso modo di vedere – una visione della socialità che ha cessato (da decenni appunto) di essere vissuta come partecipe e “collaborativa”.

La condizione che subiamo è conseguenza di molte accelerazioni. Alcune ineludibili e incontrollabili (le straordinarie possibilità aperte dalle tecnologie). Altre dovute invece alla perduta coscienza che la storia sociale non cammina al ritmo di quella materiale. Ha bisogno di una “coesione” che si rinnovi continuamente. Si costruisce nell’esperienza. Nasce dal radicarsi di convinzioni “maturate” in questa e non “progettate” per guidarla.

Quando rimpiangiamo gli “statisti” degli anni Cinquanta e Sessanta, dovremmo ricordarci che essi poterono esserlo (come certamente furono) non solo per le loro qualità personali, ma anche per il contesto sociale che consentì loro di esserlo.

Tutti consideravano allora la “moderazione” politica, più che una virtù, una necessità. La condizione di ogni sviluppo “sostenibile”. Faceva comprendere (e accettare) che i nostri figli (non noi) avrebbero potuto avere di più. Avere abbandonato questo costume ha generato ciò che è sotto i nostri occhi. Ne è venuta presto una formazione (e una conseguente cultura) che da “umanistica” (critica, e perciò moderante) si è fatta “scientifica” (pretensiva).

La libertà è una condizione difficile. Resiste finché coniugata con il “limite”.

Superato (con la ricostruzione) il trauma della guerra, è stato tutto un fiorire di movimenti sempre più determinati ad ottenere che i loro obbiettivi divenissero “la” priorità. Il progresso ne è stata la “bandiera”, ma l’arroganza (troppo spesso) la loro ordinaria “voce”.

Le nostre società si sono spaccate. Da un lato, le tante “minoranze” attive. Dall’altro, una larga maggioranza di tiepidi o indifferenti. Le prime tumultuanti. La seconda in parte asserragliata nelle cittadelle della conservazione (talora anche al limite dell’ottusità), in parte (la prevalente) ritratta in un privato sempre più estremo (vedi l’esponenziale rapida crescita dell’astensionismo politico).

Da regime della “composizione” mediante, la democrazia ha cominciato ad essere percepita come quello della “prevalenza” prevaricatrice. Gradito alle minoranze rumorose, sospettato dalle maggioranze silenti, stordite dal clamore delle prime.

L’effetto? Lo spazio che sta conquistando chi invita non a contenere (come “non può non” essere) la “libertà”, ma a contenerla nel massimo (come “non deve” essere). Così demolendo la cultura “liberale”. E spingendo, allo stesso tempo, le maggioranze disorientate a farsi strumento delle torsioni autoritarie che affiorano nelle nostre democrazie.

È a queste derive che si dovrebbe reagire uniti.


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