Gli imprenditori chiedono più crescita, gli economisti una strategia, le ricerche un sogno. Tutte le richieste partono dalla stessa premessa: serve un’idea di futuro. Non possiamo continuare a cercarla guardando indietro. Il concorso Vittoriale Lab nella riflessione di Giovanni Iozzia
“Crescere è una necessità per il nostro Paese” ha ribadito il presidente Alvise Biffi in apertura del suo intervento all’assemblea annuale di Assolombarda. Nello stesso giorno Banca d’Italia ha alzato la stima per il 2026 all’1%, è vero. Ma per poi vedere la crescita rallentare allo 0,6% nel 2027 e allo 0,8% nel 2028. Qualche giorno prima l’economista Lucrezia Reichlin ha ricordato sul Corriere della Sera il peccato dell’Italia: restare piccoli. È stato fatto un buon lavoro sul debito ma dagli anni Novanta siamo fermi. “Non possiamo abituarci”, dice Biffi.
Se un medico ci dicesse che nostro figlio ha problemi di crescita, certamente ci preoccuperemmo per il suo futuro, per cosa lo aspetta e per quello che rischia di diventare. Lo stiamo facendo per il nostro Paese? E soprattutto, abbiamo individuato gli anticorpi necessari per curare il rachitismo che affligge il nostro sistema economico? Il principale si chiama “giovani”. Se la Reichlin individua nella emigrazione giovanile uno dei segnali della malattia, Biffi lo ha detto chiaramente: “Senza giovani non c’è industria”.
Per crescere, però, serve un’idea di futuro. Una strategia per la crescita non è solo un elenco di misure. Presuppone di sapere dove si vuole andare, di avere un’immagine del Paese che si vuole diventare. Ed è proprio questa immagine che sembra mancare. Il Censis, nel suo ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, ha misurato questa mancanza di prospettiva. Il 63% degli italiani è convinto che “si sia spento ogni sogno collettivo”. Il 55% pensa che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita. È il ritratto di un Paese che guarda soprattutto indietro, a ciò che ha perso, e fatica a immaginare che cosa potrebbe guadagnare.
I giovani scesi in piazza nelle scorse settimane in Francia, Spagna, Belgio vogliono scuole migliori. Chiedono case economicamente accessibili. Non stanno facendo la rivoluzione, pretendono solo un futuro migliore. Sono i protagonisti del tempo che verrà ma nessuno li interpella, nessuno sembra voler approfittare della loro energia, della loro naturale voglia di immaginare e di fare per ritagliarsi lo spazio che meritano nella storia. Li stiamo prendendo sul serio? Il presidente del Cnel Renato Brunetta, ha sintetizzato così i risultati del rapporto Giovani expat. Come farli tornare: “Il talento italiano non manca mai all’appello. Tocca all’Italia meritarselo”. E meritarselo, il talento, significa pagarlo meglio, certo. Ma anche dargli spazio, permettere ai giovani di contribuire a scrivere quel futuro che sono destinati ad abitare.
Per questo è interessante l’invito che arriva da un luogo che per definizione custodisce il passato. Il Vittoriale degli Italiani, la casa-museo di Gabriele d’Annunzio a Gardone Riviera, una delle più visitate d’Italia, ha lanciato Vittoriale Lab – L’officina del possibile, un concorso nazionale di idee per chi ha meno di 25 anni. Non ci sono premi in denaro. Ai partecipanti si chiede di presentare entro il 30 ottobre un’idea su una delle tre sfide proposte: la sostenibilità, il nuovo senso di comunità nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’identità tra spazio fisico e virtuale. Dieci ragazzi e ragazze saranno selezionati e a fine gennaio si ritroveranno al Vittoriale in un weekend di “co-creazione” affiancati da un team di abilitatori: un esperto di Intelligenza Artificiale per usare con consapevolezza la potenza degli algoritmi, un giovane poeta per aiutarli a esprimere la loro creatività, un autore e regista teatrale per preparare la performance che porterà sul palco il Manifesto del Futuro che avranno scritto insieme.
Il luogo non è casuale. D’Annunzio fu tante cose, alcune discutibili, ma certamente un uomo che trasformava i luoghi in laboratori di idee e di linguaggi. Il presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, Giordano Bruno Guerri, parla dell’iniziativa come una ricerca del genio italiano tra i talenti ancora inespressi. Un manifesto scritto da dieci ventenni non alzerà il Pil di un decimale. Ma indica un metodo che manca al dibattito pubblico sulla crescita italiana: chiedere a chi ha meno di 25 anni non perché se ne va, ma che Paese vorrebbe costruire. “Questi sono i fatti, la storia deve ancora cominciare”, dice Digger nel’omonimo e cupo film di Innaritu. Quale storia vogliamo raccontare? E con quali protagonisti?
La risposta pubblica, finora, si è concentrata sugli incentivi: sgravi fiscali per chi rientra, bonus, agevolazioni. Strumenti utili, ma che partono da un presupposto discutibile, cioè che basti rendere più conveniente restare. Manca qualcosa che nessun incentivo può comprare: la sensazione di poter partecipare a costruire il Paese in cui si vive. Gli imprenditori chiedono più crescita, gli economisti una strategia, le ricerche un sogno. Tutte le richieste partono dalla stessa premessa: serve un’idea di futuro. Non possiamo continuare a cercarla guardando indietro. Se davvero si è spento ogni sogno collettivo, qualcuno dovrà pur ricominciare a scriverne uno. Meritarsi il talento significa anche questo: dargli la penna.







