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Vi racconto la responsabilità sociale dello scienziato. Scrive Elena Cattaneo

Di Elena Cattaneo
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Dire come stanno le cose, anche quando i fatti risultano scomodi o impopolari. Per la senatrice a vita Elena Cattaneo è questo l’impegno che lega lo scienziato alla società e che impone rigore dentro i laboratori, trasparenza nel rapporto con la politica e nessuna indulgenza verso manipolazioni e frodi scientifiche

Sarebbe un errore credere che il lavoro dello scienziato si esaurisca tra le pareti di un laboratorio. Al contrario, il ruolo dello studioso si realizza pienamente nella società, nel momento in cui ciò che scopre del mondo che ci circonda acquista una dimensione collettiva e la conoscenza che ha contribuito a conquistare diventa di tutti. Si tratta di un ruolo sociale che comporta anche la responsabilità di offrire dati ed evidenze alla politica, come base per le decisioni che riguardano la comunità, e di difendere i fatti accertati dalla scienza quando questi vengono minacciati, volutamente distorti o rinnegati per interesse personale, consenso o per assecondare le paure istintive dei cittadini. Il biologo francese Jacques Monod, premio Nobel per la medicina, ha descritto questa enorme responsabilità sociale dello scienziato nel volume Per un’etica della conoscenza, che già nel titolo porta con sé un monito e una raccomandazione. Monod scrive che, quando nei nostri laboratori facciamo ricerca e scopriamo le cose che nessuno conosce, lo facciamo sulla base di un impegno tacito, ma non negoziabile, a essere sinceri, a dire come stanno le cose, a riportare i fatti, a mettere in atto ogni comportamento affinché si aprano spazi di libertà che permettano a ogni idea razionale di essere messa a confronto con le altre e a essere valutata.

Queste parole, che sono la mia bussola quotidiana, riguardano ogni scienziato e ogni persona che, a vario titolo, ha a che fare con la scienza e spiegano, in maniera inequivocabile, che il suo metodo non deve essere condizionato da interferenze o interessi di alcun genere. Altrimenti non è di scienza che stiamo parlando. L’etica dello scienziato consiste, quindi, nel diritto-dovere di non mentire mai: su tutti i temi, anche e soprattutto su quelli che nel senso comune sono percepiti come “controversi”, l’etica scientifica che deriva dalla rigorosa applicazione del metodo richiede che si lascino parlare dati e fatti accertati, rifuggendo dalla propaganda e da ogni tentazione di manipolare le prove, per attenersi esclusivamente a ciò che è “vero in modo accertabile”. In questo senso, per lo scienziato l’etica può e deve essere declinata in ogni aspetto della sua peculiare attività. Possiamo distinguere perciò un’etica “esterna” alla professione e una “interna”.

Per etica esterna si intende la responsabilità dello scienziato verso i decisori pubblici e i cittadini, nel cui nome e interesse è condotta l’attività di ricerca. Per etica interna, invece, mi riferisco in particolare alla necessità di condurre ogni studio nel rispetto del metodo scientifico, fino ad arrivare a un risultato certo e ripetibile, oltre che ad aspetti del lavoro del ricercatore che pongono implicazioni etiche, come la sperimentazione animale o quella sulle staminali embrionali. In questi casi, sono sempre le evidenze a indicare la strada. Con riferimento all’etica interna alla professione, non si può non considerare il tema dell’integrità nella ricerca, la science integrity laddove con questa locuzione si intende. Cito la definizione elaborata dal Cnr: “L’insieme dei principi e dei valori etici, dei doveri deontologici e degli standard professionali sui quali si fonda una condotta responsabile e corretta da parte di chi svolge, finanzia o valuta la ricerca scientifica nonché da parte delle istituzioni che la promuovono e la realizzano”.

Con particolare riguardo all’etica della ricerca biomedica, un discorso a parte meritano le frodi scientifiche. La tendenza a truccare i dati viene spesso legata alla pressione che il ricercatore subisce nel veder condizionato il proprio avanzamento professionale alla quantità delle pubblicazioni che riesce a produrre, fenomeno comunemente descritto come publish or perish. Quando la frode risponde alla volontà di falsificare un dato sperimentale, nessuna giustificazione può essere riconosciuta a chi mina alla base le fondamenta di una professione. La ricerca fatta con rigore, peraltro, non teme alcun controllo. Anzi: ai controlli è abituata.

Se un certo numero di ricercatori desistesse dall’intraprendere o continuare la propria attività a causa di una maggiore sistematicità dei controlli antifrode, non sarebbe un danno per la comunità scientifica. Chiunque entri in un laboratorio deve infatti garantire piena, continua e assoluta tracciabilità di ogni passo compiuto durante la giornata. Questo è il metodo della ricerca, che anche dopo una pubblicazione offre l’opportunità a migliaia di ricercatori di tutto il mondo di ripetere e valutare quegli esperimenti. Gli errori fanno parte del lavoro: di questo come di tutti gli altri. Falsificare i dati sperimentali è però un’altra cosa. Nell’istante in cui lo si fa con consapevolezza, ci si pone fuori dal perimetro dell’etica professionale dello scienziato. Come comunità scientifica dobbiamo fare affidamento sulla duplice dimensione etica della ricerca “interna ed esterna”, anche promuovendo una reciproca, libera e fattiva vigilanza metodologica, nella consapevolezza che solo in questo modo si potrà conservare, per tutti, quello spazio di libertà proprio dell’attività scientifica che ciclicamente viene minacciato da leggi e politiche volte a comprimerne gli orizzonti.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)


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