Nel suo commento al libro di Fabio Bisogni, Pino Pisicchio riflette su una delle promesse più ambiziose dell’intelligenza artificiale: liberare tempo umano da dedicare alla creatività, alla partecipazione e alla qualità della vita
Nella “Epistula ad Lucilium” Seneca, che aveva capito tutto della vita, si rivolgeva al suo amico e poeta Lucilio con queste parole: “Convinciti che le cose stanno così come ti scrivo: una parte del tempo ci viene portata via, una parte ci viene rapita furtivamente, una parte scorre via. La perdita più vergognosa, tuttavia, è quella che avviene per la nostra negligenza”. Seneca non fu il primo né l’ultimo pensatore a impegnare il suo ingegno intorno al tema del tempo che passa, unico bene che ci appartiene perché finché viviamo è con noi. E poi, a ben riflettere, non ci appartiene mica tanto, perché quando l’interruttore si spegnerà non ci è dato di saperlo. Si pensi allora al Carpe diem di Orazio, o al “Fugit irreparabile tempus” di Virgilio, per restare nella romanità, o, per buttarla in filosofia, al Søren Kierkegaard quando sentenzia che “La vita può essere capita solo all’indietro, ma deve essere vissuta in avanti” o, per buttarla in politica al licolniano “Il modo migliore per predire il futuro è crearlo”, o all’umbratile e vibrante Pavese per cui “non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi” o al più prosaico e capitalistico Beniamino Franklin, per cui “Il tempo è denaro”, tanto per ricordarne qualcuno tra i “tutti” che hanno affrontato l’ “Argomento”.
Perché è indubbiamente quello il centro di ogni pensiero intorno all’essere umano. Non potendo mutare i termini della questione “nasco, vivo, muoio” relativamente al terzo elemento, si è lavorato parecchio sul secondo, cercando di “aggiustarlo” il più possibile, di allungarlo, di pulirlo dai malanni, di renderlo meno traumatico. Con risultati anche importanti, non c’è che dire, come l’allungamento della permanenza tra i vivi, l’eliminazione o almeno la riduzione dei malanni che guastano le giornate e un’opzione sulla modalità forever jung ancora non del tutto riuscita. Un decisivo passo avanti, scrive Fabio Bisogni in un agile saggio dal titolo promettente “Il tempo restituito. IA, robotica e una nuova idea del progresso” (Ed. Beyond Needs, 2026) potrebbe venire dall’Intelligenza Artificiale, fonte del più grande dibattito di questo secolo che sembra generato proprio dal bipolarismo algoritmico: da una parte gli irriducibili plaudenti, dall’altra i profeti di catastrofi. Bisogni, che è un economista della sicurezza informatica e manager dell’innovazione, non si accomoda né tra gli entusiasti “a prescindere” né tra le Cassandre professionali, ma sceglie di offrire un punto di vista diverso. L’AI, che rappresenta il punto più alto di un’evoluzione tecnologica ancora in via di compimento, è un prodotto dell’intelligenza umana e dunque si declina secondo il verso che le viene indicato per rendere possibile un futuro umano migliore ma non ancora scritto.
Peraltro, e questa è la chiave del saggio, ogni impiego della nuova tecnologia punta a creare le condizioni di una possibile restituzione del tempo agli esseri umani: una riappropriazione che rappresenta, pertanto, una possibilità di vivere la propria esistenza con pienezza. La scommessa di Fabio Bisogni non si chiama fuori dal paradigma produttivo inseguendo suggestioni luddistiche o predatorie riportate tristemente in auge nelle metropoli europee da un manipolo di facinorosi e neanche si fa trascinare da tentazioni neo-romantiche stile hippies anni ’60, perché si muove consapevolmente nella logica del capitalismo moderno. Infatti dichiara, nei dieci piccoli capitoli (più una buona e aggiornata bibliografia) in cui è suddiviso il saggio, il suo approccio ad una visione efficientistica del gesto lavorativo. Il suo “di più” rispetto a ciò che la profluviale pubblicistica in materia di AI va pubblicando ogni giorno, non è piccola cosa, perché insuffla quell’alitata di umanità che solo il “tempo restituito” può rendere al lavoratore in forma di persona e non di robot.
Riprendersi il tempo, scegliere di viverlo per creare arte, per esprimere solidarietà, per partecipare alla cosa pubblica, per studiare, per vedere il mondo, per interagire con gli altri, non è certamente la beatitudine promessa dalla religione, ma somiglia al più alto livello di qualità della vita che il mondo è in grado di offrire all’altezza delle attuali tecnologie. L’autore risponde, dunque, alla sfida delle macchine con un richiamo all’ “umano, molto umano”, argomentando con rigore scientifico e con piglio divulgativo. Le sue conclusioni spiegano il senso del lavoro ed anche la filosofia con cui è portato a termine: posto che da sempre, dopo le rivoluzioni industriali, abbiamo cercato di far lievitare la produttività del lavoro, oggi che le nuove tecnologie lo consento dobbiamo chiederci che “vita vogliamo rendere possibile grazie a quella produttività”. E incalza: “Il tempo restituito non è una promessa delle macchine. È un risultato da costruire e da verificare nelle giornate delle persone”. Una chiarezza necessaria nel tempo del messianismo totemico dell’AI.







