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Un morto a Trastevere. Il libro di Giuseppe Fiori

Di Giuseppe Fiori
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In una piazzetta di Trastevere un uomo precipita sul suolo dal quarto piano di un palazzo. Il morto non ha documenti. Suicidio oppur omicido? Il commissario Omar Martini, del commissariato della polizia fluviale, con sede all’Isola Tiberina, con l’aiuto dell’ispettore Giustoleo, deve risolvere il caso. Anticipiamo l’incipit del nuovo romanzo di Giuseppe Fiori, “Il ladro che aveva le chiavi” (Robin edizioni)

L’anziano ispettore aveva passato quella notte d’estate disteso sull’unica brandina del commissariato, non perché ci fosse una qualche emergenza ma perché da lì a pochi mesi sarebbe andato in pensione.

L’ispettore Giustoleo aveva fatto gran parte della carriera alla Questura di Roma, dove conosceva più o meno tutti passando da un ufficio all’altro, e non immaginava che a pochi anni dal “collocamento a riposo” lo avrebbero spedito al commissariato di polizia fluviale sull’Isola Tiberina, non senza qualche cenno di maldicenza. Del tipo: “è finalmente arrivata l’ora di buttarlo a fiume…”.

Era felicemente sposato con una donna paziente e intelligente che gli aveva dato due figli, un maschio e una femminuccia, come lui si ostinava a chiamare sua figlia più che trentenne.

I nipoti tardavano a venire e così, un anno giusto prima della fatidica data del pensionamento, si era iscritto a Giurisprudenza consapevole del fatto che si sarebbe dovuto accontentare di una laurea breve. Anche brevissima, aveva detto alla moglie, “mi piacerebbe studiare i manuali di Diritto penale e di Procedura penale ma prima ci vuole un’incursione in Filosofia del Diritto…”.

Durante la nottata, pressoché insonne, aveva riflettuto sulla circostanza che fino a quel momento non aveva dato il primo esame, con la giustificazione che negli ultimi mesi voleva soprattutto accumulare ore di un lavoro che forse avrebbe rimpianto; come dimostrava il fatto che ogni tanto rimaneva a dormire in commissariato su una scomoda brandina senza un apparente motivo.

Alla fine, verso le due di notte, si era addormentato.

C’era una gran calma sull’isolotto in mezzo alla città, e solo il silenzioso scorrere delle acque del Tevere accompagnavano il sonno dei degenti dell’Ospedale Fatebenefratelli e dei pochi residenti nei palazzetti accanto al commissariato.

Una luna quasi piena illuminava la piccola piazza con l’obelisco e la facciata della chiesa di San Bartolomeo all’Isola. Un fragore di vetri rotti e un tonfo sordo risvegliò di colpo l’ispettore. Guardò il soffitto della stanza come se da lì provenisse il rumore, poi si chiese invece se facesse parte del sogno.

Il quadrante fosforescente dell’orologio segnava le quattro e un quarto – l’ora in cui i ladri stanno per rincasare, pensò – scostò la coperta modello Esercito della Salvezza e decise di alzarsi, tanto non avrebbe ripreso sonno.

Aveva indosso la tuta bianca e azzurra della polizia, con la quale non aveva mai praticato alcuna attività ginnica, e che aveva rispolverato solo per rimanere a dormire in ufficio. Uscì dalla stanza, traversò il corridoio e aprì il portoncino che aveva chiuso a chiave prima di andare a dormire.

La scena gli si parò davanti a qualche metro di distanza: il corpo di un uomo era riverso a terra con le spalle coperte da schegge di vetro. L’ispettore si avvicinò e ne constatò la morte, lo voltò per guardarlo in faccia… due occhi sbarrati sembravano voler schizzare fuori da un volto insanguinato.

Con un lieve tremito nella mano prese il cellulare dalla giacca della tuta. “Commissario, scusi se la sveglio, ma in piazzetta poco fa è precipitato un uomo di circa trent’anni”.

“Precipitato da dove?” chiese Martini guardando la sveglia. Giustoleo alzò la testa e vide che all’ultimo piano del palazzo di lato al commissariato c’era un finestrone con i vetri rotti. “Dal quarto piano del palazzo vicino. Potrebbe trattarsi di un suicidio”.

“Hai sentito urlare durante la caduta?”.

“No, ma dormivo”.

Omar Martini si mise a sedere sul letto “E che cosa ti ha svegliato?”.

“Il rumore dei vetri in frantumi e il tonfo del corpo sul selciato”.

“Allora l’uomo non ha gridato mentre precipitava, probabilmente era già privo di sensi prima della caduta e quindi è difficile che sia un suicidio”. Si alzò, s’infilò i pantaloni sopra le mutande con cui aveva dormito e fece una smorfia pensando che fino alle sette il baretto dell’Isola non avrebbe aperto.

“Le finestre del palazzo sono ancora tutte buie” stava controllando l’ispettore.

“Ti mando subito un paio dei nostri, dammi solo il tempo di prendere un caffè e arrivo anch’io. Tu intanto chiama la Scientifica e non allontanarti dal corpo.”

Chiuse la comunicazione e cominciò a cercare le calze sul pavimento prima di accorgersi che quella notte aveva dormito coi pedalini.

Giustoleo fissò di nuovo quel volto trasformato in una maschera di sangue dai vetri che avevano lacerato la fronte, il naso e le guance: una maschera rossa con due pupille nere stralunate su cui fece calare le palpebre per pietà e… per imbarazzo.

L’uomo indossava un maglione nero e un paio di pantaloni scuri, un braccio si era spezzato nell’impatto e la sagoma del corpo sui sampietrini della piazza somigliava a quella di un burattino a cui avevano tagliato i fili.

“Chi sei?” l’ispettore si guardò ancora intorno, nessuno si era svegliato, ficcò le mani nelle tasche del morto alla ricerca di un documento d’identità, ma trovò solo un fazzoletto sporco, pochi spiccioli e un biglietto d’autobus.

Il commissario, come pronto intervento in aiuto a Giustoleo, chiamò prima l’assistente di polizia Nadia Rotelli, che abitava vicino all’ufficio, e poi l’agente scelto Oreste, addetto ai due natanti della polizia fluviale, uno a motore e l’altro a remi, ma anche un tuttofare da impiegare a seconda delle esigenze del momento.

Lo smilzo organico del commissariato si completava con il vicesovrintendente Almarati, dal fiuto fino, che avrebbe lasciato dormire un’altra ora. Nel primo round delle indagini Martini sapeva di dover essere concentrato per individuare subito una pista, anche se poi poteva abbandonarla. S’affacciò in cucina e vide le due Moka ancora da svuotare, scosse la testa e rinunciò al caffè.

Mentre pedalava con la sua Kronan lungo la discesa del Gianicolo e poi tra i vicoli di Trastevere gli venne in mente che era passato ormai tanto tempo dalla sua ultima indagine per omicidio: aveva riguardato un caso di annegamento, un macabro ritrovamento di una donna chiusa dentro un sacco sotto Ponte Cestio, il ponte che collega il quartiere di Trastevere all’Isola Tiberina.

Nella piazza con l’obelisco i due agenti della Scientifica erano già all’opera.

“È strano che da quella altezza non si sia fracassato il cranio” notò quello che scattava le foto.

L’altro con il camice bianco e i guanti di lattice era chino sul corpo dell’uomo a rilevare le impronte digitali “Questo capita quando il suicida non si butta di testa ma si lancia nel vuoto, allora tutto il corpo fa da ammortizzatore alla testa”.

“Hai ragione, infatti vedo gambe e braccia rotte.”

L’ispettore Giustoleo seguiva attentamente i loro movimenti, aveva mandato la Rotelli, appena arrivata, al quarto piano del palazzo mentre qualche abitante cominciava a scendere in strada.

I due della Scientifica si diedero uno sguardo d’intesa che voleva dire una sola cosa.

“E ha da aver sepoltura cristiana chi si è suicidato con le proprie stesse mani?”

“Ti dico di sì. Dunque spicciati  a scavare la fossa: perché dopo aver esaminato il caso ben bene, il giudice ha concluso che bisogna proprio seppellirla cristianamente.”

I due agenti della Scientifica facevano parte di una compagnia teatrale amatoriale che ogni quadrimestre si cimentava con Shakespeare, e recentemente avevano impersonato i due becchini in Amleto che avrebbero dovuto presto replicare all’aperto. Quella notte, nell’occasione di trovarsi davanti a un possibile suicida, non avevano potuto resistere dal recitare le prime battute dell’Atto Quinto, Scena Prima. Anche se il suicida era un uomo.

Una giovane guardia improvvisamente comparve sul suo monopattino zigzagando tra i pochi curiosi.

“Eccomi ispettore, ai suoi ordini” Oreste usava quest’espressione militaresca sempre con un velato tono ironico.

“Cerca di non fare avvicinare nessuno” disse Giustoleo indispettito “e dato che sei così sveglio tieni le orecchie aperte per sentire i commenti della gente”.

“Chi è il morto?”

“Non ha documenti.”


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